Nessuna delle tre vite che arrivano in libreria il 26 ottobre comincia dove avrebbe dovuto. Una parte da un delitto in famiglia, un’altra da un’iscrizione al Conservatorio firmata da un padre, la terza da un nome che gli archivi non riescono a scrivere due volte allo stesso modo. Eppure tutte e tre approdano altrove: a un impero spinto fin quasi alle porte di Gerusalemme, al palcoscenico del Maggio Musicale, a un’Italia intera illustrata a colori.
Giovanni Zimisce (Gioacchino Strano, collana I Condottieri) è il caso limite. Nel 969 sale sul trono di Bisanzio dopo aver congiurato contro lo zio, Niceforo II Foca, e averlo assassinato: il legame di sangue non pesò nulla. La storia avrebbe potuto archiviarlo come usurpatore e basta. Strano, bizantinista, ricostruisce invece sette anni di regno in cui quell’uomo si rivela un tessitore di alleanze con la Chiesa e con l’aristocrazia, oltre che un tattico d’ingegno. Il libro è breve, 154 pagine, ma lascia una domanda scomoda: quanto contano le origini di un potere rispetto a ciò che ne viene fatto?
Con Tutta colpa del pianoforte (Marisa Sicolo, collana Logia) si cambia scena e registro. Il padre la iscrive al Conservatorio, lei aveva altro per la testa. Poi arriva un innamoramento lento e bruciante per la voce, e il talento, racconta, si scopre solo alla fine degli studi, quasi controvoglia. Mezzosoprano del Maggio Musicale Fiorentino, Sicolo ripercorre la Firenze degli anni Ottanta e Novanta tra Nino Rota, Zubin Mehta e Riccardo Muti, senza risparmiare il pitone giallo e gli scherzi tra colleghi che i grandi teatri non mettono in cartellone. È il libro per chiunque ricordi con orrore i pomeriggi di solfeggio, e a fine lettura quel ricordo fa meno male. La postfazione è di Susanna Trossero.
Io sono Nando (Chiara Pianalto, prefazione di Paola Biribanti, collana Techne minor) è un’indagine, e come tutte le buone indagini parte da un dettaglio. Studiando le vecchie pubblicità di Recoaro, l’autrice nota la sagoma di un illustratore onnipresente e inafferrabile, che gli inventari registrano ora come Mario, ora come Vanni, ora come Man. Ci sono voluti tre anni tra raccolte private e cataloghi per ricucire l’identità di Nando Rossi: quello dei manifesti per il Martini, la Motta e la Golia, delle copertine dei Gialli Mondadori, di una commedia per bambini illustrata in una notte, e di una casa progettata da cima a fondo. Sfogliarlo è come aprire un album di famiglia di tutti gli italiani del Dopoguerra, con i gusti e la morale che cambiano pagina dopo pagina.
Messi accanto, i tre libri dicono una cosa semplice e rara: l’inizio non è il verdetto. Si può partire da un’imposizione e finire in un teatro, partire da un crimine e passare alla storia per altre ragioni, firmare con tanti nomi e meritarne uno solo. Vale forse la pena di rileggere, stasera, il proprio punto di partenza. Magari è lì, in un cassetto di solfeggi dimenticati, che comincia qualcosa.