Avete mai sentito parlare dei flâneur? Passeggiare e scrivere possono essere strettamente collegate tanto che una attività stimola l'altra e viceversa.
Il termine flâneur fu coniato a Parigi nel 1800, a indicare l'uomo che “vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell'osservare il paesaggio” (da Wikipedia). Fu il poeta Charles Baudelaire a rendere famosa questa attività che in italiano può essere tradotta con l'efficace “bighellonare”, o andare a zonzo. Baudelaire, attorno al 1850, confuso dai troppi cambiamenti notati a Parigi per via della caotica vita moderna causata dall'industrializzazione e per sopravvivere a questi mantenendo viva la propria vena poetica, decise di immergersi nella nuova metropoli con lentezza e senza alcuna meta, semplicemente per guardarsi attorno in una oziosa compenetrazione.
Che cosa serve per essere un vero flâneur? La capacità di abbracciare il fascino del perdersi nella propria città scovando in ogni angolo ragioni per sorprendersi e lasciarsi stimolare da dettagli o atmosfere, volti o luoghi. E poi pigrizia, nessuna urgenza, un'andatura rigorosamente lenta come quella di Baudelaire il quale – si dice – pareva portare a passeggio delle tartarughe al guinzaglio!
Il vero investigatore urbano elegge a stile di vita questo suo bighellonare, e si concede all'ozio ma con impegno e attenzione nell' indagare tutto ciò che lo circonda.
“Londra mi affascina e stimola esternamente, mi dà teatro, romanzo e poesia senz'altra fatica che quella di muovere le gambe per le strade”, annotava nel suo diario Virginia Woolf, che da questo tipo di passeggiate traeva spunto per il suo scrivere.
Hermann Hesse si concedeva alla natura, Joyce, Balzac, Allan Poe, Dickens ai paesaggi urbani, Woolf cercava ispirazione e felicità... Il suo stupore appare quando si dice meravigliata da “come interamente vivo nella fantasia; come assolutamente dipendo dagli zampilli di pensiero, che vengono mentre cammino, mentre mi siedo; cose che ruotano per la mia mente, componendovi un incessante torneo, che dovrebb'essere la mia felicità”.
A un flâneur serve riappropriarsi dell'entusiasmo di un bambino ma dando ampio spazio alle adulte malinconie; è un momento di solitudine che resta tale anche attraversando una folla, e la necessità di osservarla fa parte di quel cibarsi di tutto ciò che si riverserà poi nella carta.
A proposito di folla e solitudine, sembra esistano tre tipi di flâneur: c'è chi predilige osservare da un punto stabile, magari seduto ai tavolini esterni di un bar, o su un muretto, o magari appollaiato sui gradini di una vecchia scalinata (flanerie osservativa), chi ama passeggiare in città senza meta guardandosi attorno (flanerie esplorativa) e chi tra la gente decide di seguire qualcuno scelto a caso per un certo lasso di tempo per vedere dove lo condurrà, e scoprire qualcosa di nuovo da indagare (questa modalità viene definita shadowing).
In definitiva, la tradizione del flâneur da Baudelaire a Virginia Woolf vuole che si sia pronti ad avere nuovi occhi, a mettere in moto il pensiero anche senza logica, magari lasciandolo libero di fluire e ramificarsi, così come accade nel flusso di coscienza tanto caro a molti scrittori e di cui proprio Virginia Woolf si fece portavoce. E magari acuire la capacità di ascoltare, poiché tra mille voci sconosciute anche una frase dà vita alla letteratura.
“Londra è un incanto. Esco e pongo il piede su un magico tappeto giallo fulvo, e mi trovo rapita via, nella bellezza, senza neppure alzare un dito. Uno stupore le notti, con tutti quei portici bianchi e i vasti viali silenziosi. E la gente che sbuca dentro e fuori, leggermente, piacevolmente, come i conigli. Io guardo giù nel vicolo Southampton, bagnato come il dorso di una foca”. Lo scriveva Virginia nel suo diario il 26 maggio 1924. E, a Gordon Square, seduta, osservava le persone di passaggio anche se a volte, anziché descrivere questo via vai avrebbe voluto annotare ciò che dicevano gli sconosciuti, trasferendo sulla carta dialoghi rubati. Tuttavia si accontentava della leggerezza che l'osservare i volti in lei si insinuava a lenire malesseri interiori.
“I volti dei passanti sollevano il mio pensiero, gli impediscono di posarsi”.
Passeggiare e scrivere: la tradizione del flâneur da Baudelaire a Virginia Woolf giunge a noi oggi, dove di certo tanti di voi unendosi anche a scrittori contemporanei, praticano questa attività rilassante che lascia la mente libera di spaziare, con lo sguardo che impara a posarsi a su ciò che pare banale ai più ma che chi ama riempire delle pagine bianche vive come nettare prezioso e necessario. Necessario a cosa? A vivere di più facendo di meno, a creare uno spazio privato, a concedersi alla solitudine senza temerla. O a riabbracciare la cara amica noia, strumento liberatorio in particolar modo di questi tempi.
Ma, a proposito di questi tempi…
Oggi si parla di una nuova versione di flâneur, ovvero quella del cyberflâneur, e non lo vedrete passeggiare per le strade senza meta o seduto su una scalinata a osservare. No. Lui (o lei) naviga su Internet, passeggia in rete spesso senza meta alla ricerca di qualcosa che catturi la sua attenzione. Ma questa è un'altra storia, e ci sarà tempo per raccontarvela.
Foto | DepositPhotos