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La poesia di Sebastiano Satta, il Vate (dimenticato) della Sardegna

La poesia di Sebastiano Satta, il Vate (dimenticato) della Sardegna La poesia di Sebastiano Satta, il Vate (dimenticato) della Sardegna

Adoro i viaggi nella letteratura dimenticata, mi chiedo se a volte la poesia o la prosa “maggiori” siano davvero così per ragioni di merito o semplicemente di fortuna… sicuramente l’una e l’altra cosa… Oggi, in coerenza con questo vagabondare nel tempo e nello spazio, affondiamo nei versi di Sebastiano Satta, anche detto Bastianu, uno dei più grandi poeti ottocenteschi della Sardegna più verace, nato e cresciuto in Barbagia, che, anche se per pochi anni (morì a soli 47 per le conseguenze di una brutta paralisi) scrisse poesie sia in italiano sia in dialetto, anzi, in lingua, sarda.
 

Cantare l’isola che adesso c’è


Quelli che sanno probabilmente mi correggeranno, ma se non sbaglio, Satta è stato il primo poeta a cantare la sua Sardegna, tanto che da lui ha preso spunto – e anche molti insegnamenti essendo stata sua allieva – nientepopodimenoché Grazia Deledda. È come se dai suoi versi la vecchia Sardegna, quell’isola misteriosa e assieme affascinante, terra di briganti, ma anche di pastori e, evidentemente, di poeti, avesse preso forma, dall’inchiostro che incontra la pagina, parola dopo parola, e così l’isola che prima non c’era, poi, a un certo punto, invece eccola lì.

Per dovere di cronaca, dobbiamo dire che Satta si formò ed esercitò la professione di avvocato, prima e contemporaneamente all’essere poeta, ma anche quella di giornalista per vari quotidiani sardi. Proprio per uno di questi riuscì a intervistare nel 1894 i banditi Derosas, Delogu e Angius, e a guadagnarsi perciò il suo quarto d’ora di visibilità nazionale. Ma è proprio dietro a un aneddoto come questo che si “cela” il segreto del successo di Bastianu: saper parlare alla gente, cogliere vizi e virtù degli abitanti della Barbagia, tra i quali si mescolava, perché in definitiva erano anche i suoi vizi e le sue virtù.

 

Per la gente, con la gente, tra la gente


Per cantarla a dovere, la sua isola e la sua gente, la sua città, Nuoro, con tutto il suo mondo interno e circostante, Bastianu scrive, e la forma di quello che scrive non può che essere definita “canto”, perché corale è la poesia che descrive a dovere un luogo e una popolazione.

Nei Canti barbaricini, dedicati, cioè, proprio alla sua Barbagia, che sono anche la sua raccolta più illustre, si ritrovano i paesaggi caratteristici a lui cari, con il profilo delle montagne ostili e la pace dell’amato mare, ma anche il sole, la luna e le stelle del suo cielo. E poi, dopo la natura e i luoghi, anche le persone che li abitano: dagli uomini con gli “schioppi” ai fabbri, i pastori e perfino i Santi venerati in quella terra.

Non mancano gli elementi autobiografici che fanno la poesia sublime, elevando la particolare esistenza di un uomo a parabola universale: è il caso della sua breve esperienza da padre. Nel 1907, infatti, nasce la figlioletta Raimonda per cui inizia un altro capitolo della sua poetica e si mette a scrivere Canti della Culla, che però saranno persi per sempre, seppelliti assieme a lei l’anno successivo, lo stesso in cui sarà colto dalla grave paralisi che in pochi anni lo porterà a raggiungere la piccola.

 

I Canti perduti… ritrovati!


E ora ecco una di quelle buone notizie che si vorrebbe ce ne fossero molte di più: nel 2017-2018, presso una famiglia di origini nuoresi ma ormai emigrata, che non si rese ben conto del valore, venne ritrovato un quadernetto autografo di Bastianu, contenenti 36 poesie inedite. Immagino che certuni a tenerlo tra le mani abbiano provato un brivido, analogo a quello che deve provare lo scienziato quando si rende conto di aver fatto una scoperta rivoluzionaria e sensazionale…

Nel libro che ne seguì furono pubblicate, assieme ai versi inediti, anche una quarantina di componimenti con le correzioni in calce che proprio Satta aveva riportato in quel quadernetto perduto, nonché circa nove liriche rivedute da alcuni esperti. Insomma, di certo una pubblicazione di grande valore letterario e storico che spazia dal tono più puramente elegiaco, per darsi anzitempo al Verismo là dove si parla delle classi sociali più basse fino al dramma delle cose personali, o al tono satirico riservato, invece, alla società, esaminata attraverso la lente d’ingrandimento del futile e dell’effimero.

Foto | Heather Cowper via Flickr 

L'autore: Roberta Barbi
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.

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Emozioni di Natale

editore: Graphe.it

pagine: 68

Due racconti su come il Natale possa emozionare ancora oggi, nonostante in molti lo definiscano solo una festa commerciale.

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