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Paolo Poli e l'arte della leggerezza: intervista a Gianluca Meis autore di “Un graffio elegante”

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Paolo Poli e l'arte della leggerezza: intervista a Gianluca Meis autore di “Un graffio elegante”

Paolo Poli è stato una delle voci più straordinarie del teatro italiano del Novecento: attore, regista, autore capace di trasformare ogni apparizione scenica in un evento memorabile. La sua arte si fondava su quella che lui stesso definiva "leggerezza", uno strumento paradossale attraverso cui riusciva a penetrare la realtà con profondità inaspettata, smascherando ipocrisie e luoghi comuni attraverso il sorriso anziché la denuncia frontale.

Gianluca Meis, psicologo, drammaturgo e cofondatore della compagnia Febo Teatro, dedica a Poli un omaggio che sfugge ai canoni della biografia tradizionale. Un graffio elegante, pubblicato nella collana Parva di Graphe.it, è prima di tutto un tributo sentimentale: un dialogo tra la voce che incantava l'infanzia dell'autore attraverso le fiabe e il dialogo adulto con quell'artista capace di far convivere sublime e pecoreccio, eleganza e provocazione.

In questa intervista, Meis ci accompagna nel percorso che lo ha portato a raccontare Poli attraverso le sue stesse parole e quelle dei grandi intellettuali che ne celebrarono l'opera. Emerge il ritratto di un arti-sta che ha fatto della libertà creativa il proprio manifesto, trasformando il travestitismo in critica socia-le, la profanazione dei classici in atto d'amore, la censura in occasione di dibattito sulla libertà d'espres-sione.


Intervista a Gianluca Meis

Il libro nasce come un “omaggio sentimentale” all’arte di Paolo Poli. In che modo il tuo legame personale con lui e la fascinazione per la sua voce hanno orientato la narrazione, distinguendola da una biografia più accademica?

Prima di avere un corpo e un nome per me Paolo Poli è stato soprattutto una voce. Quella di tante fiabe ascoltate da bambino e riprodotte da un mangiadischi che aveva un che di magico. Cenerentola, le storie classiche di Fedro, le filastrocche dei bambini buoni e le filastrocche dei bambini cattivi. Una voce dalle mille sfumature che ben si è impressa nei ricordi per poi farsi riscoprire anni dopo e completare così l'incantesimo. Per questo quando penso a Poli la prima cosa che mi viene in mente è la sua voce: conversare poi da adulto con quella voce non ha mai perso per un secondo la magia anche se i discorsi poteva avere tutt'altro contenuto. Così, ogni volta che ho avuto la gioia di parlare con lui, avevo come l'impressione che da un momento all'altro dovessero spuntare da qualche parte Cappuccetto Rosso, il lupo, i genietti dell'arcobaleno o l'elefantino Babar.


Poli diceva di aver sempre faticato a distinguere il sublime dal pecoreccio. Come hai raccontato nel libro la sua capacità di far convivere eleganza e provocazione, e cosa rivela questo “graffio” sulla società italiana del suo tempo?

La grande provocazione di Poli stava proprio nel riuscire a dire spesso cose anche tremende mantenendo inalterata un'eleganza che gli permetteva di declamare, con la stessa efficacia, versi della Divina Commedia o la Vispa Teresa, Satie o Carolina Invernizio, raccontare le estasi di Rita da Cascia o le trame assassine di Caterina de’ Medici. Poli ha sempre vissuto il teatro come uno spazio di grande libertà: ha scelto di essere impresario di sé stesso, restando indipendente dai Teatri Stabili e scegliendo liberamente i suoi testi. Questa autonomia credo sia stata la chiave della sua libertà creativa e della sua ironia corrosiva e dei suoi “graffi”, anche quando doveva far quadrare i conti da bravo “capo comico”.


Nel libro sottolinei come Poli mettesse spesso in scena figure femminili forti e controverse. Il suo travestitismo e la sua ironia verso i cliché di genere erano, secondo te, un modo per smascherare la volgarità e i luoghi comuni dell’epoca?

Il travestitismo e l’ironia di Paolo Poli verso i cliché di genere furono un dispositivo critico potentissimo, molto più lucido e consapevole di quanto spesso gli si riconosca. Le sue figure femminili non erano caricature gratuite, ma strumenti di smascheramento. Quando Poli interpretava una donna — che fosse l’eroina di una fiaba, una signora dell'alta società, una “femme fatale”, una maestra o una santa — non lo faceva per deriderla, ma per svelare la costruzione del femminile. Il suo travestitismo non “esagerava” il femminile: lo rendeva visibile come finzione. E così smontava, pezzo per pezzo, i ruoli che la società dell’epoca considerava naturali. L'Italia degli anni Cinquanta/Sessanta era piena di cliché di genere: la donna-madre, la donna-oggetto, la donna-tentatrice, la donna-martire. Questi stereotipi non erano neutrali: erano la vera volgarità, perché riducevano persone complesse a funzioni o fantasie maschili. Poli rispondeva con un’operazione chirurgica e comica: ingrandiva il cliché fino a renderlo ridicolo, lo rovesciava, lo ribaltava contro chi lo aveva prodotto.


L’episodio di Rita da Cascia e la censura che subì segnano un punto cruciale nella sua carriera. Che ruolo ebbe Poli nel dibattito sulla libertà di espressione e sulla “profanazione” dei classici nella scena teatrale italiana?

Poli ha sempre rivendicato il diritto del teatro di giocare, deformare e reinventare. Il “classico” per lui non era un testo sacro da rispettare, ma un terreno fertile da smontare, riscrivere, far così risuonare nel presente. Le sue versioni ironiche e paradossali di Collodi, Perrault, Andersen, D’Annunzio e perfino di testi medievali o rinascimentali furono spesso viste come dissacranti, ma in realtà rivelavano una profonda conoscenza filologica. La sua “profanazione” era un modo per liberare i classici dai piedistalli, restituendoli al pubblico attraverso la leggerezza, l’irriverenza e la libertà formale.

 

La collana Parva invita a riflettere a partire da una scintilla di lettura. Se Poli rappresenta una “leggerezza amara”, come la definisci tu, quale insegnamento ci lascia oggi sul valore della leggerezza in un mondo dominato da ascolti rapidi e distratti?

Ci sono artisti che sfidano la loro epoca imponendo la forza di una denuncia, e altri che la sfidano imponendo la forza di un sorriso. Paolo Poli appartiene a questa seconda, rarissima categoria. E non per mancanza di coraggio, anzi, al contrario. La sua arma fu la leggerezza, un’arma sottile, affilata, che ancora oggi ci interroga in un mondo dominato da ascolti rapidi, attenzione intermittente e indignazioni lampo.

Poli fu un maestro della metamorfosi: trasformava i classici, li rovesciava, li smontava e li ricomponeva con una grazia impertinente che non era mai mancanza di rispetto. Era, semmai, l’atto d’amore più sincero.  Per lui “profanare” significava riportare in vita: togliere la polvere, svelare il ridicolo, restituire ai testi la loro vitalità originaria. Che cosa ci insegna oggi questo gesto? Innanzitutto, che la leggerezza non è superficialità. Poli ci ha mostrato che si può essere profondi senza essere pesanti, cinici senza mai perdere ironia, liberi senza essere provocatori a tutti i costi. Nel suo teatro, il gioco era rigore, l’assurdo era analisi, la risata era uno strumento di svelamento. In un tempo in cui siamo abituati a contenuti rapidi, pensati per essere consumati e dimenticati, la sua leggerezza ci invita a un’attenzione diversa: un’attenzione che nasce dal piacere, non dalla costrizione.

C’è poi un altro aspetto fondamentale: la leggerezza come antidoto alla semplificazione. Viviamo immersi in un flusso di messaggi che promettono risposte semplici, soluzioni immediate, verità nette. Poli, invece, usava il gioco per complicare il mondo, per restituirgli le sue sfumature, la sua ambiguità vitale. Il paradosso, il travestimento, la comicità non erano fughe dalla realtà, ma ritorni più lucidi a essa. La graffiante leggerezza di Poli credo sia, appunto come più volte ribadito, una elegante forma di libertà. Nel suo gesto artistico c’era una liberazione profonda: libertà del corpo, del linguaggio, dei generi teatrali, dei ruoli, perfino delle aspettative del pubblico. In un’Italia ancora piena di censure, Poli spalancò una porta. Sorridendo e sorprendendo.

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