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Intervista a Gianfranco Lauretano, autore della raccolta poetica Questo spentoevo

Intervista a Gianfranco Lauretano, autore della raccolta poetica Questo spentoevo Intervista a Gianfranco Lauretano, autore della raccolta poetica Questo spentoevo
Intervista a Gianfranco Lauretano, autore della raccolta poetica Questo spentoevo

Un silenzio durato sette anni. Una pausa che ci immaginiamo come una stanza piena di echi. Di voci. Di dialoghi con vecchi Maestri del calibro di  Betocchi, Luzi e Caproni. Proprio a quest’ultimo, Gianfranco Lauretano ritorna. E vi ritorna con una fonda, partecipata ammirazione.

La sua ultima raccolta Questo spentoevo, pubblicata nella collana Le mancuspie, diretta da Antonio Bux per Graphe.it edizioni, è molto di più di un semplice omaggio. Di un pastiche poetico. Di un sapiente gioco letterario. La voce di Lauretano si fonde abilmente con quella di Caproni, ne fa vibrare le corde, ne evoca le suggestioni, creando sotto i nostri occhi, dentro il nostro cuore, un piccolo, grande universo dove  il tempo, quell’inarrestabile fuggitivo nato solo per tormentarci, si rinsalda in un’unità pronta a scavalcare la morte. A diventare, ancora una volta, vita e sentimento. Attualità e racconto.


5 domande a Gianfranco Lauretano

Poeti si nasce? Si diventa? La verità, si sa, non è mai una. Le voci si fanno invariabilmente discordi. Le scuole di pensiero si fronteggiano da un millennio all’altro senza arrivare mai a un accordo o a una conclusione. Qual è però la sua verità? Il suo percorso? Ci racconti come e quando è nata in lei questa intima urgenza di scrivere. Di essere (o diventare) poeta.
La prima volta in cui ho avuto coscienza di essere alla presenza della poesia come qualcosa che riguardasse la mia vocazione personale fu in seconda media, a dodici anni perciò. In pratica il merito è della mia insegnante d’allora, le cui lezioni sulla poesia mi affascinavano. E, direi, la cosa è progredita di maestro in maestro anche se, allontanandomi dalla giovinezza, non c’era più bisogno di un contatto diretto, “in presenza”, o meglio il contatto diretto erano le poesie, e i maestri potevano chiamarsi Betocchi, Caproni, Luzi (a dire il vero, con quest’ultimo il rapporto è stato anche personale). Questo mi porterebbe a dire che poeta si diventa. Ma, forse, un po’ lo si nasce tutti: c’è una vocazione squisitamente umana che è quella di guardare il mondo come segno, come simbolo addirittura: di guardarlo vedendo connessioni nascoste, perciò metaforiche. Quando ciò accade, quasi per grazia, scatta il desiderio di dirlo, addirittura cantarlo, cioè nasce la poesia. La prima parte, lo sguardo, è di tutti; la seconda, il riuscire a dirlo, è di qualcuno.

Vi è una sua raccolta poetica a cui si sente particolarmente vicino o da cui, in qualche modo, è rimasto sorpreso, perché l’ha condotta in luoghi inaspettati? Per sentieri ancora sconosciuti?
Certo, l’ultima. Per quanto un autore possa progettare un libro, infatti, il risultato è sempre inaspettato. Il libro stesso diventa un sentiero, perché un poeta (almeno, nel mio caso è così) non capisce subito ciò che scrive. Quando la poesia prende corpo invita a un approfondimento, a una continuazione della scoperta, a una permanenza ulteriore nella selva delle parole, che all’inizio, come sappiamo bene, è un po’ oscura, anche se le parole sono le proprie. Poi passa il tempo e si capisce qualcosa in più… ma la sorpresa è lì pronta a tornare, con un nuovo libro.

Quali sono i suoi poeti del cuore? Chi tra loro l’ha maggiormente influenzata? Chi le ha rubato per la prima volta il fiato?
Appartengono a due famiglie: i russi e i romagnoli. I primi fin dal tempo dell’università: la triste dama di Aleksandr Blok, Marina Cvetaeva che s’innamora di tutto ciò che respira, la sontuosa melodia di Osip Mandel’štam, il respiro dei respiri. I romagnoli perché sono i poeti della lingua della mia terra e, tra loro, la lirica fulminea e metafisica di Tolmino Baldassari, la pagana trascendenza di Walter Galli, la dolorosa riappropriazione di sé di Nino Pedretti. Tutti lirici, come si vede. Tra gli italiani, andando ancora indietro, Ungaretti, come tutti e, direi, come prima poesia fulminante fino a togliere il fiato, I limoni di Montale: tra gli italiani ho lavorato di più su Clemente Rebora, Guido Gozzano, Carlo Betocchi.

“La poesia, nel passato, era al centro della nostra società, ma con la modernità si è ritirata ai suoi margini. Io penso che l'esilio della poesia sia anche l'esilio del meglio del genere umano”. Così asseriva Octavio Paz. È d’accordo anche lei con questa sua celebre affermazione?
Con tutto il rispetto per Octavio Paz, no. Non ricordo un’epoca in cui la poesia sia stata al centro della società e starei attento a incaricare la poesia del mandato di salvare il mondo. A meno che si intenda la poesia non come forma d’arte, bensì come sguardo, come si diceva prima. Allora sì: ciò che la modernità ha esiliato è la facoltà di leggere il segno che è il mondo, di trascendere l’orizzontalità immanente della storia e di accedere a un’esperienza quotidiana della sacralità della vita. Questo è sotto gli occhi di tutti e perciò siamo impediti ad abitare poeticamente il mondo. L’esilio della poesia è sorretto dal nichilismo dolce di oggi, ed è strano che alcuni dei poeti più conosciuti si professino proprio così, nichilisti. Abbiamo perduto la consapevolezza che la vera etica è scegliere l’essere anziché il nulla.

A suggello di questa nostra breve intervista, le chiediamo un verso. Una strofa che meglio rappresenti, nei limiti del possibile, Questo spentoevo, la raccolta uscita per Graphe.it edizioni.
Propongo l’inizio e la fine della poesia che dà titolo al libro, dove si trovano anche passaggi ironici, politici, polemici, però in un contesto generale positivo, perché a queste poesie sembra di vedere che l’uomo non è perduto, anzi, proprio le cattive eventualità della storia sembrano ridestare il suo essere autentico. Perciò:

Questo spentoevo sta finendo
in un evento che si desta
alza la testa e smette il sonno.
[…]
Una nuova era viene mano a mano
un cane forte e lieto
che apre porte e reca pane
quotidiano, non fa la guardia
ma raduna il gregge. Tanto
il lupo non si accorge
è occupato alle sue orge.


 

L'autore: Giorgio Podestà
Giorgio Podestà Giorgio Podestà, nato in Emilia, si occupa di moda, traduzioni e interpretariato. Dopo la laurea in Lettere Moderne e un diploma presso un istituto di moda e design, ha intrapreso la carriera di fashion blogger, interprete simultaneo e traduttore (tra gli scrittori tradotti in lingua inglese anche il Premio Strega Ferdinando Camon). Appassionato di letteratura italiana, inglese e americana del secolo scorso, ha sempre scritto poesie, annotandole su quadernini che conserva gelosamente. Con Graphe.it ha pubblicato la raccolta poetica «E fu il giorno in cui abbaiarono rose al tuo sguardo» e il saggio «Breve storia dei capelli rossi».

Guarda tutti gli articoli scritti da Giorgio Podestà

Questo spentoevo

di Gianfranco Lauretano

editore: Graphe.it

pagine: 48

Una raccolta di poesie che è un dialogo tra poeti e riflette l’audace tentativo di Gianfranco Lauretano di catturare l’essenza poetica di Giorgio Caproni.

Commenti dei lettori

  1. piero grazia scrive: il: 16 feb 2024, alle: 19 : 08 : 01
    Da non perdere, ..da scoprirne l'intensità che sicuramente regala... ( ps. quando la presentazione a bologna ?)

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