Il 6 giugno 1949, commentando il grande successo elettorale della Democrazia Cristiana alle elezioni del 1948, Mario Scelba, esponente di spicco di quel partito e ministro dell’interno, inventò una nuova parola: “culturame”.
Credete che la Dc avrebbe potuto vincere la battaglia del 18 aprile, se non avesse avuto in sé una forza morale, un’idea motrice, che vale molto di più di tutto il culturame di certuni?
La parola era nuova, ma esprimeva in modo plastico un fenomeno antico e ancora oggi assai vivo: l’intolleranza dei politici, a volte anche il disprezzo, per gli artisti e gli scienziati, gli “intellettuali”, i “professoroni”. Gente che vive in un mondo di idee e di parole “difficili”, che non sa parlare al “popolo”, comprenderne i bisogni e gli umori.
Nel 1925 Mussolini parlò dal palco del Teatro Augusteo di Napoli e, per rafforzare la sua affermazione di non aver mai letto una pagina di Benedetto Croce, così sentenziò: «i filosofi risolvono dieci problemi sulla carta, ma sono incapaci di risolverne uno solo nella realtà della vita». Croce rispose il giorno dopo con una efficacissima lettera al “Mattino”, facendo notare che Mussolini non solo leggeva i suoi libri, ma ne rubacchiava anche interi periodi.
D’altra parte Croce, in uno dei suoi Frammenti di etica del 1922, aveva giudicato «turpe» l’atteggiamento degli intellettuali chiusi nella loro torre d’avorio e disinteressati alle volgarità della politica. Questo atteggiamento non solo offende «gli uomini che soffrono, e ai quali si offre vero e solido e durevole aiuto non con la cosiddetta beneficenza ed elemosina, ma col cangiare politicamente le condizioni delle società», ma deprime anche le arti e le scienze, che così «intristiscono, si fanno vuote e accademiche, frivole e pettegole».
Che si tratti di scrivere il Manifesto degli intellettuali antifascisti o di risanare le fatiscenti scuole del Comune di Napoli, di opporsi da solo in Senato ai Patti Lateranensi o di istituire biblioteche sulle navi degli emigranti, di mediare tra i partiti del CLN o di tagliare le indennità dei dirigenti del Ministero, per Croce le «faccende politiche» (come le definiva nei Taccuini di lavoro) sono una seccatura: interrompono il lavoro e provocano «nervosità»; ma sono anche un dovere, e vanno prese sul serio, tutte, le grandi come le piccole.
Maurizio Tarantino
Foto | Archivio Eredi Dora Marra