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Tutta colpa del pianoforte: Marisa Sicolo tra lirica, ricordi e una vocazione scoperta controvoglia

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Tutta colpa del pianoforte: Marisa Sicolo tra lirica, ricordi e una vocazione scoperta controvoglia

In Tutta colpa del pianoforte, Marisa Sicolo racconta una vocazione nata quasi controvoglia: è il padre a iscriverla al Conservatorio, ma è lì che la futura mezzosoprano scopre un amore lento e decisivo per la voce, la scena e il repertorio lirico. Il memoir attraversa la Firenze degli anni Ottanta e Novanta e le quinte del Maggio Musicale Fiorentino, tra grandi maestri, aneddoti inaspettati e il quotidiano esigente del teatro. 

Sicolo, pugliese di nascita e diplomata al Conservatorio di Bari, ha svolto una lunga carriera internazionale accanto a interpreti come Luciano Pavarotti, Katia Ricciarelli e Andrea Bocelli, e sotto la direzione di Riccardo Muti, Zubin Mehta e Claudio Abbado. Negli ultimi anni ha aggiunto alla musica la scrittura, che oggi considera un altro modo di fare musica.

Nell’intervista ripercorre il percorso che ha ispirato il libro: dal rapporto iniziale con il pianoforte alla scoperta del proprio talento, fino ai ricordi di Pavarotti e Muti. Tra le curiosità, una metafora gastronomica dedicata al coro — paragonato alle patatine fritte che accompagnano la bistecca alla fiorentina — e l’incontro ravvicinato con un pitone giallo.

Intervista a Marisa Sicolo: “Anche scrivere è un modo di fare musica”

Il titolo Tutta colpa del pianoforte suggerisce un inizio quasi conflittuale con la musica. Può raccontarci come un'imposizione di suo padre si sia trasformata in quella che lei definisce una “rivelazione” e un “amore puro”?

È vero, il titolo suggerisce un inizio conflittuale con la musica, ma per come si è evoluto l’approccio verso di essa, forse sarebbe stato più corretto intitolare il mio libro Se non fosse stato per il pianoforte. Ripensandoci, credo che la mia avversione fosse dovuta al fatto che mio padre suonava il pianoforte fino a tarda sera, disturbando il sonno di una ragazzina che il mattino seguente doveva alzarsi per andare a scuola. Ogni giorno, inoltre, metteva sul giradischi i suoi long playing e, ogni anno, mi portava al Teatro Petruzzelli di Bari ad assistere alle opere in cartellone. Evidentemente il suo amore sconfinato per la lirica stava già scavando un solco dentro di me, perché quando decise che avrei frequentato il conservatorio non opposi alcuna resistenza. Poi l'atmosfera di quel magnifico edificio fece il resto.

Nel libro lei scardina il mito dell'artista che nasce con il “fuoco sacro”, parlando invece di un talento scoperto controvoglia. Quale messaggio vorrebbe dare ai giovani che si sentono in colpa perché non hanno ancora trovato la loro strada?

Vorrei dire ai giovani che non hanno ancora trovato la loro strada di essere curiosi, di avvicinarsi con interesse a ogni attività e a ogni argomento, perché solo esplorando si scopre la propria vocazione. Inoltre, non devono lasciarsi scoraggiare dalle sconfitte; al contrario, imparino da esse, trasformandole in un'opportunità per migliorare e crescere.

Lei ha fatto parte del coro del Maggio Musicale Fiorentino per molti anni. Nel libro usa una metafora culinaria molto simpatica per descrivere il coro: ce la può spiegare e dirci perché, secondo lei, il lavoro corale richiede quasi più preparazione di quello del solista?

Nel libro paragono il coro alle patatine fritte che accompagnano una bistecca alla fiorentina. Con questa immagine, intendo dire che il coro rappresenta un ornamento e un supporto perfetto per un solista, ma che possiede un valore artistico e una bellezza propri, pienamente apprezzabili anche quando si esibisce autonomamente. A differenza dei solisti, generalmente specializzati in uno specifico repertorio, i coristi di un complesso corale di alto livello devono possedere un'approfondita preparazione tecnica e musicale che consenta loro di affrontare con competenza stili molto diversi, dalla polifonia alla musica contemporanea.

Il libro è ricco di aneddoti, come l'incontro ravvicinato con un pitone giallo o gli scherzi tra colleghi durante le recite. Quanto è importante l'aspetto giocoso e la complicità umana per sopravvivere ai ritmi estenuanti del teatro?

L'aspetto goliardico e giocoso nasce spontaneamente anche per la disposizione del coro durante le prove in sala. I coristi siedono fianco a fianco, mentre di fronte a loro c'è il maestro che insegna i vari brani. L'atmosfera ricorda quella di una classe: è quindi naturale che si creino complicità, che non manchino scherzi e momenti di allegria con i quali si affrontano meglio i ritmi estenuanti del teatro.

Lei ha lavorato accanto a leggende come Luciano Pavarotti e Riccardo Muti. Qual è il ricordo più “umano” o inaspettato che conserva di queste icone della musica mondiale?

Per quanto riguarda Luciano Pavarotti, ciò che mi ha colpito più di ogni altra cosa è stata la sua generosità. In occasione dell’opera Un ballo in maschera, infatti, il mancato rinnovo del contratto collettivo, una situazione che ciclicamente metteva in difficoltà il settore, aveva provocato uno sciopero sull'importante produzione. Nel tentativo di favorire un accordo tra l'orchestra e la direzione, Pavarotti offrì un contributo economico di notevole entità. Fu un gesto di grande sensibilità e responsabilità che mi colpì profondamente.

Per quanto riguarda il maestro Riccardo Muti, ciò che lo ha reso preziosissimo ai miei occhi è stata la straordinaria capacità di raccontare e spiegare ciò che stavamo per eseguire, inquadrandolo dal punto di vista storico e musicale e arricchendo le prove con aneddoti di grande interesse. Grazie a questo approccio, noi artisti acquisivamo una consapevolezza molto più profonda dell'opera e, di conseguenza, la qualità della nostra interpretazione cresceva in modo esponenziale.

Dopo una vita dedicata al canto, negli ultimi anni ha scoperto la scrittura. Com'è stato cambiare strumento espressivo, passando dalle corde vocali alla penna, per raccontare la sua storia?

Guardi, anche la passione per la scrittura è nata da un incontro casuale. Non nego che, già ai tempi della scuola, avessi una certa predisposizione: i miei temi piacevano molto all'insegnante, tanto che spesso mi chiedeva di leggerli davanti alla classe. 

La vera passione, però, l'ho scoperta quasi per caso, frequentando un corso online di scrittura narrativa. Da quel momento non ho più smesso di scrivere. In pochi anni ho completato dieci libri, esplorando generi diversi, ai quali sono affezionata come fossero creature nate dalla mia fantasia. 

Scrivere mi è sembrato, fin dall'inizio, un altro modo di fare musica: non più attraverso i tasti del pianoforte o la mia voce, ma con quelli della tastiera di un computer. E mi auguro di non smettere mai.

Foto | DepositPhotos + Archivio casa editrice

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