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Due piccole tragedie: Aldo Setaioli racconta il latino di Michael von Albrecht

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Due piccole tragedie: Aldo Setaioli racconta il latino di Michael von Albrecht

Michael von Albrecht, uno dei massimi studiosi contemporanei della letteratura latina, torna a confrontarsi direttamente con i classici attraverso due composizioni drammatiche scritte in latino: L’elefantino di Annibale, ispirata ai Punica di Silio Italico, e Cesare nel bosco di Marsiglia, che riprende un episodio della Pharsalia di Lucano. Due piccole tragedie, in uscita per Graphe.it, mostra così un autore capace non soltanto di studiare la tradizione classica, ma di entrarvi nuovamente come poeta, utilizzandone lingua, metri e forme teatrali.

Al centro delle due tragedie ci sono Annibale e Cesare, ma lo sguardo di von Albrecht va oltre la ricostruzione del mondo antico. Nell’Elefantino di Annibale, la vicenda della piccola mascotte del condottiero cartaginese diventa una riflessione sull’odio, sulla guerra e sulla possibilità di superarla; in Cesare nel bosco di Marsiglia, la distruzione di un bosco sacro per costruire macchine belliche assume un significato sorprendentemente attuale, anticipando la riflessione sul rapporto tra guerra, natura e responsabilità verso le generazioni future.

A tradurre e curare il volume è Aldo Setaioli, professore emerito di Lingua e Letteratura Latina dell’Università di Perugia, già traduttore di altre opere di von Albrecht per Graphe.it. In questa intervista racconta le scelte necessarie per restituire in italiano la dimensione teatrale e musicale dei testi, dall’endecasillabo di ascendenza alfieriana alla lezione delle Odi barbare di Carducci, e approfondisce il modo in cui von Albrecht riesce a far dialogare la classicità con temi profondamente contemporanei. Si parla inoltre del rapporto con Silio Italico e Lucano, dell’umanità dei personaggi storici, della possibilità di riportare il latino sulla scena e, infine, di quella che Setaioli considera la caratteristica più sorprendente dello scrittore tedesco: la naturalezza con cui il latino torna, nelle sue mani, a essere una lingua viva.

Aldo Setaioli: tradurre e riportare in scena il latino di Michael von Albrecht

Professore, dopo aver curato per Michael von Albrecht volumi di epistole, satire e dialoghi, con Due piccole tragedie entriamo nel “genere scenico”. Come cambia l'approccio del traduttore quando il testo latino non è più solo da leggere, ma è pensato intrinsecamente per la rappresentazione e l'oralità?
Occorre in primo luogo entrare in empatia coi diversi personaggi che parlano e agiscono, poi cercare di collocarsi a un livello più distaccato e, per così dire, al di sopra delle parti, nella traduzione delle parti corali. È inoltre necessario mettersi dal punto di vista del lettore, in modo che questi avverta il diverso modo di porsi e di dialogare dei personaggi che agiscono.

Nella prefazione sottolinei come von Albrecht abbia dedicato studi fondamentali a Silio Italico, contribuendo a rivalutare un autore spesso trascurato. In che modo la “trasfigurazione favolistica” dell'episodio dell'elefantino riesce a dialogare con l'imponenza epica dei Punica?
Von Albrecht ha chiarito come Annibale, pur non cessando mai di vedere in Roma il nemico, finisca con l’ammirare la sua coraggiosa resistenza e la capacità di rialzarsi anche dopo le più disastrose sconfitte. Gli elefanti, che in realtà morirono ben presto, uccisi dal freddo e dalle malattie, sono presenti anche nella battaglia di Canne in Silio Italico. Questi li rappresenta come terribili macchine da guerra. Annibale aveva realmente un elefante preferito: Surus, l’ultimo sopravvissuto. In Silio anche questo viene descritto (senza che ne venga mai fatto il nome) come feroce e temibile, ma anche quasi come un alter ego del condottiero cartaginese. Nel testo di von Albrecht il preferito di Annibale è un elefantino e gli elefanti diventano elefantesse amanti della pace, che lo proteggono. Indubbiamente si tratta di un’invenzione di von Albrecht, ma non sarà fuori luogo collegarla con l’affetto umanizzante dell’Annibale di Silio per la moglie Imilce e il loro figlio bambino, che egli rimanda in patria per sottrarli ai pericoli. Il figlio rischiò di essere sacrificato a Baal; con la morte dell’elefantino inizia il declino delle fortune belliche di Annibale.

Ne L'elefantino di Annibale, le fiere vengono presentate come amanti della pace e “altrettante madri” per la piccola mascotte. Questa inversione della simbologia guerresca dell'elefante è solo un espediente poetico o riflette una sensibilità profonda dell'autore verso il superamento dell'odio?

Senza dubbio i motivi di questa inversione, accennati nella risposta alla domanda precedente, si legano alla sensibilità profonda dell’autore per il superamento dell’odio. L’Annibale di von Albrecht non solo ammira Roma e seppellisce onorevolmente Emilio Paolo, come in Silio Italico (e, molto più brevemente, già in Livio), ma va ben oltre: diversamente dall’eroe del poema, da tempo ha cessato di odiare Roma.

La tragedia su Cesare si ispira a Lucano per descrivere il sacrilegio del bosco di Marsiglia, ma si chiude con una profezia inquietante sul danno ambientale che colpirà i “tardi nipoti”. Ritieni che questo sia il punto in cui la “straordinaria sensibilità moderna” di von Albrecht emerga con più forza nel libro?
Sì, anche per il motivo che induce Cesare ad abbattere il bosco: usare il legname per costruire macchine belliche. Ai tempi di Cesare l’Europa era ancora quasi interamente coperta di foreste. Ma il gesto di Cesare, che per fare la guerra sfida l’aura di sacralità che ha fino allora protetto il bosco di Marsiglia, anticipa, anzi quasi simboleggia, il disprezzo dei moderni per la natura, che oggi viene violentata e distrutta (in nome del profitto, ma anche dalle guerre), mentre dovrebbe essere rispettata e tutelata come qualcosa di sacro da trasmettere intatto alle nuove generazioni.

Per la traduzione delle parti dialogate hai scelto l'endecasillabo, richiamando la tradizione tragica italiana di Alfieri. Quali sono state le difficoltà maggiori nel rendere in italiano i ritmi dei trimetri giambici e delle strofe alcaiche latine senza perdere il “tono della poesia arcaica”?

Non era possibile usare “trimetri giambici”, il che avrebbe significato un innaturale susseguirsi di endecasillabi sdruccioli. Ho optato per l’endecasillabo tragico alfieriano, ma inframezzando qua e là versi sdruccioli, come allusione al ritmo del trimetro originale. Per gli altri metri, in particolare per le strofe alcaiche dei cori, mi sono ispirato alle Odi barbare di Giosuè Carducci, conservando almeno l’andamento ritmico della strofa, dato che nella nostra lingua non è naturalmente possibile riprodurre gli schemi quantitativi.

Mentre la Sibilla vede in Cesare solo un “ometto” empio, von Albrecht inserisce la figura di Giulia, la figlia morta, per mostrarne il rimorso e l'affetto documentato. Questa scelta aiuta a “ritrovare l'uomo” dietro il personaggio storico, in linea con la missione di von Albrecht di rendere i classici ancora vivi?
Sì; l’affetto di Cesare per la figlia è documentato storicamente. In questo von Albrecht, che nel colloquio con Cesare nel suo Scriptores Romae aeternae non manca di esprimere riserve sulla figura di Cesare “dittatore” e fondatore del potere imperiale sulle ceneri della libera repubblica, del resto già morta, ritrova l’umanità del politico e del condottiero, che insieme con la sua grandezza di scrittore ne documenta la nobiltà e lo avvicina al lettore moderno.

Il volume nasce con l'auspicio che questi testi vengano recitati e persino cantati nelle scuole. In un'epoca di crisi delle materie classiche, credi che operazioni come questa possano davvero aiutare studenti e docenti a “riprendere la conversazione latina”?

Non credo che alcun insegnante di latino potrebbe proporre oggi la ripresa della conversazione latina come parte del programma di studi (nonostante i nobili e generosi sforzi che tuttora si fanno in benemeriti ma ristretti circoli). Tuttavia, alcuni degli studenti più interessati, anche provenienti da classi diverse, potrebbero a mio parere essere invogliati a dar vita in gruppo ai personaggi di queste tragedie, recitandole come attori in lingua latina. Pur in scala ridotta, questo non sarebbe più “innaturale” di una forma di teatro indubbiamente affascinante, come l’opera lirica. Credo anzi che potrebbe essere capace di entusiasmare un gruppo scelto di studenti altamente motivati.

Tu ormai sei il traduttore e curatore d'elezione di von Albrecht per la casa editrice Graphe.it. Cosa continua a stupirti della capacità di questo “canone universale della classicità” di parlare ancora oggi attraverso una lingua considerata “morta”?

Pur avendo conosciuto altri studiosi capaci di usare il latino come lingua viva, non ho mai incontrato nessuno che lo parla come una lingua davvero materna. Come a Michel de Montaigne, il latino gli venne insegnato come lingua viva, al pari del tedesco e il russo, fin dall’infanzia. È per questo che in mano a lui suona come perfettamente naturale. La solennità vi trova posto come il parlato di ogni giorno, non meno che la verve satirica. In uno dei suoi Sermones, per esempio, chiunque abbia una conoscenza anche solo letteraria del latino, si stupisce e si diverte nel riconoscere, quasi senza notare la diversità dell’idioma, il linguaggio della pubblicità di oggi. Per von Albrecht, che pure padroneggia innumerevoli lingue moderne, il latino è davvero il linguaggio che, non essendo proprio di alcuna nazione, può essere considerato quello universale di tutte.

 

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