Si è spento a 83 anni all’ospedale Molinette di Torino, dove era ricoverato da alcuni giorni per uno scompenso renale, Enzo Bianchi, da molti chiamato padre, monaco cristiano e saggista che per diversi anni è stato un vero e proprio punto di riferimento per l’ecumenismo cattolico.
Fondatore nell’ormai lontanissimo 1965 della Comunità di Bose, nel 2021 la Santa Sede ne aveva ordinato l’allontanamento forzato attraverso un decreto firmato dal cardinale segretario di Stato Parolin – in seguito a una visita apostolica durata un mese – rilevando all’interno della stessa comunità problemi legati all’esercizio dell’autorità del fondatore, alla gestione del governo e al clima fraterno, disponendo contemporaneamente l’allontanamento di altri tre membri. Nel 2022, inoltre, il Vaticano aveva anche ordinato ai vescovi il divieto di invitarlo nelle proprie diocesi.
Nato in una famiglia povera di Castel Boglione, in provincia di Asti, negli anni della guerra, si trova subito diviso tra un padre ateo convinto e mosso da un profondo senso di giustizia e solidarietà, e una madre di grande fede cristiana che però perderà presto. Dall’età di otto anni, infatti, le sue figure di riferimento diventeranno la postina del paese e la maestra, oltre, naturalmente, al parroco che gli abitava di fronte. Già negli anni della scuola superiore, aderisce al movimento giovanile democristiano e si adopera al miglioramento delle condizioni di vita dei suoi compaesani, unendosi al parroco nell’operazione di creazione di una cantina sociale locale. Con non poche difficoltà, riesce a iscriversi all’università di Torino, facoltà di Economia e commercio, dove avverrà la svolta della sua vita.
Enzo studente è molto attivo da un punto di vista politico, ma anche personale: fa amicizia facilmente con giovani di diverse confessioni cristiane con cui si confronta e dà vita ai primi gruppi biblici fondati sulla riscoperta di una vita cristiana radicale basata sull’ascolto del Vangelo. Inizia così a germogliare la sua vocazione alla vita monastica, insieme con la frequentazione della Comunità di Taizé e l’amicizia con il priore Schutz, il lavoro con l’Abbé Pierre, la scoperta della teologia e della spiritualità francese, l’inclinazione all’unità ecclesiale e la maturazione di un’idea di vita monastica ispirata a San Basilio. Così, l’8 dicembre 1965, data simbolica perché giorno di chiusura del Concilio Vaticano II, Enzo abbandona la carriera universitaria e si ritira in un eremo isolato e spoglio: la pieve di San Secondo, dove vivrà in solitudine per tre anni pregando e lavorando. Qui, nell’estate del 1968, lo raggiungono due persone che vogliono condividere la sua esperienza, ma uno è un pastore riformato svizzero, l’altra è una giovane donna: ha inizio così la vita di Bose, una comunità monastica ed ecumenica di fratelli e sorelle.
Riconosciuta come associazione privata di fedeli dal Codice di Diritto canonico, la Comunità consolida negli anni la sua esperienza di vita in condivisione, mentre il fondatore si dedica in particolare alla predicazione nelle comunità locali e non e nelle chiese cattoliche, protestanti e ortodosse. Diventato un punto di riferimento per l’ecumenismo cristiano, padre Enzo nel 2004 fa parte della delegazione inviata a Mosca da Giovanni Paolo II per la restituzione dell’icona della Madre di Dio di Kazan, mentre nel 2008 Benedetto XVI lo nomina come esperto alle assemblee generali del Sinodo dei vescovi, incarico rinnovato nel 2012. L’anno successivo – siamo nel 2013 – in occasione dei suoi 70 anni viene pubblicata la biografia La sapienza del cuore che raccoglie scritti e testimonianze di vescovi e altre personalità ecclesiastiche; nel 2014 Papa Francesco lo vuole come consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani. Nel 2016 padre Enzo annuncia le proprie dimissioni da priore della Comunità di Bose: sarà sostituito da Luciano Manicardi.
Foto | Niccolò Caranti, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons