Una bambina, Eleonora, e suo zio Elias, che sembrano parlare una lingua tutta loro. Un cinghiale sardo che attraversa il racconto come una guida onirica, la neve di Venezia che congela il tempo, una stella verso cui tutti guardano senza dire nulla. È il mondo di Silenzi di Natale, titolo 2026 della collana Natale ieri e oggi. Il libro si apre con una poesia di Biagio Zagarrio, prosegue con un racconto apparso sul Corriere dei piccoli nel 1933 e firmato da Bianca De Maj, e si chiude con un inedito contemporaneo di Andrea Breda Minello. Tra i due racconti, un disegno di Sabrina Gennari.
Nelle due interviste che seguono, l’autore ci porta tra Mafalda e Nelo Risi, tra le nevi di Rigoni Stern e le parole sarde che punteggiano il testo. L’illustratrice ci spiega come una sfera di cristallo possa diventare un portale e come si disegni il silenzio in un’immagine che deve restare natalizia.
Ogni libro della collana nasce dall’incontro tra due testi e un'immagine, e Silenzi di Natale non fa eccezione. Abbiamo chiesto ad Andrea Breda Minello e a Sabrina Gennari di raccontarci da dove sono partiti, ciascuno dal proprio lato della pagina.
Eleonora e lo zio Elias sembrano condividere una lingua segreta, fatta di silenzi e sguardi. In che modo la solitudine di Elias, così lucidamente smascherata dalla "crudeltà" innocente della bambina, trova nel Natale non una cura, ma una forma di accettazione?
Eleonora ha il piglio di Mafalda o di Lucy Van Pelt, in questo proviene dalla verità poetica di Schultz e di Quino.
La lingua di chi si ama diventa la nostra e gli innamorati in qualsiasi relazione (nel racconto: zio-nipote, Elias-il biondo uomo misterioso, Elias e la Sardegna) hanno un codice preciso, a cui nessun altro può accedere, che deve essere vissuto e accettato per quello che è: parte integrante dell’esistenza.
Sì, Elias in apparenza ha accettato la solitudine, come elemento costitutivo del proprio io, ma la fiaba permette di vivere altre vite, permette il sogno, per chi sa che il Natale è il compimento dell’avvento, l’adempimento di una fedeltà e di una fiducia verso l’altro, anche se tutto il racconto è intriso di una vena di nostalgia e malinconia.
Eleonora indica allo zio la semplicità dell’atto gratuito, gli dona lo sguardo che l’uomo aveva voluto dimenticare, se non rimuovere.
Il cinghiale (su sirboni) attraversa tutto il racconto trasformandosi da animale reale a guida onirica. Perché hai scelto proprio questa figura, così legata alla terra sarda, per rappresentare la metamorfosi e il desiderio di protezione?
L’ambientazione è sarda-lagunare e non potevo agire in maniera differente. Tutti i miei racconti sono costellati di presenze animali, che incarnano l’anima stessa dei luoghi
Su sirboni è il contraltare del porcospino di Nelo Risi: “Sapessero / che disarmato è il cuore / dove più la corazza è alta / tutta borchie e lastre, e come sotto / è tenero l’istrice.”
Il cinghiale ci connette alla nostra dimensione naturale, alla sapienza del ritmo circadiano della vita. Ed è anche simbolo di riscatto, la fiera spesso cacciata, vilipesa, marchiata di presagi nefasti in questo racconto ha un grugno dolce ed è pronta a lasciare cadere le setole, ad ammansirsi per istinto. Attacca per mancanza d’affetto e per paura dell’uomo, ha il terrore di essere vista, di svelare la sua fragilità eppure viene accolta e protetta.
Il mammifero artiodattilo non può abbandonare la sua natura, ma ne accetta l’ambivalenza, vive il desiderio tramite il ricordo. Non è strano dunque ritrovare su sirboni in laguna in attesa di essere sciolto dalle maglie di una società, che lo considera un reietto.
La storia si muove tra Cagliari e Venezia, due città d'acqua e di luce. Qual è il ruolo della "geografia dei sentimenti" nella tua scrittura? La neve di Venezia serve a imbiancare i ricordi o a nasconderli?
Mario Rigoni Stern in uno dei suoi capolavori, Stagioni, scrive: “Sono nato alle soglie dell’inverno, in montagna, e la neve ha accompagnato la mia vita.” Anche io, come lui, sono un veneto novembrino e come lui nato alle porte della stagione più amata, seppur in pianura. Da quando ho memoria la neve mi mette allegria, predispone alla gioia, a una dimensione in cui anche il dolore è azzerato. La neve congela il tempo, sottrae l’uomo al tempo e lo riconnette al resto del mondo. La neve rimanda alla fiaba, a una possibilità presente d’amore.
Ed è il senso della citazione tratta da un autore prediletto come Buzzati.
Per quanto riguarda il primo quesito della domanda lo spazio è tutto, abitiamo i luoghi, ne diventiamo un elemento, che attesta gli indizi della nostra presenza nonostante il nostro essere umani e finiti. Antonella Anedda in Isolatrìa afferma “chi osserva dimentica se stesso” e tale predisposizione permette di renderci noi stessi “paesaggio”.
Ecco che Cagliari e Venezia sono speculari, coabitano e sussistono sullo stesso piano, e nella mia scrittura forse sono le due vere protagoniste del racconto (e di un romanzo atipico che ho nel cassetto).
Questo libro vuole interrogarci su "cosa ci tiene umani". Per te, che ti occupi di studi di genere e letteratura comparata, il Natale è più un momento di tradizione rassicurante o di crisi dell'identità?
Nella realtà del contingente così come nella storia letteraria, nel cinema e nel mondo delle serie tv (penso agli immancabili speciali natalizi del Doctor Who) non manca di certo la visione weird o perturbante e i due elementi coesistono, uno non esclude l’altro, anzi sono costitutivi dell’essenza stessa del Natale. Detto questo se penso al 25 dicembre personalmente ho bisogno di sentirmi rassicurato, rispetto alle storture della società, ho bisogno di una catarsi (non di una redenzione), di un gesto di riconoscenza e di accoglienza… Insomma per me anche nella miseria, nella povertà e nelle difficoltà del quotidiano prevale la dignità dell’umano, che accetta di essere un elemento non primario del paesaggio.
Ad ogni Vigilia prendo in mano Dickens, Deledda, Rigoni Stern...
Il testo è punteggiato di termini sardi (tziu, deddu, eja, abbamele). Come concili questa "musicalità della memoria" con la tua attività di traduttore e poeta contemporaneo?
Anche su mangoni, il fenicottero, e le locuzioni e i vini e i cibi… Per immergersi in una cultura, bisogna sentirla propria, viverla... E il mondo sardo, come sostiene Antonella Anedda, è forse quello più vicino al russo, amatissimo…
Come poeta considero per esempio alcuni libri isolani delle vere e proprie pietre miliari: Passus di Lobina, Oremari di Angioni, Cantigos d’Ennargentu di Montanaru, Poesias in duas limbas di Màsala.
Sempre in punta di piedi, in segno di profondo rispetto, con e per amore.
Sabrina Gennari era già stata con noi l’anno scorso, quando per Sguardi di Natale aveva disegnato una gallina che cercava lo sguardo del lettore. Stavolta gli occhi dei personaggi guardano altrove.
Nel tuo disegno, la sfera di cristallo non è solo un dettaglio, ma sembra contenere un intero universo parallelo con due figure che camminano. Come hai lavorato sull'idea del “quadro nel quadro” per rappresentare il passaggio dalla realtà sarda al sogno veneziano descritto da Breda Minello?
La sfera di cristallo nel mio disegno funziona da portale: un oggetto magico che trasforma il sonno di Eleonora in un viaggio dalla Sardegna a Venezia. Il “quadro nel quadro” serve proprio a isolare questo momento di totale rivelazione. Mentre dorme, lei comprende il rapporto speciale che la lega a suo zio Elias. Per questo ho voluto rappresentarli entrambi lì, come viaggiatori mano nella mano in un universo parallelo, una sorta di rifugio emotivo. È un microcosmo sigillato, un mondo a sé stante che congela un momento di affetto familiare.
Il titolo del libretto è Silenzi di Natale. Rispetto alla gallina dello scorso anno che cercava lo sguardo diretto del lettore, qui la bambina guarda altrove, verso la stella. Come si traduce graficamente il concetto di “silenzio” in un'immagine che deve comunque essere celebrativa e natalizia?
Gli sguardi di Eleonora e dello zio escludono l'osservatore per perdersi a contemplare la stella. Questo elemento, che rimanda all'illustrazione passata, simboleggia la meraviglia e quei desideri profondi che si tengono per sé per non romperne la magia. Desiderio e generosità in queste due storie viaggiano sullo stesso binario. Sono forze intime, che non hanno bisogno di mettersi in mostra. Per questo Giroflà domina la scena. Con quella lettera tra le mani custodisce il suo desiderio e incarna il vero Natale: agisce senza spendere una parola, mossa da quell'umiltà generosa di chi sa che per stare bene non ha bisogno di avere di più. Eppure, il paradosso è che se guardo il disegno finito non percepisco un vuoto. Al contrario, sento un'eco potentissima generata dall'amore tra Eleonora ed Elias, e dall'impatto che il piccolo gesto di Giroflà potrebbe avere sul mondo. Viviamo in un'epoca intossicata dal chiasso, circondati da parole vuote e spese a caso a cui, purtroppo, ci siamo tristemente assuefatti. Il vero potere di queste storie è fare da scudo regalandoci uno spazio di silenzio dove, finalmente, possiamo tornare ad ascoltare solo ciò che conta davvero.
Il Natale di questo libro non chiede di fare rumore. Si regala, si legge ad alta voce, e magari concede, tra una pagina e l’altra, il tempo di alzare lo sguardo verso una stella.