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Giovanni Pascoli, poeta rivoluzionario e “decadente”

Giovanni Pascoli, poeta rivoluzionario e “decadente” Giovanni Pascoli, poeta rivoluzionario e “decadente”
Giovanni Pascoli, poeta rivoluzionario e “decadente”

Non si può dire di apprezzare o meno un poeta se non si sono lette le sue poesie. Sarebbe un po’ come giudicare un fornaio senza averne assaggiato il pane – non me ne vogliate per il paragone. È una cosa che semplicemente non si fa, ecco. Per questo oltre a dare definizioni letterarie sul poeta Giovanni Pascoli, peraltro uno dei più grandi della letteratura italiana, e anche per meglio capire queste etichette che gli vengono appiccicate addosso, nelle prossime righe lasceremo che a parlare siano soprattutto le sue poesie. Le più belle. Almeno secondo noi.

 

La più celebre poesia inesistente della letteratura italiana

Mi diverte molto iniziare questa disanima parlando di una poesia che in pratica non c’è più, o forse non c’è mai stata…

“Colla berretta d'un cuoco, faremo una bandiera”: è questo l’unico verso sopravvissuto di un componimento che stando ad alcuni studiosi, Pascoli declamò oralmente per poi distruggerne subito dopo l’unica copia che aveva scritta. Secondo altri, invece, tra cui la sorella Maria che curò la diffusione delle sue opere anche dopo la morte, semplicemente questa poesia non è mai esistita.

Ma andiamo con ordine. Il 17 novembre 1878 l’anarchico Giovanni Passannante attenta alla vita di Umberto I re d’Italia durante una visita di quest’ultimo a Napoli. Il re se la cava con poco, appena un taglio poco profondo al braccio sinistro, un po’ peggio all’accoltellatore che aveva compiuto il misfatto gridando: “Viva Orsini! Viva la Repubblica universale”, che, ferito alla testa, non viene immediatamente soccorso e viene tratto in arresto.

Ebbene, sembra che un giovane Pascoli, allora iscritto all’università dove aveva abbracciato l’impegno politico, dopo questo attentato scrisse e lesse pubblicamente in un comizio a Bologna un sonetto dal titolo Ode a Passannante, tuttora perduta come dicevamo, che costituisce una delle più famose poesie scomparse della nostra letteratura.

Per la cronaca: quando poi un altro anarchico, Gaetano Bresci, nel 1900 riuscirà nell’intento di uccidere il re, Pascoli comporrà la poesia Al Re Umberto:

In piedi, sei morto, tra i suoni
dell'inno a cui bene si muore:
in piedi: con palpiti buoni
nel cuore, colpito nel cuore:
[…]


sul campo; nell'ultima sera
guardando, tra i fremiti lieti,
che cosa, o Re morto? Una schiera
di giovani atleti.

 

Myricae

Questa raccolta di poesie apparsa per la prima volta nel 1891 e poi rimaneggiata in edizioni successive pubblicate fino al 1900, deve il suo titolo alla IV Bucolica di Virgilio in cui il poeta latino afferma che non tutti amano gli arbusti e le umili tamerici (in latino, appunto, myricae). Già con il titolo, dunque, Pascoli vuole mettere in guardia il lettore: quello che viene qui narrato è un dialogo che si evolve, nel corso degli anni, tra il poeta stesso e il suo “piccolo mondo” quello fatto della sua realtà quotidiana.

Non che manchino i grandi temi: la morte, ad esempio, è una protagonista ricorrente della poetica pascoliana; una morte evocata e vagheggiata, contemplata giorno dopo giorno nella natura circostante. Ne è una prova lampante il componimento intitolato Novembre:

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti. 

 

Più che microcosmo, il tema del nido

Abbiamo già parlato del senso di sicurezza ritrovato che Pascoli prova nel casale di Castelvecchio, in Garfagnana, dove fissa la sua dimora con la sorella Maria nel 1895 e dove si stabilirà definitivamente.
All’inizio questa casa, presa in affitto, costituisce un rifugio, un contesto agreste in cui scappare per ritemprarsi dalle frenesie della città; poi diventa per Pascoli qualcosa di più: un nido che riproduce il senso di sicurezza e di protezione di San Mauro. È qui, infatti, fra le tre scrivanie dedicate rispettivamente ai componimenti in lingua italiana, latina e greca, che prendono vita i più bei componimenti del poeta, raccolti poi nei Canti di Castelvecchio, editi nel 1903.

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Evidente già nel componimento Il gelsomino notturno, il continuo rimando tra il mondo della natura e quello della propria infanzia, tra il presente tranquillizzante della campagna che evoca un passato ricco di tumulti ed emozioni, trova il suo apice in La cavalla storna, in cui Pascoli torna sul dolore mai sopito per la morte del padre:

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia. 

 

Foto | Elaborazione grafica di Eugenia Paffile a partire da una foto di Giovanni Pascoli


 

L'autore: Roberta Barbi
Roberta Barbi Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.

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editore: Graphe.it

pagine: 82

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