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“Restituire voce a Wilma Montesi”: intervista a Chiara Ricci su Il silenzio sul mare

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“Restituire voce a Wilma Montesi”: intervista a Chiara Ricci su Il silenzio sul mare

A oltre settant’anni da uno dei casi di cronaca più discussi della storia italiana, il nome di Wilma Montesi continua a evocare interrogativi, ipotesi e zone d’ombra. La morte della giovane romana, avvenuta nel 1953 sulla spiaggia di Torvaianica, diede origine a una vicenda giudiziaria e mediatica che coinvolse politica, società e mondo dello spettacolo, segnando profondamente l’Italia del dopoguerra.

Nel saggio Il silenzio sul mare, pubblicato da Graphe.it, Chiara Ricci torna su quella storia con un approccio rigoroso e documentato, fondato su un ampio lavoro d’archivio e su una prospettiva precisa: restituire centralità alla vittima. Attraverso documenti, testimonianze e materiali spesso poco considerati, il libro propone una rilettura del cosiddetto “caso Montesi”, cercando di restituire dignità e voce alla giovane donna al centro della vicenda.

In questa intervista l’autrice racconta il lungo lavoro di ricerca che ha condotto alla scrittura del libro, le difficoltà incontrate negli archivi e le ragioni narrative che l’hanno portata a costruire il saggio con una struttura fortemente cinematografica.

Intervista a Chiara Ricci su Il silenzio sul mare

Perché tornare sul caso Montesi oggi? Che cosa ti ha spinta – a oltre settant’anni dai fatti – a riprendere e ampliare la tua ricerca, arrivando a Il silenzio sul mare? Qual era per te l’urgenza narrativa o civile?
Il caso Montesi è e resterà sempre uno dei fatti di cronaca nera più controversi la cui risoluzione è ormai impossibile. Quando ho deciso di avvicinarmi a questa storia ho voluto fermamente seguire due principi: leggere e consultare tutti gli atti, i materiali disponibili e mettere al centro della vicenda la vittima, Wilma Montesi. Ecco, credo sia proprio quest’ultima mia scelta a incarnare completamente la mia urgenza narrativa e, soprattutto, civile. Dalla morte di Wilma Montesi sono trascorsi oltre settant’anni e dal 1953 la storia, ahinoi, sembra non essere cambiata poi tanto. Io ho sentito semplicemente il dovere ma anche il bisogno, lo ammetto, di “conoscere” quanto più possibile questa ragazza e di restituire la sua storia nel modo più onesto, documentato e obiettivo possibile. È vero che il tempo passa ma la memoria non va dimenticata.

Una nuova lettura del caso. Tu parli di una “nuova chiave di lettura”, pur restando fedele ai documenti. Qual è l’elemento centrale di questa interpretazione rinnovata del caso Montesi?

Durante il lungo lavoro di ricerca, studio e scrittura il mio focus è sempre stato solo uno: Wilma Montesi. Non ho voluto che ci fossero interferenze di alcun genere: politiche, storiche, filosofiche, sociologiche… Il mio punto di fuga è stato Wilma Montesi e tutto ciò che ho letto, sottolineato, studiato doveva portarmi in questa prospettiva. Ho deciso di assumere una posizione così netta e precisa – ovviamente senza interpretare e/o tradire la realtà dei fatti e degli eventi – perché, in passato, nel raccontare della morte di questa ragazza in molti hanno perso la bussola dando priorità e spazio ad altri protagonisti di questa vicenda. Così, a mio modesto parere, si è persa di vista la storia e la persona di Wilma Montesi.

Restituire voce e dignità a Wilma. Dedichi il libro a Wilma Montesi, “donna incastonata nel tempo assieme alla sua verità”. In che modo hai cercato, da donna di oggi, di restituirle ascolto e sottrarla alla spettacolarizzazione che l’ha trasformata in un caso mediatico?

Mi sono avvicinata a Wilma Montesi e alla sua tragica morte in un modo, forse, un tantino insolito: da ricercatrice e studiosa (non sono giornalista purtroppo!), da appassionata della nostra memoria storica, da donna del terzo millennio. Io e Wilma siamo due mondi, per spazio e tempo, totalmente opposti e distanti. Più volte durante la lavorazione e la preparazione di questo saggio mi sono stupita del fatto che stessi scrivendo di una ragazza più giovane di me ma che, in realtà, potrebbe benissimo essere mia nonna. Mi sono trovata in una sorta di “terra di mezzo” dove il mio unico obiettivo è sempre stato quello di restituire spazio, tempo e dignità a questa giovane donna. Ho voluto avvicinarmi a lei e ascoltarla non solo attraverso le dichiarazioni dei suoi familiari e dei numerosi testimoni del caso, ma anche attraverso le foto, le immagini, i sogni, le lettere, le aspirazioni che lei aveva. Ho cercato di creare un vero e proprio dialogo con Wilma Montesi, ho tentato di ridarle voce, rispetto e dignità. Chi avrà desiderio e volontà di leggere nel libro scoprirà e credo si stupirà di come e quanto questa ragazza sia stata continuamente offesa e vilipesa.

Il cinema come impianto narrativo. Hai scelto una struttura fortemente cinematografica per raccontare una vicenda di cronaca. Perché proprio il linguaggio della settima arte era quello più adatto a questa storia?

Io sono una storica e critica del cinema. La settima arte scorre nelle mie vene perciò separarmene mi è complicato. Prima di occuparmi di Wilma Montesi, ho scritto diversi saggi monografici dedicati alla storia del cinema. Proprio Graphe.it (non smetterò mai di ringraziare il direttore Roberto Russo, grande professionista e persona dall’animo veramente nobile) ha pubblicato nel 2023 Anna Magnani. Racconto d’attrice. Ho scelto di utilizzare un’impostazione cinematografica per raccontare il caso Montesi perché, con i suoi personaggi, la sua fitta e intricata trama, i numerosi colpi di scena, il coinvolgimento stesso del mondo del cinema e di alcuni suoi protagonisti dell’epoca, si presta del tutto naturalmente. Anche per questo si è deciso di inserire nel testo una prima parte che spiega come la storia del cinema ha tratto ispirazione da questa vicenda e poi una possibile bozza di sceneggiatura, i titoli di testa e di coda, di suddividere il racconto in tre tempi con un intervallo, una scena finale, il backstage, director’s cut, le scene extra.

Ricerca d’archivio e materiali inediti. Il tuo lavoro si fonda su documenti originali e spesso inediti. Quali sono state le scoperte o le difficoltà più significative incontrate lavorando su questi materiali?

Devo ammetterlo: io adoro fare ricerche e immergermi negli archivi, nelle carte, nei documenti. Il caso Montesi è stato pane per i miei denti: ho consultato l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, l’Archivio di Stato di Roma, la Cancelleria penale dibattimentale di Roma e il mio archivio personale (composto da oltre seicento unità tra riviste, giornali e periodici dal 1932 a oggi). Ovviamente, poi, ho trascritto tutta la documentazione a mano sui miei colorati quaderni per avere più chiaro il quadro d’insieme. Ho riscontrato una certa difficoltà, ma a me piacciono le sfide, nel riordinare tutto questo materiale, anche perché incompleto. Durante le mie ricerche, infatti, ho riscontrato l’assenza di una parte dei documenti, di atti, di immagini. Certo, si deve anche riconoscere che sono trascorsi oltre settant’anni e il materiale (che non è digitalizzato) ha risentito di tutti i dispetti del tempo. In fase di stesura, invece, la difficoltà maggiore è stata nel trovare una consequenzialità e una coerenza. È capitato più volte che, dopo aver letto una deposizione ero certa di aver trovato un nuovo elemento e, nel documento successivo, tutto veniva ritrattato. Ecco, credo che capire e analizzare le incongruenze sia stata la difficoltà decisamente maggiore.

Dietro la “tesi del pediluvio”. Le indagini iniziali liquidarono la morte di Wilma come una disgrazia. Che ruolo ha avuto questa versione nel generare confusione o nel tentativo di allontanare l’attenzione dalle responsabilità più scomode?

La famosa “tesi del pediluvio” ha fatto epoca. Ancora oggi, molti si ricordano di Wilma Montesi come la ragazza morta a causa di un “pediluvio”. Ovviamente, razionalmente, non può essere questo il motivo di un decesso. Eppure all’epoca, tra conferme e smentite, attorno a questo elemento si è tentato – e in parte si è riuscito – a liquidare questo caso di cronaca. Una sorta di specchietto per le allodole o, più semplicemente, il tentativo di concludere in fretta quella vicenda che, nel 1953, scoperchiando il vaso di Pandora, è riuscita a far tremare lo Stato italiano. C’è da chiedersi, però, se Wilma Montesi sia stata solo un pretesto o un capro espiatorio. Poco dopo la sua morte l’Italia avrebbe dovuto recarsi alle urne. Quale miglior espediente per coinvolgere il figlio di un noto ministro per far saltare il “sistema”?!

L’“Intervista impossibile”: dare la parola a Wilma. Il libro si chiude lasciando parlare direttamente Wilma. Perché hai scelto questa forma e quale messaggio ha voluto affidarle in conclusione?

Scrivere offre la meravigliosa possibilità di tradurre in parole e, quindi, in realtà e in immagini la nostra fantasia. Dopo tanto tempo trascorso alla mia scrivania assieme a Wilma ho creduto fosse giunto il momento di farci una chiacchierata. Tra donne. Tra passato e presente. Naturalmente, seguendo lo stesso principio del mio libro, non viene affermato ciò che non si sa né tantomeno si cerca di proporre soluzioni che non possono essere – almeno in minima parte – confutate. Ho scelto di parlare con Wilma per chiederle ciò che dal primo giorno in cui ho deciso di scrivere di lei mi sono chiesta: “Come stai?”. E ho voluto ascoltare e tentare di immaginare la sua risposta. Ho voluto che Wilma ci guardasse anche con giusta severità. Nel mio piccolo ho voluto ringraziarla e ho voluto personalmente scusarmi con lei. Di tutto. Dopo oltre settant’anni era doveroso che le arrivassero delle scuse e che l’ultima parola fosse finalmente la sua.

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