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La scintilla di divino in Irmã Dulce

Avendo Iddio creato gli uomini per fare il bene, per conoscere solo Lui e per fare la sua volontà, il diavolo fu preso da grande invidia. Dapprima cercò di convincere Adamo a disobbedire ingannandolo tramite la moglie Eva; poi convinse gli altri uomini a tenersi lontani da Dio.

Il Signore non sopportò che l'uomo, fatto a sua immagine, vivesse come un animale e fece sentire subito la sua voce: «dove sei?» (cfr Gen 3, 8-9). L’uomo, invece, udita quella voce, per la prima volta si nascose, operando in tal modo egli stesso il deserto nel paradiso. Quella voce è stata poi diffusa, tramite innumerevoli echi in tutti i luoghi e in tutti i tempi, parlando «molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri» (Eb 1, 1) mediante la Legge, i Profeti e i Giusti. Rimasto però tutto inutile, l’«amore folle di Dio» verso questa sua creatura decise di mandare il proprio Figlio e Verbo per assumere forma umana e liberare gli uomini dalle mani del diavolo. A questo fine dispose prima la nascita di colei che avrebbe generato nella carne il suo Figlio, Maria, l'Immacolata Madre di Dio, quindi la sua incarnazione, la sua morte e la sua resurrezione salvifica.

Si è avuta così la nuova creazione in Cristo e la rigenerazione della stirpe umana: l'uomo creato ad immagine del Signore, Adamo, è stato ristabilito nella primitiva bellezza.

Il Signore, tuttavia, ha voluto che l’uomo conservasse la sua libertà di scelta, cosicché la voce del buon Pastore chiede ancora, nel frastuono dell’epoca moderna, «dove sei?».

La Chiesa è stata investita da questo compito e lo fa attraverso voci che potrebbero sembrare diverse tra loro, e talvolta perfino stonate, ma che, invece, costituiscono un coro armonioso: sacerdoti, religiose e religiosi, catechisti e laici impegnati… tutti questi portano in sé, come ogni uomo, l’immagine del Signore, e con impegno cercano di vivificarla nei fratelli, ma non sempre vi riescono perché gli uomini sono distratti, perché sono ricchi ed occupati, perché sono poveri e abbandonati, perché sono sofferenti... ed essi non sono in grado di fare di più.

In una partita di pallone i giocatori possono essere tutti bravi, ma per vincere c’è bisogno di quel qualcuno che faccia la differenza, questo avviene comunemente nella vita e ancor di più nella vita spirituale. Lo Spirito soffia dove vuole ed elargisce i suoi doni (carismi), che non sono importanti per il singolo che li ha ricevuti, ma per la Chiesa intera, quindi, spesso là dove non lo si aspetta sorgono uomini e donne, che hanno viva nel petto una scintilla del divino, quella scintilla, che non consente loro di fermarsi davanti alle difficoltà, pur nella loro umana fragilità.

La Chiesa di Salvador, quella del Brasile, la Chiesa Cattolica hanno ricevuto in Irmã Dulce un esempio eloquente di un dono dello Spirito.

Irmã Dulce è stata una formichina che un bel mattino è venuta fuori e ha visto una montagna. Poteva semplicemente dire «non mi riguarda», «cosa posso fare?», «non ce la faccio», e questo era del tutto plausibile umanamente, ma in lei c’era quel qualcosa in più, quella scintilla di divino che aveva acceso dentro di lei un fuoco che non le permetteva di vedere i fratelli soffrire senza cercare di far sentire loro la presenza misericordiosa del Signore; senza vivificare nel loro petto quell’immagine di Dio, scrostandola con quella scintilla che aveva ricevuto.

Ella vedeva nelle situazioni umanamente irrecuperabili, nel malato cronico, nel ragazzo abbandonato a se stesso il figlio di Dio, il fratello di Gesù, lo stesso Cristo Crocifisso, e non poteva non abbracciarlo.

Così quella formica, piccola, gracile, delicata, in realtà era un gigante; ma c’è da meravigliarsi? Il Signore stesso ha detto a chiare lettere: «Se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile» (Mt 17, 20).

Irmã Dulce, al secolo Maria Rita de Souza Brito Lopes Pontes, nata a Salvador di Bahia, nel Nord-Est del Brasile il 26 maggio 1914, nel ’33 entra nella giovane congregazione delle Irmãs Missionárias da Imaculada Conceição da Mãe de Deus. Inizia il suo apostolato tra gli abitanti delle favelas di Massaranduba e di Alagados, in quegli anni sovrappopolate di poveri disperati che, sfuggendo la miseria dell’interno, erano venuti in città nella speranza di trovare condizioni di vita migliori; e poi gli operai delle fabbriche.

La sua azione sin dall’inizio si presenta complessa; accanto alla testimonianza, alla predicazione e catechizzazione ha a cuore l’assistenza, perciò fonda il primo Circolo Operaio della Bahia con annesso cinema, ambulatorio, laboratori ecc.

Non è che la prima pietra di un più vasto disegno che la piccola suora va maturando: ottiene (1946) dalla Superiora il pollaio del Convento di Sant’Antonio e lo trasforma in ricovero per 70 ammalati. Nel 1960 quel pollaio diventa il Ricovero Sant’Antonio con 100 letti, che diventeranno 400 di lì a pochi anni. Si sviluppa un complesso ospedaliero basato sul binomio: Amare e Servire. Il volontariato e le donazioni spontanee hanno permesso e permettono di dare assistenza gratuita.

Non lontano da Salvador, a Simoês Filho, Irmã Dulce aveva fondato intanto anche un villaggio per ragazzi orfani, abbandonati e sbandati, dove assicurare, insieme con l’istruzione e l’assistenza, una formazione dei giovani grazie a un mestiere con cui sostentarsi.

Quando Papa Giovanni II nel luglio 1980 si reca in Brasile vuole conoscere Irmã Dulce perché la fama ha varcato i confini della Bahia e del Brasile; e poi ancora quando il Pontefice nell’ottobre 1991 compie il suo secondo viaggio in Basile, va a Salvador a far visita a Irmã Dulce, ormai inchiodata a letto con gravi problemi respiratori per darle la benedizione.

Quando il 13 marzo 1992 Irmã Dulce muore, lascia oltre all’eredità spirituale, legata al motto «Amare e Servire» il Signore nel povero e nel sofferente, una grande istituzione ospedaliera (OSID) all’avanguardia per tecnologia e qualità di degenza, che oggi dà assistenza a più di un milione di persone all’anno attraverso gli ambulatori e le cliniche specialistiche. Il numero dei letti è ora oltre i mille! Vi è anche un cronicario geriatrico, un ricovero per disabili gravissimi, un centro di riabilitazione fisiomotoria, e inoltre vi è una particolare cura per i nascituri e i bambini, come voleva Irmã Dulce … L’elenco per descrivere i reparti e le specializzazioni è molto lungo, quindi basti solo qualche cifra: oltre al personale medico e paramedico vi lavorano 600 volontari e 2300 collaboratori. Tutto è gratuito.

Si aggiunga che quel villaggio a Simoês Filho (CESA) ospita oggi 620 ragazzi, che studiano e imparano un mestiere, permettendo anche l’autosostentamento all’istituzione: vi è un panificio, un’officina meccanica, un laboratorio per la realizzazione di protesi motorie, un centro vivaistico per verdure, ortaggi e fiori... e vi crescono tante speranze.

Così, quella scintilla del divino che aveva in sé Irmã Dulce si perpetua come un fuoco sempre vivo per amare il Signore e rendere, a poveri e sofferenti, la vita e l’assistenza dignitosa, quale si conviene a figli di Dio.

Articolo di Gaetano Passarelli pubblicato su L'Osservatore Romano in occasione del decennale della morte di Irmã Dulce (2002) e ora leggermente riadattato.

In foto | Irmã Dulce tra i ragazzi del Centro di recupero.

Dulce Lopes Pontes di Salvador

L'angelo della Bahia

di Gaetano Passarelli

editore: Graphe.it

pagine: 176

Sr. Dulce è la prima santa nata in Brasile. Già nel 1980 Jorge Amado l’aveva preconizzata «Santa Dulce da Bahia».

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