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Il sosia di Dostoevskij: l’incubo del doppio tra trama, forma e significato

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Il sosia di Dostoevskij: l’incubo del doppio tra trama, forma e significato

Il sosia è il secondo libro di Fëdor Dostoevskij, uscito nel 1846 sulla rivista «Otečestvennye zapiski», nello stesso anno dell’esordio con Povera gente. Dopo il successo di quel primo romanzo ci si aspettava un nuovo trionfo; arrivarono invece accoglienze fredde e giudizi severi. La storia di un piccolo funzionario pietroburghese che incontra un uomo identico a lui, e a poco a poco si sente espropriare della propria vita, parve a molti confusa e faticosa.

Eppure oggi Il sosia è considerato un passaggio importante nell’opera di Dostoevskij. Vi compare, in forma ancora acerba, l’indagine sulla coscienza divisa che tornerà nei libri della maturità.

La trama de Il sosia

Il protagonista è Jakov Petrovič Goljadkin, consigliere titolare: un funzionario di basso rango, ossessionato dalla propria rispettabilità e a disagio negli uffici come nei salotti di Pietroburgo. Una notte di novembre, dopo essere stato umiliato a un ballo in casa di un superiore, incontra per strada un passante che gli somiglia in tutto. Il giorno dopo lo ritrova nel proprio ufficio: è un nuovo impiegato e porta il suo stesso nome.

Da qui la situazione precipita. Il secondo Goljadkin è disinvolto, accomodante, abile nel conquistare superiori e colleghi; il primo, goffo e sospettoso, vede moltiplicarsi equivoci, scherzi e piccole umiliazioni. Il doppio gli sottrae il merito del lavoro, ne compromette la reputazione, lo rende ridicolo davanti agli altri. Goljadkin passa dalla paura a un impacciato tentativo di amicizia, poi all’avversione e a una guerra di lettere e di sospetti che lo isola sempre di più.

Come finisce Il sosia: il finale e le sue letture

Nel finale Goljadkin viene portato via in carrozza da una figura che sembra essere il suo medico, verso quello che il lettore intuisce essere il manicomio. Dostoevskij non scioglie mai del tutto l’ambiguità: il doppio può essere un’allucinazione, una proiezione, oppure l’incarnazione di ciò che Goljadkin vorrebbe essere e insieme detesta.

Il libro non offre dunque una spiegazione unica. La storia può essere letta come discesa nella follia, come racconto sulla vergogna sociale e sull’ansia di rango, o come variazione sul tema del doppio che la letteratura romantica, da Hoffmann in poi, aveva reso familiare. Le tre letture non si escludono.

Il problema della forma

Il punto debole del libro è la forma, e a dirlo è lo stesso Dostoevskij. Nel Diario di uno scrittore (1877) giudicò l’idea del racconto tra le più serie da lui portate in letteratura, ma ammise di non essere riuscito, nel 1846, a darle la forma adatta. Quando rimaneggiò il testo per l’edizione del 1866, restò insoddisfatto anche del risultato.

La narrazione è in terza persona, ma aderisce così da vicino ai pensieri di Goljadkin da diventare un lungo flusso di dubbi, giustificazioni e ripetizioni. I dialoghi sono fitti, i nomi tornano di continuo, l’ironia si mescola al grottesco. L’effetto voluto è restituire l’affanno di una mente che si sgretola; il prezzo è una lettura che può stancare e richiede un certo sforzo.

Il significato: alienazione e perdita di sé

Al fondo c’è la storia di un uomo che si sente estraneo a una società indifferente oppure ostile, e finisce per diventare estraneo a se stesso. L’altro Goljadkin è tutto ciò che il protagonista non riesce a essere: sicuro, adattabile, a proprio agio nelle convenzioni. Il terrore nasce dal sospetto che il rivale più temibile non sia uno sconosciuto, ma una versione di sé capace di vivere la vita da cui ci si sente esclusi.

Per molti critici Goljadkin è anche un primo abbozzo dell’uomo del sottosuolo, protagonista delle Memorie dal sottosuolo (1864). Lì Dostoevskij riprenderà il tema con mezzi espressivi molto più sicuri.

Dove collocare Il sosia nell’opera di Dostoevskij

Il sosia appartiene alla stagione giovanile, prima dell’arresto del 1849 e dei lavori forzati in Siberia. Per ricostruire il percorso dello scrittore si può partire dalla sua vita e dalle sue opere; per il passaggio ai grandi capolavori, dai cinque romanzi da non perdere.

Chi vuole chiedersi perché frequentare ancora oggi questo autore, senza retorica, può leggere Perché leggere Dostoevskij di Antonio Schlatter Navarro (Graphe.it, collana Pneuma), a cura e nella traduzione di Natale Fioretto, con prefazione di Valerio De Cesaris.

 

Foto | TinPics_ su Unsplash

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