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Le poesie di Giorgio Manganelli, tra amore e follia

Le poesie di Giorgio Manganelli, tra amore e follia Le poesie di Giorgio Manganelli, tra amore e follia

È una gioia prorompente, quasi fisica, quella che provo ogni volta che ho la possibilità di scrivere di un poeta meno conosciuto – almeno da me – che però tanto ha contribuito all’arte del verseggiare in epoca contemporanea. Di Giorgio Manganelli certamente più nota è la sua prosa, dritta come un fuso, affilata come una lama e a volte talmente veritiera da essere disarmante quanto un gancio ben assestato. E la sua poesia non è da meno. Di Giorgio Manganelli poeta, poi, è forse più nota la sua musa ispiratrice e poetessa a sua volta: Alda Merini, con cui, sebbene lei fosse appena adolescente, ebbe una relazione burrascosa, appassionata, tragica e a tratti violenta, che indubbiamente fece capire a entrambi, davvero, cos’è l’amore.

 

L’amore? È importante che “vada male”

È quasi totalizzante, la disamina dell’amore nella poetica di Manganelli, nel senso che questo sentimento, pur accompagnato da tutte le sue più impensabili declinazioni, è praticamente l’unico tema trattato nei suoi componimenti, forse ad esclusione di quelle prime prove giovanili portate avanti per imitazione dell’arte materna. Già in una delle prime odi della sua raccolta Ti paragonerò dunque, dedicata proprio ad Alda Merini, tutto ciò appare evidente: l’amata viene prima comparata, un po’ di maniera e in linea con la tradizione, al giorno estivo e alla rosa, ma qualche verso dopo il poeta dalla tradizione si distacca con una violenza pari a quella di un trauma, accostando l’amata “al tetano che inchioda le mascelle,/ alla lebbra paziente/ che accima la carne indifesa”, e poi addirittura all’ulcera e perfino al tumore. È un amore anticonvenzionale, quello che Manganelli descrive, non solo nel senso sociale del termine, ma proprio nel suo significato più sentimentale: non accoglie ma respinge, non beatifica ma condanna, non dà la vita, bensì la morte. Un amore che “va male”, appunto, e un amore privo di desiderio:“Niente si esaudisce, niente si desidera:/ tutti i desideri sono aboliti/ perché sembrano essere/ definitivamente appagati”; “Io mi divido/ in giacca e calzoni e cintura/ e ancora mi disgiungo/ in cravatta e camicia/ e mi scindo in cranio, in polmoni,/ in visceri e pube,/ e mi distinguo/ in ogni cellula/ che senz’amore s’accosta/ ad altra cellula…sugli scaffali di Dio/ s’impolverano i gesti possibili… stanno appollaiati come gufi/ i sentimenti impagliati”.

 

Nascita, morte e letteratura: le menzogne

Il nostro poeta afferma che compito della letteratura è quello di trasformare la realtà in menzogna, in scandalo, in mistificazione: un puro gioco di forme in cui la scrittura diventa contestazione, è per questo che Manganelli usa spesso, nelle sue rime funamboliche, strumenti come la parodia e il sarcasmo che risultano quanto mai funzionali ai concetti che vuole esprimere. Tutto vero, ma forse è vero anche che in quelle parole così raffinatamente ordite - o al massimo dietro e dentro esse - si nasconde non solo l’artista, ma l’uomo Manganelli, con il suo bagaglio autobiografico di verità. “Conosco la pace del pensoso dinosauro,/ la coerenza delle zanne della tigre…”, racconta l’inquietudine del suo animo, come “sempre ci sgomentò al sopraggiungere/ il tuono d’una nascita./ e giunse a noi imprevedibile la morte” parla della sua infanzia, delle sue radici. E poi, su tutto questo, arriva la poesia, dove “ogni cosa permane/ ogni cosa rimane/ ogni cosa sussiste/ ogni cosa resiste…” anche al di là del tempo, dello spazio e della caducità umana. Allora all’altare della poesia, ancor più che a quello dell’amore, si deve sacrificare tutto e tutto può essere adoperato per renderla grande: “Scrivi, scrivi;/ se soffri, adopera il tuo dolore:/ prendilo in mano, toccalo… Usa le allucinazioni…usa le elettriche fulgurazioni/ di una mente malata… Usa la tua morte… usa il sudario, usa i candelabri…Usa il tuo inferno totale”.

 

La poesia ri-scoperta

Strano a dirsi, ma tutto questo capolavoro di repulsione e fascino di cui abbiamo parlato finora è stato una scoperta recente: solo nel 2006, infatti, dopo essere rimaste per oltre 50 anni sepolte nell’archivio personale dell’erede dell’opera del Manganelli – la figlia Lietta – le sue poesie sono state pubblicate in volume per i tipi della casa editrice Crocetti. Si tratta di 150 composizioni, per lo più risalenti agli anni Cinquanta, ripartite in tre sezioni: Poesie, a cui l’autore aveva dato un’elaborazione pressoché definitiva; Altre poesie e Poesie giovanili. La spiegazione ufficiale, ammesso che esista, di tale ritardo non l’ho trovata, ma avendo approfondito un po’ insieme il personaggio viene facile inserirlo nella lista di quei geni troppo avanti per poter essere compresi nel proprio tempo, non siete d’accordo?

Foto | WikiCommons

L'autore: Roberta Barbi
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.

Guarda tutti gli articoli scritti da Roberta Barbi

Notte tenebricosa

di Giorgio Manganelli

editore: Graphe.it

pagine: 162

Una lunga riflessione sulla notte e un viaggio alla scoperta di Giorgio Manganelli: «Il dittico raccolto in questo volume è molto più di un invito alla lettura: un ritrovamento e una testimonianza, certo, ma forse anche un pegno che viene restituito». (Alessandro Zaccuri)

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