Il nostro viaggio alla scoperta dei poeti dimenticati oggi ci porta in Umbria, dove nel 1906 nasce Sandro Penna, che sarà ricordato come, tra quelli del Novecento, il poeta che maggiormente rifiutò la realtà ideologica, morale, politica, sociale e intellettuale del mondo in cui viviamo. E non lo fece soltanto all’interno delle sue opere, ma proprio con la sua esistenza: negli ultimi anni, per esempio, nonostante il successo, visse a Roma in semi-povertà, con la sola compagnia di un cane, uscendo pochissimo e quasi esclusivamente di notte, colpito da una piorrea che gli aveva fatto perdere tutti i denti.
Penna decide lucidamente di dedicare la propria vita alla poesia, già nel 1928, quando è ancora un giovane alla ricerca di uno sfogo per la propria personale sensibilità. È il periodo in cui per mantenersi fa i lavori più disparati: allibratore, correttore di bozze, commesso in libreria, mercante d’arte, contemporaneamente cercando di inserirsi nei circoli letterari frequentati da personaggi di rilievo.
La svolta avviene quando conosce Umberto Saba che lo incoraggia a perseguire i suoi obiettivi fino ad aiutarlo, nel 1939, nella pubblicazione della sua prima raccolta di versi, intitolata semplicemente Poesie, che gli aprirà le porte a collaborazioni con le principali riviste poetiche e letterarie dell’epoca.
La raccolta successiva, Appunti, uscirà solo nel 1950 e da lì, grazie anche alle recensioni di personalità del calibro di Pietro Citati o Giorgio Caproni, sarà un susseguirsi di pubblicazioni fino all’opera completa Tutte le poesie del 1970.
Nel 1970 gli viene assegnato il Premio Fiuggi per la poesia e questo delinea già un artista che poco o niente tradì i versi per la prosa o la narrativa. Segue nel 1976 Almanacco dello Specchio e poi Stranezze nel 1977, quando, poco prima di morire, gli viene assegnato il Premio Bagutta che a causa delle sue precarie condizioni di salute, non riesce però a ritirare.
Postumo uscirà Il viaggiatore insonne nello stesso anno e poi altre opere in cui ben si mette a fuoco ciò che chiamò l’autore alla poesia per tutta la vita, e cioè una continua ricerca d’amore gioioso in barba alle convenzioni dell’epoca – Penna era omosessuale – che ritorna in infinite varianti formali, quasi come un’ossessione, e in tutti i suoi componimenti.
Abbiamo già chiarito l’ideale di Penna di vivere la poesia come equivalente del desiderio e del principio di piacere, antitesi alla noia rappresentata dalla morale e dalla natura.
La poesia viene, dunque, intesa, come unico strumento per rendere accessibile questo piacere sul piano sociale e l’unico luogo in cui potersi esprimere in termini trasgressivi lecitamente, ma dovendo comunque fare i conti, poi, con l’insoddisfazione di venire inevitabilmente relegato ai margini della società sua contemporanea.
A questo, da un punto di vista stilistico, aggiungiamo che Penna è stato definito l’anti-ermetico: si distaccava, infatti, dal linguaggio in voga in poesia in quegli anni, preferendo un ritorno alla tradizione e a una lingua immediata, di facile comprensione per tutti, che rappresentasse la realtà in maniera diretta e con accentuate modalità descrittive.
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