Vi sono versi che ustionano, altri che zampillano verso il cielo, altri ancora che sembrano mutare forma e sostanza sotto il nostro stesso sguardo. Una forza rigeneratrice, senza tempo, che trascorre in un moto circolare destinato sempre a unire e mai a dividere. Acque fonde e memorabili che senza mai arrestarsi (e come mai potrebbero?) salgono da un punto lontano, bagnano tutte le sponde, tutti i confini, azzerando in un istante ogni lontananza temporale. Ogni ingannevole sbarramento.
Una circolarità ampia quella che vive nei versi di Gino Scartaghiande (di cui la Graphe.it edizioni ha appena ripubblicato la celebre e celebrata raccolta Sonetti d’amore per King Kong nella collana Le mancuspie curata da Antonio Bux), dove le parole, chiare o scure, carezzevoli o dirompenti, ferine o delicate diventano subito ponti tra le mille rive, strumenti visionari che, solo risuonando nell’aria, fanno scattare porte e chiavistelli o, ancora, se preferite, anemoni di mare pronti ora a urticare mani e cuore, ora a investirli di una luce ferma. Di una verità dolentemente screziata. Un dolore lacerato. Un grido violento la cui eco ricade come una pioggia di fuoco sulla realtà di cui diventa specchio. Aderenza. Visione.
Eccoci allora dentro la vita. Nelle segrete dell’anima sempre in attesa. Sempre nuda. Sempre più sola. La voce del poeta diventa così dialogo vivo con il cuore. La Storia. Il destino del singolo e dell’oceanica moltitudine. Un flauto di bambù più forte del tempo e della morte stessa. Un canto eterno che dalle sponde dell’antica Grecia soffia ancora e ancora sulle nostre sparute rive.
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