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Frasi di Giorgio Manganelli: le più famose

Frasi di Giorgio Manganelli: le più famose Frasi di Giorgio Manganelli: le più famose

Giorgio Manganelli, nato a Milano il 15 novembre 1922 e morto a Roma il 28 maggio 1990, è stato uno scrittore, giornalista, critico letterario, traduttore e anche teorico della neoavanguardia. Fu uno degli scopritori di Alda Merini (con cui ebbe anche una breve relazione) e lavorò con personaggi del calibro di Umberto Eco, Italo Calvino, Alberto Arbasino, Guido Ceronetti e Vittorio Sermonti. Non è un caso, pertanto, che le frasi di Giorgio Manganelli sono molto cercate e citate.

Nel corso della sua carriera collaborò con quotidiani come La Stampa, Il Corriere della Sera, Il Giorno, Il Messaggero e settimanali come L'Espresso, L'Europeo, Epoca e Il Mondo. Consulente editoriale di Mondadori, Einaudi, Adelphi, Garzanti e Feltrinelli, nel 1987 diede vita insieme a Dante Isella la Fondazione Pietro Bembo.

Fu anche un bravissimo traduttore: tradusse O. Henry, tutti i racconti di Edgar Allan Poe, T.S. Eliot, Henry James e George Gordon Byron.

La sua prosa è molto elaborata e complessa: la parodia e il sarcasmo con la sua penna diventano forme letterarie assai raffinate. Fra i racconti e trattati da lui scritti annoveriamo:

  • Hilarotragoedia (1964)
  • Nuovo commento (1969)
  • Sconclusione (1976)
  • Amore (1981)
  • Discorso dell'ombra e dello stemma o del lettore e dello scrittore considerati come dementi (1982)
  • Dall'Inferno (1985)
  • Rumori o voci (1987)
  • Encomio del tiranno scritto all'unico scopo di fare dei soldi (1990)
  • La notte (1996, postumo)

Fra i racconti fantastici, invece, abbiamo:

  • Agli dèi ulteriori (1972)
  • Centuria (1979)
  • Tutti gli errori (1986)
  • Il presepio (1992, postumo)

Numerosi anche i saggi critici, gli scritti di critica d'arte, la riscrittura di classici, le raccolte delle sue note di viaggio e raccolte dei suoi corsivi comparsi sulle diverse testate.

Frasi di Giorgio Manganelli: famose, ironiche e citazioni dalle sue opere

Diamo uno sguardo ad alcune frasi di Giorgio Manganelli per provare a conoscerlo meglio e invogliarvi a leggere i suoi libri.

Frasi famose e citazioni ironiche di Giorgio Manganelli

  • Dico talvolta: "Ciao, gatto!", e poi mi vergogno di avergli dato del tu.
  • Il paradiso deve evitare la terra ad ogni costo, per non ferire i piani accurati e incomprensibili della creazione.
  • In generale, gli scrittori sono convinti segretamente di essere letti da Dio.
  • Io amo i poveri, e soffrirei in un mondo senza poveri; i poveri sono le brioches dell'anima.
  • Leggere ti mette nel felice disagio in cui ti può mettere la cartomante o la lettrice dei fondi di caffè. Nel rileggere sprofondi. Nel leggere corri. Nel rileggere scavi. Nel leggere butti i dadi.
  • L'uomo vive di pane e pigiama.
  • La delusione più cocente e insieme più astratta della mia vita, e di molti altri come me, fu senza dubbio il mancato sbarco dei marziani nel decennio tra il 1950 e il '60.
  • Ogni viaggio comincia con un vagheggiamento e si conclude con un invece.
  • Una definizione del romanzo? Quaranta righe più due metri cubi di aria.
  • Una lunga, lenta infanzia, fa parte dei riti necessari alla produzione di un morituro.

Citazioni famose dalle opere di Giorgio Manganelli

  • Alla letteratura è essenziale evitare questo rapporto diretto: essa non parla al lettore, meno che mai al suo cuore; al contrario, gli si presenta, ma non gli si offre, gli impone la fatica di cercare un contatto; lo frusta, lo elude; non risponde alle sue domande. (Il rumore sottile della prosa)
  • Ciascuno vivrà, sempre, fuori, accoccolato alla porta chiusa dei sogni dell'altro. (Amore)
  • Detestare un'opera insigne conferisce stile e sottigliezza al nostro odio. (La favola pitagorica)
  • Il disamore uccide, l'amore tortura. (Amore)
  • Il labirinto, mi dico, deve essere labirintico. Non credo che possa tollerare una soluzione, né è possibile descriverlo. (Hilarotragoedia)
  • In generale direi che rendere difficile il lavoro del tipografo è sempre una buona cosa. (Il rumore sottile della prosa)
  • Infine, non senza stupore, e perfino una lacrimosa riconoscenza, io apprendo di essere vissuto, e mi trovo annotata sui polsini la frettolosa ironia di una biografia. (Amore)
  • L'autore è un sognatore, fondamentalmente; è anche un sognato. Sognato dalle sue parole, che sono i veri sognatori; l'autore è come un loro personaggio, deve recitare il ruolo che gli danno. (La penombra mentale)
  • L'importante è che l'angoscia coesista col gioco. (Una profonda invidia per la musica)
  • L'iracondia si accompagna alla volontà di migliorare il genere umano. (La penombra mentale)
  • L'unico lettore che conta è quello che non è ancora nato. E che magari non ci leggerà. (La penombra mentale)
  • La città molte cose ipotizza e propone di se medesima: anche uno scientifico progetto di morte della città, il suo pianificato suicidio. (Viaggio in Africa)
  • La cultura, come oggi si intende, quella cosa che ci viene dalla scuola, non serve a capire assolutamente nulla, ma solo a degradare l'esperienza a informazione. (Cerimonie e artifici)
  • La parola ha qualcosa da dire a colui che parla. L'intervista è un'occasione abbastanza singolare in cui colui che parla è parlato. (La penombra mentale)
  • La poesia rompe tutte le frontiere, è come un'investitura. (La penombra mentale)
  • Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile. (La letteratura come menzogna)
  • Mi piace molto la periferia. Io sono convinto che il vero centro sia periferico e che il centro ufficiale è una gibigianna giornalistica. (La penombra mentale)
  • Nel cuore di chi si occupa di letteratura, o perché si dà arie di scrivere, o si dice pago del leggere, si nasconde una profonda invidia per la musica. (Una profonda invidia per la musica)
  • Non abbiamo mai conosciuto dinosauri, ma senza di loro saremmo diversi. Non riusciamo a stare mai a lungo senza parlare dei nostri sconosciuti amici. Oziamo al caffè, leggiamo libri futili, ci interroghiamo sull’aldilà, andiamo a votare, ascoltiamo Brahms; poi, d’un tratto, l’antica tarantola ci morde: che ne è dei dinosauri? (Antologia privata)
  • Non credetegli quando dicono che lo scrittore deve adoperare una lingua che tutti devono capire. Non la deve capire nessuno! Figurarsi. Devono leggerla, rileggerla; sennò quale sarebbe la polivalenza linguistica dello scrittore nel tempo? (Jung e la letteratura)
  • Non credo alle generazioni ma ai singoli scrittori. (La penombra mentale)
  • Non dimenticate, non esistono parole per descrivere le parole, e descrivere il silenzio con parole diverse dal silenzio stesso, significa uccidere il silenzio. (Discorso dell'ombra e dello stemma)
  • Non si può avanzare che retrocedendo. (Il delitto rende ma è difficile)
  • Non sono certo che esistano i capolavori. Esistono dei miti che sono diventati marmorea forma. (La favola pitagorica)
  • Per questo le dico: si iscriva a Geologia. Vedrà quante metafore le verranno regalate. Non ricordo più cosa siano gli oligoscisti: ma quella, mio caro, quella è letteratura. (Il rumore sottile della prosa)
  • Può darsi che io sia pacato e sicuro, sebbene la cosa mi sorprenda. Sicuro certamente mi sorprende molto; pacato mi sorprende forse di più, forse di meno, siamo allo stesso livello. (Una profonda invidia per la musica)
  • Quale follia partorire fanciulli in una società che ha perso il gusto dell’antropofagia. (Il delitto rende ma è difficile)
  • Rileggere è una esperienza che non ha nulla a che fare con il leggere. […] La prima lettura può essere anche un innamoramento; ma esistono delizie di amorosità mentale che si abbandonano solo dopo anni di solidarietà, di complicità. (Il rumore sottile della prosa)
  • Scrivi, scrivi; se soffri, adopera il tuo dolore: prendilo in mano, toccalo, maneggialo come un mattone, un martello, un chiodo, una corda, una lama; un utensile, insomma. (Poesie)
  • Se l'oggetto del tuo amore non ti ama, dal punto di vista dell'amore non esiste. E se ti ama, non esiste perché l'amore ama sempre altro da ciò che crede e afferma d'amare. (Amore)
  • Sono qui assolutamente, impudicamente, esclusivamente come scrittore: ho scritto dei libri e solamente in quanto tale io posso parlare di quello che interessa attualmente a voi sperando che non andremo completamente d'accordo perché una condizione di accordo eccessivo mi metterebbe in una posizione di estremo disagio che spero mi risparmierete. (Il vescovo e il ciarlatano)
  • Tentiamo una definizione: lo scrittore è colui che è sommamente, eroicamente incompetente di letteratura. (Il rumore sottile della prosa)
  • Un signore amò follemente una giovane donna per tre giorni, riamato per un periodo di tempo all’incirca corrispondente. La incontrò per caso il quarto giorno, quando da due ore aveva cessato di amarla. Inizialmente, fu un incontro lievemente imbarazzante; tuttavia, il colloquio si movimentò, quando risultò che anche la donna aveva cessato di amare il signore, esattamente un’ora e quaranta minuti prima. (Centuria)
  • Una volta, la vecchiaia era come il deposito dell'esperienza. Era il fragile, prezioso, improbabile momento in cui il massimo dell'esperienza, sposato con il culmine dell'inefficienza, faceva del vecchio un re. Oggi, invece, noi rischiamo di produrre vecchi che, per dirla brutalmente, come unica esperienza hanno guardato la televisione. (La penombra mentale)

Incipit celebri di Manganelli

  • Che io sia Re, mi pare cosa da non dubitare. V'è in me un modo regale di pensare, di opinare, di fantasticare, che non finisce di stupirmi e di allietarmi. Non riesco a pensare a cose umili e povere; ogni cosa deve avere un nome, collocarsi in una gerarchia, incedere o strisciare, ma in modo emblematico. Penso alle aquile; specie al primo dilùculo, nel silenzio tra notte e giorno, nel freddo che anneghittisce, in mezzo al distratto sgomento dei fiori, penso ad enormi aquile, ali metalliche e sapiente malvagità degli occhi. (Agli dèi ulteriori)
  • Il presente volumetto racchiude in breve spazio una vasta ed amena biblioteca; esso infatti raccoglie cento romanzi fiume, ma così lavorati in modo anamorfici, da apparire al lettore frettoloso testi di poche e scarne righe. Dunque, ambisce ad essere un prodigio della scienza contemporanea alleata alla retorica, recente ritrovamento delle locali Università. Libriccino sterminato, insomma; a leggere il quale il lettore dovrà porre in opera le astuzie che già conosce, e forse altre apprenderne: giochi di luce che consentono di leggere tra le righe, sotto le righe, tra le due facce di un foglio, nei luoghi ove si appartano capitoli elegantemente scabrosi, pagine di nobile efferatezza, e dignitoso esibizionismo, lì depositate per vereconda pietà di infanti e canuti (Centuria)
  • Perché io scrivo? Confesso di non saperlo, di non averne la minima idea e anche che la domanda è insieme buffa e sconvolgente. Come domanda buffa, avrà certamente delle risposte buffe: ad esempio, che scrivo perché non so fare altro; o perché sono troppo disonesto per mettermi a lavorare. (Il rumore sottile della prosa)
  • Se ogni discorso muove da un presupposto, un postulato indimostrabile e indimostrando, in quello chiuso come embrione in tuorlo e tuorlo in ovo, sia, di quel che ora si inaugura, prenatale assioma il seguente: CHE L'UOMO HA NATURA DISCENDITIVA. Intendo e chioso: l'omo è agito da forza non umana, da voglia, o amore, o occulta intenzione, che si inlàtebra in muscolo e nerbo, che egli non sceglie, né intende; che egli disarma e disvuole, che gli instà, lo adopera, invade e governa; la quale abbia nome potestà o volontà discenditiva. (Hilarotragoedia)
  • Secondo ragione, dovrei ritenere d'esser morto; e tuttavia non ho memoria di quella lancinante decomposizione, l'opaca decadenza corporale, né delle smanie interiori, terrori e speranze, che dicono accompagnino il percorso verso la morte; ma sì rammento una tal quale aridità e del corpo e della mente; una neghittosità taciturna, un continuato distogliermi da pensieri gravi, per indugiare su immagini tra povere e sordide, quasi giocherellassi con le sfrangiate nappe dei miei terrori. (Dall'inferno)

Concludiamo questa selezione di frasi di Giorgio Manganelli con l'incipit di Pinocchio: un libro parallelo.

C'era una volta…
– Un Re…
No…
Quale catastrofico inizio, quanto laconico e aspro, una provocazione, se si tiene conto che i destinatari sono i "piccoli lettori", i "ragazzi", soli competenti di fiabe e regole fiabesche. A scrutare tra gli interstizi di queste sette parole, si scopre subito una favola nella favola, qualcosa che è prossimo al cuore d'ogni possibile favola. Il "c'era una volta", è, sappiamo, la strada maestra, il cartello segnaletico, la parola d'ordine del mondo della fiaba. E tuttavia, in questo caso, la strada è ingannevole, il cartello mente, la parola è stravolta. Infatti, varcata la soglia di quel regno, ci si avvede che non esiste il Re.

Foto | WikiCommons

Notte tenebricosa

di Giorgio Manganelli

editore: Graphe.it

pagine: 162

Una lunga riflessione sulla notte e un viaggio alla scoperta di Giorgio Manganelli: «Il dittico raccolto in questo volume è molto più di un invito alla lettura: un ritrovamento e una testimonianza, certo, ma forse anche un pegno che viene restituito». (Alessandro Zaccuri)

Un uomo pieno di morte

di Giorgio Manganelli

editore: Graphe.it

pagine: 64

La poesia come musa iniziatica e come rifugio dalla morte.

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