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Parolacce, queste sconosciute

Delle parolacce si preferisce non parlare, per un motivo molto semplice: per moltissimi decenni sono state sempre colpite da stigma sociale. Eppure nella mia esperienza di insegnante posso dire che è uno degli argomenti più amati dagli studenti, in particolar modo dagli studenti stranieri,ai quali io insegno lingua italiana da molti anni. Per quale motivo? Sicuramente lo immaginate da soli: le parolacce non sono soltanto un segno di cattiva educazione, anzi sono senza dubbio un segnale di una conoscenza approfondita della lingua, nella fattispecie della lingua italiana. Non soltanto una conoscenza limitata al messaggio semplice, nudo e crudo, ma alla comprensione psicologica di chi ci sta parlando.

Conoscere un’espressione colorita e saperla utilizzare significa molto spesso entrare fattivamente nel discorso dialogico. Cosa voglio dire: a volte parliamo un italiano eccessivamente stereotipato e privo di quella vitalità che a volte delle parolacce riescono a dare. Ora, ovviamente utilizzare le parolacce significa saper capire esattamente il momento in cui possono essere utilizzate e nulla meglio di una lezione incentrata sugli usi, non solo semplicemente lessicali – che generano una ilarità comprensibile – ma esattamente le valenze socioculturali che un termine piuttosto che un altro riescono a introdurre nel dialogo. Pertanto è bene non prescindere dall’uso delle parolacce insegnando la nostra lingua.
 
Posso fare un esempio molto calzante. Ho avuto la fortuna di studiare nel corso degli anni vari lingue straniere e in queste lingue non so dire una sola parolaccia (forse una sola). Risultato? Mi trovo a volte a non capire – non solo parlando, ma anche leggendo delle opere letterarie, teatrali e via dicendo – alcuni elementi e per questo devo rivolgermi ai miei studenti (la cosa mi fa molto piacere e noto che fa piacere anche a loro) per chiedere: «Scusa, ma che cosa stanno dicendo? E perché lo dicono? E se io lo utilizzassi, che cosa succederebbe?».
 
Interessantissima una particolarità: vi sarà capitato di conoscere degli stranieri. Vi siete mai osservati quando loro utilizzano, a sproposito, delle parolacce? La reazione è infinitamente più forte rispetto a quello che potrebbe succedere se una parolaccia venisse utilizzata da un nostro connazionale. Questo perché a volte loro perdono questa capacità di introdursi concretamente in quello che è l’uso che noi ci aspetteremmo.
 
Un esempio: «Questo gelato fa schifo». Lo usiamo, sì, a volte a sproposito. Perché potremmo tranquillamente dire «non mi piace», ma, in determinate situazioni, «fa schifo» è l’espressione perfetta. Uno studente straniero spesso non sente la differenza tra «fa schifo» e «non mi piace». Talvolta neanche noi italiani.

Anche Francesco le diceva

Una riflessione sociolinguistica sull’uso delle parolacce

di Natale Fioretto

editore: Graphe.it

pagine: 36

«Dimmi le parolacce che usi e ti dirò chi sei, da dove vieni, da quale popolo sei stato educato o negativamente condizionato» (Dario Fo)

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