Il tuo browser non supporta JavaScript!
Vai al contenuto della pagina

Roberto Pasqua e le dieci voci silenziose di "Concerto in nero": disegnare la musica e l'oblio del Rinascimento

Leggi l'articolo

Roberto Pasqua e le dieci voci silenziose di "Concerto in nero": disegnare la musica e l'oblio del Rinascimento

A dare voce e volto alle dieci protagoniste di Concerto in nero. Dieci voci di donne dal Rinascimento di Giorgio Podestà non è solo la penna dell'autore, ma anche il tratto di Roberto Pasqua, illustratore, grafico e impaginatore diplomato alla scuola del fumetto "Grafimated" di Palermo. Alle sue illustrazioni, insieme alla prefazione di Valeria Palumbo, è affidato il compito di dare corpo visivo ad Arabella Stuart, Jane Grey, Maria d'Avalos e alle altre dame di un "concerto" che la Storia ha lasciato in ombra troppo a lungo.

Il lavoro di Pasqua nasce da una doppia ricerca: storica e visiva insieme. Partendo dalla biografia di ciascuna donna – origini, ambiente sociale, epoca e luogo – l'illustratore ha incrociato fonti scritte e iconografiche, muovendosi sulla scia di maestri come Auguste Racinet, per restituire con fedeltà costumi, ambientazioni e soprattutto gli strumenti musicali che, uno per protagonista, diventano il vero filo conduttore del libro: la viola di Arabella Stuart, la giga di Agnese Visconti, e così via, in un concerto ideale che è anche un concerto di destini.

Ne è nato un ciclo di tavole in bianco e nero, a inchiostro e matita, che rifiuta la sola cifra della morte per cercare, invece, l'eleganza e la vitalità di queste donne: negli abiti sfarzosi, nelle acconciature, nei dettagli degli strumenti, ma anche – come racconta Pasqua nell'intervista che segue – nello sguardo "leggero e libero" con cui ha scelto di ritrarre Maria d'Avalos, la figura che più di ogni altra gli è parsa vicina alla sensibilità contemporanea.

L'intervista a Roberto Pasqua

Per Concerto in nero hai dovuto ritrarre dieci donne vissute in epoche e luoghi differenti del Rinascimento. Che tipo di ricerca iconografica hai condotto per ricostruire fedelmente i costumi, le ambientazioni e, soprattutto, gli antichi strumenti musicali dell'epoca?

La ricerca è iniziata dalla storia e vita di ognuna delle protagoniste: sono partito dalle loro origini, l’ambiente sociale di nascita, il luogo e il periodo, poi ho consultato e confrontato quante più fonti scritte e visive riuscissi a trovare (in ragionevoli tempi materiali). Fortunatamente negli anni ho raccolto – come tutti i grandi maestri dell’arte e disegno insegnano (un nome fondamentale: Auguste Racinet, storico e studioso di abbigliamento e moda) – materiale che posso utilizzare per occasioni simili. Gli strumenti sono stati l’aggiunta ideale perché ogni epoca storica porta piccole e grandi differenze all’oggetto musicale raccontato, ed è stato interessante studiare in dettaglio le caratteristiche per riportare realisticamente ognuno di essi.

Ogni protagonista è associata a uno "strumento-totem" specifico, dalla viola di Arabella Stuart alla giga di Agnese Visconti. Come hai lavorato per integrare visivamente lo strumento con la personalità e il dramma di ciascuna donna?

Sono partito dal contestualizzare storicamente gli strumenti, quindi evitando il più possibile rappresentazioni visive anacronistiche degli stessi; successivamente ho cercato di immaginare dove ogni dama potesse suonarli, a volte in libertà, altre prima della inevitabile fine, immaginando note meste echeggiare dalle prigioni in cui alcune delle protagoniste hanno terminato la loro vita. Anche il modo in cui tengono lo strumento o l’espressione mentre lo suonano vuole narrare il momento che stanno vivendo. La parte interessante è che in alcuni casi lo sviluppo visivo è stato abbastanza naturale, poiché l’educazione nobile di quelle epoche imponeva le donne di sviluppare abilità musicali e non solo, come nel caso di Arabella Stuart che davvero suonava la viola.

Le tue illustrazioni accompagnano un saggio che parla di oblio e di storie tragiche. In che modo il titolo del libro e la sua atmosfera "dolente" hanno influenzato la scelta del tratto e l'uso del bianco e nero per queste tavole?

Vista la mestizia che domina le storie di queste donne, ho scelto di utilizzare il tratto a inchiostro mescolato con sfumature a matita, mantenendo una cupezza presente ma non opprimente nei toni e nelle atmosfere, o al contrario evidenziare la luce che illumina le protagoniste (non tutte sono nel momento peggiore della loro esistenza); non volevo rappresentare solo morte, ma la vita e l’eleganza di queste donne, per questo le ho disegnate “staccandole” dagli ambienti circostanti, attraverso un lavoro nei dettagli, negli abiti sfarzosi, nelle acconciature intricate e negli elaborati strumenti musicali.

La tua formazione proviene dalla Scuola del Fumetto. In che modo questa sensibilità narrativa e dinamica si riflette nel ritrarre figure storiche statiche, cercando di restituire loro vitalità e movimento interiore?

Un aspetto importante nel fumetto è la consequenzialità delle immagini; mentre nell’illustrazione – tanto classica quanto moderna – si rappresentano solitamente tutti gli elementi fondamentali della storia raccontata, una vignetta è un momento specifico di un fumetto, comprensibile anche a sé stante ma soprattutto unito al resto del corpus illustrato. Ho cercato di ritrarre le donne con questa idea, catturare un momento da inserire all’interno del libro. Le illustrazioni vogliono essere parti integranti del racconto.

Delle dieci protagoniste del libro, ce n'è una la cui storia o la cui iconografia ti ha maggiormente colpito durante il processo creativo?

Il mio animo “cupo” penserebbe a Jane Grey, regina per poco e giustiziata brutalmente, ma Maria d’Avalos è colei che nella mia testa ho immaginato più vicina alla contemporaneità. Nonostante le violenze che il suo ultimo marito, e boia, le infliggeva, non ha smesso di rincorrere ciò che voleva; ora la chiameremmo emancipazione, per questo l’ho rappresentata nella mia mente e su carta come uno spirito leggero e libero, disegnandola con uno sguardo sereno e degli elementi visivi, del suo “look”, che non si confacevano molto all’aspetto pubblico di una donna dell’epoca (ma lascerò al lettore l’impegno di scoprire di più).
 

Inserisci un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con un asterisco*