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Sandro Penna: poesia, desiderio e vita quotidiana

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Sandro Penna: poesia, desiderio e vita quotidiana

Una scia malinconica e luminosa. Una luna che è come un bottone di madreperla appeso al cielo. Un vagabondare lieto e aereo che insegue la voce struggente e viva del desiderio. Dell’incontro casuale. Del protendersi e ritrovarsi (anche solo per pochi istanti) nell’altro.

L’amore omosessuale in Sandro Penna diventa fin da subito ebbrezza, sogno di felicità, ombra di luce, malinconia che arde senza per questo consegnarsi al buio della cenere. Alla distruzione che fa tabula rasa di ogni cosa.

Nei suoi versi irresistibilmente brevi. Nelle sue parole semplici, eppure ogni volta fonde d’echi, il Poeta trova la propria inequivocabile sintesi. Il punto di incontro tra disperazione e letizia. Viaggio e approdo. Ora è uno sguardo colto al volo a un angolo di strada, ora un sorriso che spezza il silenzio di un giorno basso e grigio, ora un giovane muscolo che, all’improvviso, guizza al sole e delizia il poeta. La sua eterna sete di bellezza.

A quel braccio saettante, a quello sguardo-giardino, a quella grazia senza tempo, Sandro Penna innalza, con la forza del proprio scalpello d’artista, un vero e proprio monumento. Mito e leggenda attorno a cui tutta la sua poesia – breve, precisa, senza mai sbavature – ruota instancabilmente. Un Olimpo inondato di sole di cui Ganimede è, in verità, l’unico dio. L’unica presenza.

Ma i critici, da che mondo è mondo, si sa, amano le etichette. Molti, ahimè, sembrano addirittura soffrire della sindrome dell’entomologo. Un entomologo, badate bene, con lo spillone perpetuamente in mano, pronto a classificare chiunque gli passi, anche per errore, sotto il naso. Così non ci sorprende scoprire che di fronte a un’opera come quella di Sandro Penna abbiano penato non poco, arrivando a definirlo ora antinovecentesco, ora sabiano insieme ad Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni.

Certo è (questo almeno mi sento di dire) che Sandro Penna ha saputo tracciare all’interno della nostra poesia un percorso del tutto individuale. Del tutto unico.

D’altronde non fu proprio lui a scrivere senza incertezze: «Felice chi è diverso / essendo egli diverso. / Ma guai a chi è diverso / essendo egli comune»?

 

Foto | WikiCommons
 

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