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Breve storia del segnalibro: intervista con l’autore Massimo Gatta

Di cartone, di metallo, di legno, perfino di stoffa o di cuoio, e poi ci sono quelli “green” tra fiori essiccati, foglie ed erbe varie: chi di noi non ha mai usato, ricevuto in dono o regalato a sua volta un segnalibro? E pensare che questo piccolo manufatto all’apparenza insignificante, ha una sua nutrita schiera di appassionati che di secolo in secolo ne hanno fatto un oggetto di culto. Massimo Gatta ci spiega tutto quanto in un piccolo saggio veloce ed esaustivo.

Massimo Gatta, non si può non iniziare con la più classica delle domande: come le è venuta l’idea di “Breve storia del segnalibro”? È vero che lei è un bibliotecario e un esperto di storia del libro, ma è solo per questo?
In effetti non è solo per questo, anche perché gli stessi bibliotecari, così come gli storici del libro, hanno dedicato una scarsa attenzione alla storia e al significato del segnalibro, sia come oggetto grafico-funzionale che come simbolo legato alla pratica del leggere. Più che l’idea, direi l’interesse per il segnalibro è nato molti anni fa, con la voglia di affrontare, da storico del libro e dell’editoria, alcuni “luoghi” marginali del paratesto, cioè di tutto quanto non riguarda espressamente il "testo" (come gli ex libris, il colophon, il segnalibro, la sovraccoperta); aspetti marginali fino a un certo punto, però, perché il libro, sia come testo (che è quello che studiano i filologi, gli storici della letteratura e i critici letterari) che come paratesto (che invece è quello che studiano i bibliologi e i bibliografi), è di una tale complessità che molto spesso sfugge ai neofiti. La prima versione del libro, molto meno ricca di questa appena edita, e priva di immagini, venne pubblicata a Napoli dall’editore e libraio antiquario Gaetano Colonnese circa vent’anni fa; ha poi avuto una seconda edizione stampata di recente in poche copie, e infine, dopo un lungo lavoro di revisione e integrazione, soprattutto delle fonti, è stata pubblicata quest’ultima versione. 

Il segnalibro, come dice la parola, nasce con una funzione diciamo “pratica”: tenere, appunto, il segno della lettura. Il primo segnalibro di cui facciamo esperienza è il dito con cui la maestra ci insegna a leggere da bambini…
In effetti “tenere il segno" non è propriamente simile a "ritrovare il segno", che è quello che propriamente fa il segnalibro, storicamente e concretamente. Per tale motivo mi piace dire che il segnalibro è "consustanziale" alla lettura ed è simbolicamente un segnale molto forte del nostro rapporto col leggere, che possiamo interrompere per poco, per molto o per sempre. Ma giustamente il dito è il primo vero segnalibro di cui l’uomo dispone per "tenere il segno", un segno momentaneo però, perché la lettura può riprendere di lì a poco. Del resto è lo stesso dito, in particolare l’indice, che don Abbondio nel capolavoro manzoniano tiene nel breviario per interromperne la lettura ed è proprio quell’episodio ad essere stato utilizzato nel celebre segnalibro realizzato da Federico Seneca per la Perugina e che io documento nel libro, un segnalibro storico di notevole importanza non solo grafica. A quell’episodio dedicai anni fa un breve racconto, Germano Calvini e l’indice di don Abbondio, che venne pubblicato nel catalogo di una mostra realizzata in Sardegna di trecento segnalibri artistici.

Con il tempo, poi, il segnalibro è diventato un elemento con un significato diverso, paraletterario. Si può fissare un luogo e un tempo preciso nella sua storia in cui ha fatto questo salto di qualità?
Fino alla metà dell’Ottocento il segnalibro era davvero un elemento funzionale alla lettura, con un suo preciso scopo, fossero nastrini di seta cuciti nel libro, segnalibri in pergamena o in carta. Tra fine Ottocento e i primi del Novecento a questa sua funzionalità si sostituisce il piacere estetico e per questa ragione vennero coinvolti anche celebri grandi artisti, uno per tutti: Mucha. E insieme alla voglia di rendere il segnalibro non solo utile ma anche bello, si passò al desiderio di collezionarli. Dalla seconda metà del Novecento, infine, il segnalibro ha quasi completamente perso di vista la sua funzione strumentale per diventare anche, a volte soprattutto, oggetto di propaganda, veicolo pubblicitario, grafica applicata al marketing: si può dire che negli ultimi trent’anni non ci sia attività merceologica che non abbia in qualche modo realizzato un segnalibro con esiti non sempre positivi... 

E così il segnalibro diventa in qualche modo un vezzo, una moda che accompagna la lettura e racconta molto di noi. Ci può fare qualche esempio di segnalibri “famosi”?
Il segnalibro può anche essere solo il "nome" che diamo a oggetti che utilizziamo per "tenere il segno". Ecco quindi il fiorire di atteggiamenti – a volte deleteri per il libro – che portano a inserire tra le pagine ogni sorta di oggetti: fiori, foglie, piume, laccetti di carta, biglietti del tram, del treno, cartoline, banconote, fotografie, capelli, nastrini, spesso tutto quanto abbiamo sottomano in quel momento. Il poeta G. Apollinaire scrisse un articolo, tradotto di recente anche in italiano, sugli oggetti che si trovano nei libri. D’Annunzio era solito inserire fiori nei libri allo scopo di tenere il segno, ma poi questi lasciavano tracce indelebili sulla carta. Famoso è anche il caso del grande erudito e bibliotecario fiorentino, Antonio Magliabechi, che usava mettere fette di salame o sardelle tra le pagine, indice, tra l’altro, di una personalità alquanto disordinata. Queste fette di salame, tra l’altro, hanno incuriosito molti e sono tra le varie ragioni che hanno suscitato tutto questo interesse intorno al mio libro.

A proposito: si aspettava tutto questo clamore intorno a questa pubblicazione?
Come spesso accade, soprattutto nella saggistica, sono i libri “curiosi” quelli che attirano di più. Di libri ne ho scritti molti altri, ma nessuno aveva ricevuto tanta attenzione, soprattutto da parte della stampa. Il tema che ho trattato può sembrare leggero o semplice, appunto una curiosità e basta, ma per scrivere il libro ho impiegato sei mesi per documentarmi e attingere alle fonti bibliografiche per offrire al lettore, così come al cultore e al collezionista, una pubblicazione che fosse quanto più accurata e aggiornata possibile. E in questo devo ringraziare davvero l’editore e lo staff dell’ufficio stampa che sono stati perfetti e molto professionali. 

Facciamo un gioco, un po’ del tipo “dimmi che segnalibro usi e ti dirò chi sei”. Il segnalibro che io ancora oggi preferisco mi fu regalato da un’amica quando avevamo 15 anni: è fatto di cuoio, lei vi ha disegnato sopra un gatto e inciso il mio nome con il pirografo. Che tipo di persona sono?
Mi dispiace ma non sono assolutamente in grado di indicare il tipo di personalità in base all’uso di particolari segnalibri! Credo sia semplicemente una questione di gusti personali: io, ad esempio, non amo i segnalibri non cartacei, in cuoio, argento, legno, plastica, per non parlare degli orribili post-it dei quali pure tratto nel mio libretto. Preferisco quelli cartonati perché li trovo, come dire, più vicini all’idea iniziale, e poi la carta, la memoria vegetale come la indicava Eco, è così bella e intrigante!

Un altro quiz: mio marito, come il più classico degli uomini, usa invece un’improvvisata orecchia. Cosa significa?
Ecco, anch’io sono un fautore e un cultore delle “orecchiette” fatte alle pagine, le trovo funzionali, utili, semplici e sempre “a portata di mano”. L’importante è che siano di una grandezza media e uguale in ogni parte del libro nel quale le utilizziamo. Non amo le orecchiette molto piccole, ad esempio. 

E oggi che la maggior parte dei pochi lettori superstiti legge attraverso supporti elettronici, come la mettiamo con questo giochino sulla personalità?
Il segnalibro elettronico segue il corso del tempo e convive col segnalibro classico. È come tenere sulla scrivania, l’uno accanto all’altro, il pc e il libro: essi convivono placidamente e interagiscono.

Un’ultima curiosità: lei che segnalibro usa?
Io ho una raccolta di circa mille segnalibri, anche storici e alcuni di notevole interesse grafico, ma non ne uso nessuno. Preferisco fare l’orecchietta, che è semplice, lineare, economica, non si perde, non macchia, è sempre a disposizione. Però consiglio di farle solo sui libri non di pregio, quelli che usiamo normalmente, siano saggi o romanzi. Per gli altri, un bel segnalibro in cartoncino è l’ideale, magari proprio quelli disegnati da Federico Seneca: meravigliosi!

Foto | Pixabay – Archivio Graphe.it 
 
L'autore: Roberta Barbi
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.

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Breve storia del segnalibro

di Massimo Gatta

editore: Graphe.it

pagine: 64

Da sant’Agostino, che teneva il segno con il dito, al Manzoni, passando per l’Arcimboldi, fino ai nostri giorni con gli eBook: la storia e le curiosità di un oggetto caro a chi ama leggere.

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