Virginia Woolf, nel dicembre 1910, scrisse: “Il carattere umano è mutato, si è fatto frammentario ed elusivo”.
Fin da giovanissima aveva cominciato a meditare su ciò che a suo avviso mancava alla letteratura e sul senso della sua stessa personale poetica, giungendo alla innovativa e audace convinzione che il romanzo ottocentesco non rappresentava certo i cambiamenti del '900, ma in particolar modo soffermandosi sui cambiamenti interiori che avevano investito anche gli esseri umani. Occorreva qualcosa di più realistico alla letteratura inglese, che umanizzasse i personaggi a dispetto di una trama confezionata con ordine, trama che poteva offrire solo una visione superficiale dell'uomo senza approfondire il suo vero io.
Così nasce la tecnica narrativa di Virginia Woolf: lo stream of consciousness, ovvero il flusso di coscienza.
Il monologo interiore è quello strumento che permise a Virginia di dar spazio all'interiorità dei suoi personaggi, lasciando emergere la loro vera essenza attraverso il pensiero. Ed ecco che affiorano nei suoi protagonisti desideri, vulnerabilità, sogni e bisogni, ricordi.
L'interiorità per l'autrice non è monocromatica ma multicolore, e se siamo fatti di colori siamo anche in continuo mutamento. Ribellandosi a ciò che riteneva fosse una tradizione letteraria forgiata da limiti maschili, priva di una vena lirica densa di piccole epifanie e di profondità libera da schemi, portò alla luce il buio e le dissolvenze degli esseri umani, tutto ciò che non si vede e necessita di spazio, di vibrare all'esterno per arricchire la conoscenza dell'animo umano.
In un oramai famoso articolo del 1919, la Woolf scrisse:
“Esaminiamo per un momento una mente comune in un giorno comune. Essa riceve una miriade di impressioni – banali, fantastiche, evanescenti o scolpite da una punta d'acciaio – che le provengono da tutte le parti. È come una pioggia incessante di atomi... Registriamo gli atomi così come essi cadono sulla mente e nell'ordine in cui cadono, tracciamo il disegno, per quanto sconnesso o incoerente sia all'apparenza, che ogni immagine o incidente incide sulla coscienza” (Gli anni, traduzione e cura di Paola Faini, Newton Compton).
Tra le tecniche narrative di Virginia Woolf, lo stream of consciousness [flusso di coscienza] ne rappresenta appieno il percorso e il bisogno interiore di scavare che così bene trova spazio nel suo scrivere.
Per Virginia Woolf non solo la scrittura è un'arte ma anche la lettura, e dunque l'approcciarsi a essa deve rappresentare arricchimento e conoscenza.
Come trarre da un libro letto piacere intenso e profondo? Nel suo saggio Come si legge un libro?, in poche parole e invitando il lettore stesso a cimentarsi nella scrittura aspirando alla profondità, riassume ciò che si ricava dall'interiorità dei personaggi:
“Provate a rievocare qualche evento che abbia lasciato una forte impressione dentro di voi, anche solo due persone che parlavano all'angolo della strada. Un albero che ondeggiava, un lampione elettrico che vibrava, il tono di quella conversazione che era comico ma anche tragico; un'intera visione, un'intera concezione di vita, sembrava racchiusa in quell'istante” (traduzione tratta da Io scrivo del Corriere della Sera, 5, 75)
Lo sapevano bene Proust in Francia, Svevo in Italia, Joyce in Irlanda: spostamenti sul piano temporale, rivoluzione della cronologia degli avvenimenti, flashback, associazioni senza apparente logica, metafore. L'immediato, il presente, che mette in moto dell'altro muovendo la coscienza proprio come un fluttuare avanti e indietro.
E cosa rivela questo tipo di scrittura? Il lato oscuro, la parte più segreta di noi che spesso anche a noi è estranea e sconosciuta. Non il lato più luminoso che emerge superficialmente bensì quello nascosto che affiora quando siamo soli, per via di un'immagine, dell'accostamento di parole o dell'inaspettato venir fuori di un ricordo.
Il flusso di coscienza rende vera protagonista l'interiorità piuttosto che la trama, il pensiero piuttosto che l'azione, il dialogo interiore piuttosto che quello diretto.
Libertà e disordine emergono da questo stile narrativo, la cui tecnica permette di entrare nella mente di ogni personaggio così presentato al lettore.
Sembra che la tecnica letteraria del flusso di coscienza abbia origine dalla freudiana libera associazione, usata per stimolare l'inconscio e far venire alla luce il sepolto passato che boicotta il futuro.
Vero è che il flusso di coscienza in narrativa permette di lasciar emergere un pensiero di cui non si era consapevoli; caos mentale, instabilità emotiva, nostalgie e rimpianti, conscio e inconscio ci spingono in quell'altrove dove tutti abbiamo qualcosa da scoprire: che ci completa o forse ci mutila ulteriormente.
Il flusso di coscienza abbracciato da Virginia Woolf ma anche da tanti altri scrittori dopo di lei, è fatto di intimità, evocazioni, elaborazioni e complessità, vagheggiamenti ma anche vaneggiamenti, ma tutto verte in un'unica direzione: la scoperta di sé. Che può rappresentare meta per i personaggi ma spesso diviene involontaria conoscenza anche per il sé di chi legge.
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