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Breve storia della letteratura rosa: intervista con l’autrice Patrizia Violi

Non solo il sogno dell’amore scandito da spasimi e bagnato da lacrime, e neppure la semplice evasione ricercata da donnette a stento alfabetizzate: la letteratura rosa è molto di più, e la Breve storia della letteratura rosa, puntuale e godibile saggio di Patrizia Violi, ce lo dimostra forte e chiaro.

Innanzitutto una fotografia sulla condizione sociale e culturale della donna, spesso impietosa e piena più di ombre che di luci, la letteratura rosa – il colore femminile, accogliente e rassicurante per antonomasia – è un genere in realtà molto complesso che tutti, con eccessiva superficialità, crediamo troppo spesso di conoscere…

Oggi proviamo a saperne un po’ di più, facendoci guidare tra i suoi meandri proprio da questa autrice.

All’inizio della nostra chiacchierata, mi sembra necessario circoscrivere un po’ l’argomento di cui si parla dandone una definizione…

Comincerei dall’aggettivo “rosa”, usato per definire lo storytelling sentimentale, una prerogativa esclusivamente italiana. Il colore è stato scelto perché è quello che caratterizzava, nell’immaginario collettivo di parecchi decenni fa, l’universo femminile. Quindi questa scelta configurò anche un limite di questa letteratura: romanzi d’amore creati appositamente per soddisfare le fantasie più romantiche. Lo schema del romanzo rosa è quello della fiaba. E naturalmente le uniche che avevano il diritto di sognare l’amore erano le donne. Gli uomini dovevano sognare altre cose…

Nonostante sia un genere spesso considerato di serie B, nel suo saggio scopriamo che ha origini piuttosto lontane… nel tempo è sempre stata così bistrattata?

Il prototipo di romanzo rosa risale al lontano 1740, scritto in forma epistolare dall’inglese Samuel Richardson. Si intitolava Pamela o la virtù premiata e la trama ricalcava la storia di Cenerentola. La protagonista era una servetta che riusciva a non soggiacere alle molestie del padrone e gestiva la faccenda così bene che alla fine riusciva anche a farsi sposare. Il romanzo ebbe un grandissimo successo ed è considerato un classico, ma ha sempre conservato lo stigma della storiella fatua, di letteratura per donnette. Lo stesso Umberto Eco scherzò su Pamela, dicendo che più di virtù premiata si trattò di virtù commercializzata. E questo fu solo l’inizio del bullismo letterario verso il “rosa”. Più tardi, in Italia verso la fine dell’800, Carolina Invernizio divenne famosissima con i suoi romanzi di appendice, un rosa dalle tinte un po’ dark, e anche lei non fu mai considerata troppo bene. Antonio Gramsci la definì: “Onesta gallina della letteratura popolare”.

Siamo sicuri che la letteratura rosa sia un affare solo di donne e per donne?

L’esclusiva di genere di questo tipo di letteratura è soprattutto un cliché: infatti nonostante sia sempre stato considerato poco virile mischiarsi con le storie sentimentali, anche gli uomini hanno contribuito al diffondersi di questo genere di romanzi. Magari in sordina, sotto pseudonimo. Come ad esempio Delly, nom de plume sotto cui si nascondeva, all’inizio del secolo scorso, una coppia di fratelli francesi: Jeanne-Marie Petitjean e Frédéric Petitjean.

 

Quali sono, secondo lei, i tre ingredienti che non devono mai mancare in un romanzo di chick lit che si rispetti?

La chick lit, nata verso la fine degli anni ’90 e molto in tendenza fino a una decina di anni fa, ha avuto una nascita più “nobile”, rispetto ai natali popolari della letteratura rosa più classica. Infatti, è nata nel 1995 da un esperimento letterario creato nel corso di scrittura creativa dell’Università dell’Illinois a Chicago. Il compito era creare racconti in un’ottica post-femminista, dove, appunto, le donne non erano più le inette del romanzo rosa classico, non passavano la vita a farsi belle e conservare la virtù per il principe azzurro. Ne sono tanti racconti ironici e realisti dove le protagoniste sono imperfette, buffe, sessualmente attive e soprattutto solidali le une con le altre. Questi appunto sono gli elementi fondamentali per una storia di chick lit.

Ultima domanda che riserviamo a tutti gli autori: come mai quest’interesse per la letteratura rosa? 

Perché questo genere, dietro un’apparente banalità, nasconde un’approfondita fotografia sociologica della vita delle persone. E soprattutto racconta l’evoluzione, e purtroppo anche l’involuzione, della condizione femminile nei tempi.

L'autore: Roberta Barbi
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.

Guarda tutti gli articoli scritti da Roberta Barbi

Breve storia della letteratura rosa

di Patrizia Violi

editore: Graphe.it

pagine: 90

Il rosa piace perché è analgesico: rassicura, perché semplifica la realtà, fa sognare e sperare che i problemi alla fine si aggiusteranno.

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