Francesco Roat, filosofo e scrittore, è autore per Graphe.it di "Attualità dell'Imitazione di Cristo, un saggio che riavvicina i lettori contemporanei a uno dei testi più importanti della spiritualità cristiana. Dopo la Bibbia, l'Imitazione di Cristo è infatti il libro devozionale più letto e diffuso nella cristianità dal Medioevo a oggi, eppure rimane spesso poco conosciuto anche tra i credenti.
In questo volume accurato e ricco di spunti, Roat commenta e analizza i brani più accessibili dell'opera medievale, intrecciandoli con innumerevoli altre risorse spirituali e letterarie, dalle Scritture a T.S. Eliot, da Bernardo di Chiaravalle a Etty Hillesum. Il suo lavoro si configura come una vera e propria guida per chi vuole avvicinarsi oggi all'Imitazione di Cristo, offrendo strumenti concreti di lettura e interpretazione. Il suo obiettivo non è solo rivolgersi alla comunità cristiana, ma aprire questo strumento spirituale anche a chi non crede o appartiene ad altre confessioni, offrendo una chiave di lettura universale per affrontare la finitezza umana e opporle "la luce e il vero amore".
Abbiamo intervistato l'autore per comprendere meglio l'attualità di questo classico medievale e il suo messaggio per l'uomo contemporaneo.
L’Imitazione di Cristo è un testo molto diffuso ma poco conosciuto davvero: qual è l’aspetto che più l’ha colpita e che ha voluto restituire ai lettori di oggi?
Quello che colpisce è la sua essenzialità. L’autore non costruisce grandi sistemi teologici, non indulge in speculazioni astratte, ma scende immediatamente al cuore dell’esperienza: imparare a vivere in verità, senza inganni con sé stessi. È un libro che non si legge per erudizione, ma per trasformazione: ogni pagina mette il lettore di fronte a un esame interiore. Ho voluto restituire proprio questa dimensione di concretezza spirituale, che parla più all’anima che all’intelletto.
In che modo un’opera medievale come questa può parlare a chi vive nel nostro tempo, segnato da velocità, individualismo e ricerca di successo?
Proprio perché nasce in un’epoca diversa, il testo offre un contrappunto radicale. Se oggi siamo immersi nella cultura della prestazione e della visibilità, L’Imitazione di Cristo propone invece un cammino di interiorità, di silenzio e di autenticità. Non ci invita a fuggire dal mondo, ma a ritrovare un centro interiore che ci permetta di abitare il presente senza esserne travolti. In questo senso, è un testo sorprendentemente attuale.
Il libro non si rivolge solo a chi è già cristiano: quale invito o spunto può offrire a lettori di altre fedi o anche a chi non si riconosce in alcuna religione?
L’esperienza di verità, di raccoglimento e di umiltà non appartiene a una sola tradizione. Ogni cammino autentico, religioso o laico, passa attraverso la capacità di non lasciarsi dominare dall’ego, di distinguere l’essenziale dal superfluo. Il libro ci ricorda che la vita interiore è un bene universale: anche chi non condivide la fede cristiana può trovare in queste pagine un incoraggiamento a coltivare la profondità contro la dispersione.
Lei sottolinea l’importanza del raccoglimento e del distacco dalle “cose inessenziali”. Come si può coltivare questa dimensione interiore in un’epoca dominata dal rumore e dal digitale?
Non si tratta di demonizzare il mondo digitale, ma di imparare un nuovo ritmo. Il raccoglimento non nasce dal rifiuto delle cose, bensì dalla capacità di metterle al loro posto. Anche pochi minuti di silenzio al giorno, un tempo sottratto alla connessione continua, possono diventare una piccola scuola interiore. L’Imitazione di Cristo ci ricorda che il distacco non è fuga, ma libertà: significa non lasciarsi possedere dalle cose, per poterle vivere con equilibrio.
Uno dei punti più forti del testo è l’invito a trasformare la sofferenza in occasione di crescita. Come possiamo leggere oggi questa proposta senza cedere al fatalismo?
Non si tratta di esaltare la sofferenza in sé, né di subirla passivamente. L’autore invita a scoprire che nelle prove della vita c’è una possibilità di maturazione: impariamo a non identificarci solo con ciò che va bene, con il successo e con il piacere. La sofferenza, accolta e attraversata, ci apre alla compassione verso gli altri e a una libertà interiore più grande. È un invito a trasfigurare il dolore, non a idealizzarlo.
Lei ha già curato per Graphe.it l’edizione di Sulla vita felice di sant’Agostino. Vede un filo che collega Agostino e l’autore dell’Imitazione di Cristo? E che cosa ha imparato personalmente dal confronto con questi due classici della spiritualità?
Il filo comune è la ricerca della vera gioia, che non si trova nel possesso delle cose, ma in un orientamento profondo dell’anima. Agostino lo formula con la forza di un filosofo e di un teologo, Gerseno (o chi per lui) lo esprime con la sobrietà del monaco. Entrambi ricordano che la felicità non coincide con l’accumulo di beni o con il riconoscimento esterno, ma con la capacità di tornare a sé stessi e di aprirsi all’Altro. Personalmente, dal loro incontro ho imparato che i grandi testi spirituali non invecchiano: continuano a porre domande che ci inquietano e ci liberano, se abbiamo il coraggio di ascoltarle.