Dare voce a Benedetto Croce significa confrontarsi con un pensiero denso, rigoroso, lontano da ogni retorica facile. Claudio Carini, attore di lunga esperienza nella lettura interpretata, ha affrontato questa sfida prestando la propria voce ai testi raccolti in Una visita dello Stato Etico, curato da Maurizio Tarantino per Graphe.it Edizioni.
Il risultato è un incontro raro tra rigore filosofico e sensibilità interpretativa, in cui la voce si fa strumento discreto al servizio del pensiero. In questa intervista, Carini racconta il suo percorso di avvicinamento a Croce: un lavoro fatto di concentrazione, equilibrio e profondo rispetto per un autore che, anche nei momenti più bui della storia italiana, ha saputo mantenere lucidità e fiducia nella responsabilità morale dell'individuo.
Nel tuo lavoro di lettura e interpretazione, quali sono state le sfide più significative nel rendere “viva” la voce di Benedetto Croce?
La sfida principale è stata quella di trovare un equilibrio tra fedeltà al testo ed “energia” da infondere nella lettura ad alta voce. La scrittura di Croce è densissima e, allo stesso tempo, priva di ogni compiacimento retorico: non chiede enfasi, ma chiarezza e rigore. Nel lavoro di lettura ho cercato di rispettare questa natura del testo, individuandone il ritmo interno e accompagnando il pensiero senza sovrappormi a esso. In un testo così fortemente legato a un momento storico drammatico, la tentazione di “caricare” la lettura con accenti emotivi è forte; ho preferito invece una tensione misurata, lasciando che fosse la forza stessa delle argomentazioni a emergere.
C’è un passaggio o un concetto che ti ha colpito particolarmente e che ti sembra risuonare con il nostro presente?
Mi ha colpito soprattutto la fiducia di Croce nella responsabilità morale dell’individuo, anche quando il contesto storico sembra travolgere ogni spazio di libertà. La sua analisi del fascismo non si limita alla cronaca di un’epoca, ma indaga i meccanismi attraverso cui una società può abituarsi alla rinuncia critica, alla semplificazione, all’obbedienza.
Da attore e lettore esperto, come hai vissuto emotivamente o intellettualmente questo progetto?
La lettura ad alta voce, che per la sua stessa natura coinvolge innanzitutto la sfera emotiva, ha dato vita a una sorta di dialogo silenzioso con l’autore. Non ci sono personaggi o scene su cui costruire l’interpretazione: tutto si gioca nella precisione concettuale e nella continuità dell’argomentazione. Questo comporta una scelta di sobrietà in cui la voce deve farsi strumento più che protagonista. L’ho vissuto come un lavoro di grande concentrazione e responsabilità. Più che interpretare, ho sentito di dover mettere la voce al servizio del pensiero, facilitando un incontro tra Croce e l’ascoltatore.
C’è stata una frase o un momento che ti ha toccato in modo inatteso?
In tutti i brani del libro mi ha colpito la serenità con cui Croce affronta una realtà storica segnata dalla violenza e dalla sopraffazione. Le sue parole dimostrano come la forza di un pensiero possa manifestarsi senza alzare la voce o fare uso di facili slogan.
Se potessi riassumere l’esperienza di questo lavoro in una parola o in un’immagine, quale sceglieresti?
Direi l’immagine di una voce che procede accanto al pensiero, senza precederlo né forzarlo. Vorrei aggiungere che questo lavoro è stato reso ancora più significativo dalla cura e dall’intelligenza editoriale di Maurizio Tarantino, il cui rapporto profondo e non occasionale con il pensiero di Croce si avverte chiaramente nella costruzione del volume. La stima intellettuale e l’amicizia che ci legano da molti anni hanno reso questo progetto, per me, particolarmente prezioso.