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Il tempo perso in aeroporto: intervista a Lorenzo Foltran

Il tempo perso in aeroporto: intervista a Lorenzo Foltran Il tempo perso in aeroporto: intervista a Lorenzo Foltran

L’incontro con un poeta ci apre ogni volta una porta del tutto sconosciuta. Un tête-à-tête che ci conduce a un viaggio profondamente misterioso e impegnativo, destinato ad andare ben oltre il paesaggio davanti ai nostri occhi. Così sulla soglia – abbagliati ora dalla luce troppo intensa, ora disorientati per la notte giunta su di noi quasi all’improvviso – ci ritroviamo con un biglietto in mano di cui ignoriamo tappe e punto d’arrivo. Di fronte a noi solo un’avventura vasta da cui non torneremo però a mani vuote. Nessun incontro tanto ravvicinato, tanto profondo e intimo potrà mai lasciarci intatti o senza guadagno.

Il tempo perso in aeroporto di Lorenzo Foltran, recentemente pubblicato da Graphe.it edizioni, ci sbarca nel mondo senza tempo e frontiere della poesia più autentica. Una poesia non solo di velature, di porti, di acque, ma anche di videogame, di ore nate già in frantumi. Già polvere. Immagini che non sfumano mai in acquerelli di maniera o in fotografie digitali ritoccate con Photoshop, ma rivelano piuttosto una bellezza umanamente dolorosa e malinconica, dove realtà e simbolo, ricordo e perdita mettono rapidamente àncora nel cuore del lettore, forse unica, possibile destinazione (e approdo) di questo lungo viaggio e delle sue tante “sospensioni” in aeroporto. Una raccolta poetica in tre declinazioni e una storia sola, dove andare o restare ci appaiono forse – mentre il tempo si spezza e si ricompone, rivelando la propria eterna dicotomia – come i rovesci della stessa, inesorabile medaglia.

 

Intervista a Lorenzo Foltran


Il tema del tempo ha sempre sovrastato l’uomo. Nutrito schiere di opere. Ossessionato in un modo o nell’altro scrittori e poeti fin dall’antichità. La sua poesia è, almeno per certi versi, una corsa destinata a spezzarsi – perdersi contro il tempo? Un tempo con due volti e più di una verità?

Quando ho cominciato a ordinare i miei testi per dare vita a questa raccolta mi sono reso conto che il tempo era ciò che li accomunava tutti. Ma, le tre sezioni del libro lo declinano in modi diversi.

Nella prima sezione, troviamo il tempo come lontananza. Infatti, la lontananza del migrante non è solamente spaziale, ma anche temporale. Non si ha nostalgia della patria, ma soprattutto della patria al momento in cui la si è lasciata. Mentre si vive all’estero, le persone e le cose che sono rimaste continuano a vivere e a cambiare in un tempo “diverso”.

La seconda sezione riflette sull’impossibilità di arrestare o riavvolgere il tempo. Ne consegue la valorizzazione del videogioco come elemento antitetico al tempo grazie alla peculiarità di poter “mettere in pausa” e “salvare” i propri progressi durante il suo svolgimento o, al contrario, di “resettare” i propri risultati per tornare al punto di partenza.

La terza sezione è dominata dall’utilizzo “produttivo” del tempo, dal lavoro. Il tempo è misurato, parcellizzato. L’orologio scandisce razionalmente i tempi del giorno lavorativo. Il tic tac delle lancette non è altro che il tintinnare delle chiavi delle nostre celle alla cintura di un tempo carceriere. Quest’ultima rappresentazione del tempo si avvicina molto a quella di Mario Quintana (un poeta particolarmente caro alla Graphe.it edizioni) che definì la sveglia un oggetto abietto e l’orologio a tre lancette un’invenzione crudele.

La poesia è una ferita? Una sublimazione? Un continuo dialogo con le cose? Oppure altro ancora?

Cos’è la poesia? Una domanda che ha affascinato molti e che, dopo secoli di studi e ipotesi, rimane e rimarrà senza risposta. Infatti, da decenni, definire la poesia è un’impresa ormai abbandonata. Definire la poesia è stata l’impresa fallimentare del pensiero estetico. La poesia è poesia e basta. È un dato empirico che non può essere argomentato. Non ci sono prove razionali o metodi per definirne l’essenza.

Qual è secondo lei il ruolo del poeta nella società di oggi? Spesso il poeta, soprattutto quello senza fama, gloria e alloro in testa, viene guardato in tralice. Una figura da trattare con un certo sospetto. È forse questo il destino dei visionari di ieri e di oggi?

Jules Verne, in Parigi nel XX secolo, si chiede: «Che cosa è venuto a fare al mondo un poeta dove il primo dovere dell’uomo è quello di fare più soldi possibili?». Quando da più giovane, e inesperto nell’arte dei versi, mi chiedevano cosa facessi nella vita rispondevo, quasi con arroganza: «Sono poeta». Oggi, che sono alla seconda raccolta pubblicata, sono più cauto ed evito di parlare delle mie poesie. In effetti, quando sei abbastanza sprovveduto da presentarti come poeta, l’interlocutore, prima di tutto, resta un momento interdetto; poi, il più delle volte, al solo sentire la parola “poeta”, smette di rivolgerti la parola, non so se per disprezzo o per pietà. Altre volte, alla prima domanda segue la seconda: «E hai pubblicato un libro?». E quando rispondi che hai pubblicato e per di più senza neanche aver pagato, come invece succede a molti sedicenti poeti, l’interlocutore è sorpreso e un po’ ammirato. Forse, un minimo di aura circonda ancora la figura del poeta.

Quali sono i poeti con cui, in un modo o nell’altro, continua a mantenere un dialogo aperto?

Prima di tutto, devo dire che per scrivere della buona poesia è necessario leggerne tanta, studiare e apprendere tutto il possibile da chi ha scritto meglio di noi.

Poi, per rispondere più precisamente alla domanda, vivendo all’estero, il dialogo che devo necessariamente tenere sempre aperto è quello con i poeti italiani. La poesia italiana è un’ancora che mi aiuta a non allontanarmi troppo dalla mia lingua materna. Tale bisogno mi porta da una parte a rileggere spesso i poeti della tradizione, Petrarca su tutti, e dall’altra a seguire i poeti contemporanei che reputo migliori, Valerio Magrelli e Patrizia Cavalli.

Prima di accomiatarci, potrebbe farci una istantanea di sole parole de Il tempo perso in aeroporto? Una piccola radiografia che ne sveli, anche solo per un istante, non l’ossatura, bensì l’essenza. Avere l’autore qui accanto è un’occasione per noi troppo ghiotta per non sfruttarla fino in fondo.

Sono obbligato a fare due istantanee per mostrare due diverse percezioni dello scorrere del tempo. La prima, sfortunatamente prevalente, quella dell’impotenza di fronte a un fluire che non può essere arrestato:

Un conato, un rigetto mentre il corpo
si sforza a sopportare lo strano essere
in altro tempo, come se il passato
gli fosse appartenuto per un solo
momento, pochi istanti in altro luogo.
Il presente me l’hanno trapiantato.

La seconda istantanea vede l’accettazione del tempo e il suo inquadramento come risorsa necessaria al raggiungimento di un qualsivoglia fine od obiettivo che si desidera ottenere:

Misuro il tempo che resta negli otto,
necessari minuti alla cottura
per cucinare al dente gli spaghetti
come demiurgo della pastasciutta.





L'autore: Giorgio Podestà
Giorgio Podestà, nato in Emilia, si occupa di moda, traduzioni e interpretariato. Dopo la laurea in Lettere Moderne e un diploma presso un istituto di moda e design, ha intrapreso la carriera di fashion blogger, interprete simultaneo e traduttore (tra gli scrittori tradotti in lingua inglese anche il Premio Strega Ferdinando Camon). Appassionato di letteratura italiana, inglese e americana del secolo scorso, ha sempre scritto poesie, annotandole su quadernini che conserva gelosamente. Con Graphe.it ha pubblicato la raccolta poetica «E fu il giorno in cui abbaiarono rose al tuo sguardo» e il saggio «Breve storia dei capelli rossi».

Guarda tutti gli articoli scritti da Giorgio Podestà

Il tempo perso in aeroporto

di Lorenzo Foltran

editore: Graphe.it

pagine: 102

Non una semplice antologia, ma una raccolta organica nella quale i singoli testi poetici sono organizzati in modo tale da raccontare una storia.

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