Da buon liberale ottocentesco ed europeo, Benedetto Croce aveva sempre sostenuto che anche il più estremo movimento politico era storicamente necessario. Forte di questa convinzione, Croce, pur deplorandone alcuni aspetti, guardò con favore alla nascita del fascismo, vedendolo come uno strumento capace, nel suo contrapporsi al comunismo, di riportare in equilibrio la bilancia della storia. Ma l’illusione durò poco. Il fascismo (e la sua variante germanica) si manifestò presto per quello che era: qualcosa che non si era mai visto e che a un uomo dell’Ottocento apparve in tutta la sua mostruosità.
La presa di coscienza di Croce, lenta e dolorosa, costrinse il vecchio filosofo a rivedere radicalmente il suo pensiero. Fu il tentativo estremo di trovare un posto nella sua filosofia della libertà a una “politica” nuova, vitale e violenta, «cruda e verde». Una “politica” che aveva creato i suoi miti reinterpretando secoli di storia; aveva cancellato le libertà fondamentali e imposto il suo potere controllando e indirizzando ogni ambito della vita individuale; aveva realizzato lo sterminio degli avversari politici e dei popoli “inferiori”.
In questa nuova concezione, la libertà e la civiltà non sono più per Croce il risultato necessario e fatale delle diverse spinte della storia, «la forma a cui tende e in cui si esalta l’universo», ma una cosa rara, preziosa, e sempre minacciata da forze atroci e terribili; come «il fiore che nasce sulle dure rocce e che un nembo avverso strappa e fa morire».
Così non fa meraviglia leggere in una lettera del dicembre 1945 a Togliatti, capo dei comunisti italiani e suo “collega” di governo, parole come queste:
E, per quel che si attiene al fascismo, quantunque io sia poco disposto a odiare (l’odio è un troppo grave e doloroso peso), così violento e tenace è il mio odio per esso, in tutti i suoi aspetti, che questo sentimento non si placa neppure ora che esso è morto, o piuttosto è mal vivo o sopravvivente.
Maurizio Tarantino
Foto | Archivio Eredi Dora Marra