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Il sol del Lorenese: Daniel Muñoz de Julián e la poetica del crepuscolo

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Il sol del Lorenese: Daniel Muñoz de Julián e la poetica del crepuscolo

Esistono fenomeni naturali così quotidiani da rischiare l'invisibilità, finché lo sguardo di un artista o la penna di un saggista non tornano a illuminarli di nuova luce. In Il sol del Lorenese – edito in Italia da noi di Graphe.it – Daniel Muñoz de Julián compie esattamente questa operazione: un'indagine profonda e lirica sul tramonto, inteso non solo come evento astronomico, ma come fondamento della sensibilità moderna.

L'autore, avvocato e profondo conoscitore della storia dell'arte, si muove con eleganza tra le sale del Museo del Prado e le coste di Ibiza, tracciando una linea che unisce la maestria di Claude Lorrain — il primo pittore a fare della luce crepuscolare una "religione" — alla meraviglia dei viaggiatori romantici. Muñoz de Julián non si limita all'estetica, ma interroga la scienza, la filosofia e la storia, offrendoci una guida per reimparare a guardare l'orizzonte.

Dall'estasi di Lorrain agli applausi di Ibiza: intervista a Daniel Muñoz de Julián

Il libro si apre con una scena molto contemporanea a Ibiza, con turisti che hanno bisogno di un segnale stradale per trovare il punto panoramico del tramonto, e la contrappone immediatamente alla sensibilità di Juan Ramón Jiménez o Claude Lorrain. È stata questa contrapposizione tra la percezione moderna e quella storica del tramonto il punto di partenza che ha ispirato il libro?

In realtà, l'idea originale del libro nasce dalla fusione di due fascinazioni. La prima è figlia dello stupore provato di fronte al segnale che menzionava (com'è possibile che serva un'indicazione del genere?), mentre la seconda è legata alla contemplazione, presso il Museo del Prado, del quadro di Lorrain Paesaggio con l'imbarco a Ostia antica di santa Paola Romana (o L'imbarco di santa Paola), che ha su di me un influsso persino più potente di un tramonto naturale.

Lei dedica una parte importante del volume alla figura di Claude Lorrain, “il Lorenese”. Cosa l'ha attratta di questo pittore al punto da renderlo una figura così centrale? È stata la sua ossessione per la luce, la sua vita “pacifica” in una Roma esuberante o la sua capacità di dipingere un mondo mitico e nostalgico?

Direi che ciò che mi ha attratto inizialmente è stata la sensazione di trovarmi di fronte a un uomo — solo un uomo — che cerca di racchiudere in tele di dimensioni normali, e con una semplice tavolozza, qualcosa di colossale come un crepuscolo. Non è stato certamente il primo a provarci, ma direi che è stato il primo a farne una religione. Lo fece, inoltre, senza perdere la propria bontà, senza ricorrere a intrighi nonostante ne avesse l'occasione e mantenendo un grande senso della dignità del proprio mestiere.

Nel libro ricorda che John Ruskin disprezzava Lorrain, mentre giganti come Turner e Constable lo ammiravano profondamente. Perché crede che l'opera di Lorrain abbia generato reazioni così polarizzate? Cosa vede lei nei suoi paesaggi che Ruskin non è stato capace di cogliere?

Non posso certo correggere Ruskin né vantarmi di vedere in Claude Lorrain qualcosa che a lui sfuggiva. Io sono nessuno! Ruskin, come sarebbe accaduto in seguito con teorici o critici d'arte come Greenberg o Apollinaire, aveva l'obiettivo di aprire nuove strade e per farlo doveva posizionarsi nettamente a favore di coloro in cui vedeva l'alba di un nuovo mondo estetico, disprezzando allo stesso tempo chi rappresentava il passato che volevano lasciarsi alle spalle. Suppongo che l'onnipresenza e la fama raggiunte da Lorrain lo rendessero il candidato perfetto per incarnare il “vecchio” e il “superato”, soprattutto a causa dell'idea errata che la sua opera fosse ripetitiva o di valore puramente decorativo.

Il libro spiega con grande dettaglio gli “inganni” scientifici del tramonto: la rifrazione, il movimento apparente del sole, il fatto che l'orizzonte non esista. Perché ha ritenuto importante includere queste spiegazioni scientifiche in un saggio dalla natura così lirica e artistica? In che modo dialogano scienza e poesia nella sua opera?

Ritengo che l'approccio a qualsiasi fenomeno o concetto debba avvalersi di quante più discipline possibili per ottenere una visione ampia e non monocromatica. La componente scientifica è un accostamento imprescindibile. A maggior ragione in questo caso dove, al di là di ogni considerazione sulla bellezza o sui suoi significati, parliamo di un processo naturale in cui l'astrofisica, la geografia o la geodesia hanno tutto da dire. La scienza governa ogni cosa, dai nostri movimenti a quelli degli astri; d'altronde, come ricordato nel saggio, “la luce è il nostro dono più prezioso”.

Risulta sorprendente, come lei sottolinea, l'indifferenza estetica dei viaggiatori precedenti al Romanticismo nei confronti del tramonto. A cosa attribuisce questo cambio di sensibilità? Sono stati il Grand Tour e un'educazione artistica a insegnarci a vedere e apprezzare la bellezza del crepuscolo?

Più che l'educazione artistica o il Grand Tour, credo che la consapevolezza esplicita del fenomeno come qualcosa di bello e solenne appartenga molto più alla sensibilità del Romanticismo. Questi “occhi nuovi” nascono quando l'uomo inizia a intuire l'infinito, percependo la propria piccolezza di fronte alla grandiosità della natura. Mi riferisco al momento storico in cui l'uomo vuole essere tutto e si scontra con l'impossibilità di esserlo. È allora che inizia a farsi strada l'idea che il tramonto sia un evento definibile come splendido e pregno di significati.

Il libro si conclude con un'immagine molto potente: folle che applaudono il tramonto in tutto il mondo, come se fosse la fine di uno spettacolo. Cosa simboleggia per lei questo applauso? È un gesto di gratitudine, un modo per riconoscere il miracolo quotidiano o forse una metafora della nostra condizione di spettatori dell'eternità?

L'impulso di applaudire è certamente legato alla gratitudine per ciò che si riceve. L'applauso è sempre riconoscimento e gratitudine, e ha la virtù di unire chi lo compie. Nel caso dei tramonti, opera senza dubbio la percezione del fenomeno come uno spettacolo. La chiave è il movimento: si applaude il culmine di un processo di cui abbiamo seguito l'evoluzione fino a quando, visivamente, non possiamo più seguirlo.
 

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