C'è un debito che la Storia non ha mai saldato con le sue protagoniste femminili, e Giorgio Podestà ha deciso di provare a restituirlo, almeno in parte. In Concerto in nero. Dieci voci di donne dal Rinascimento (Graphe.it edizioni, collana “Notabilia”, con la prefazione di Valeria Palumbo e le illustrazioni di Roberto Pasqua), lo scrittore, poeta e traduttore mette in fila dieci figure femminili del Rinascimento – da Arabella Stuart a Parisina Malatesta, da Jane Grey a Isabella di Morra – accomunate da destini di violenza e ingiustizia, ma anche da una vitalità che la memoria collettiva non è riuscita a spegnere.
La chiave scelta da Podestà è musicale: ogni protagonista trova il proprio “strumento-totem” in un concerto ideale che richiama il “Canto delle dame”, l'ensemble di musiciste voluto alla corte estense. Nell'intervista che segue, l'autore racconta come è nata questa galleria di ritratti, il rapporto tra rigore storico e libertà narrativa, l'eredità di autrici come Maria Bellonci e Anna Banti, e perché scrivere di donne del Rinascimento significhi, inevitabilmente, parlare anche di oggi: di femminicidio, di potere, di una violenza che i secoli non hanno ancora imparato a disinnescare.
Nella prefazione si parla di “atto di tardiva restituzione”. Come hai selezionato queste dieci figure tra le molte donne dimenticate del Rinascimento? C'è un legame particolare che le unisce, al di là del tragico destino?
La selezione è avvenuta molto naturalmente. Più o meno senza che me ne accorgessi. Incontri lontani, letture casuali che hanno lasciato in me un segno profondo. Una traccia indelebile. Una galleria di ritratti, una raccolta di figure iniziata nell’infanzia (visitando un museo, sfogliando un libro, guardando un film) e culminata oggi con Concerto in nero. Un piccolo corteo di giovani donne unite non solo dalla drammaticità del loro destino, ma anche da una profonda ebbrezza per la vita. L’arte. La musica. La bellezza in tutte le sue forme.
Il titolo Concerto in nero richiama l'ensemble ferrarese del "Canto delle dame". Perché hai scelto proprio la musica come linguaggio per narrare queste biografie e come hai abbinato ogni donna al suo "strumento-totem"?
La musica è un linguaggio universale che travalica le barriere, abbatte i confini, annulla le distanze. Oggi, ieri, domani diventano (e come potrebbe essere diversamente?) un eterno flusso. Un concerto vasto e magico che ci parla e ci trascina, ci commuove e ci tocca ogni volta nel profondo. Ed è lì, nell’oscurità luminosa dell’ascolto, che sono nati gli abbinamenti. È lì che ogni singola voce ha trovato con rigorosa puntualità e partecipazione il proprio strumento totem.
Il tuo saggio si muove sul sottile confine dove la Storia incontra l'arte del narrare. Come hai bilanciato il rigore della ricerca d'archivio con la necessità di dare una "voce" narrativa e soggettiva a donne che per secoli sono state ridotte al silenzio?
Rispondo con due nomi: Maria Bellonci e Anna Banti. Due figure chiave. Due scrittrici che hanno saputo bilanciare impeccabilmente il rigore della ricerca d’archivio con l’arte della narrazione e, inevitabilmente, della fantasia. Il loro magistero (del tutto inarrivabile) mi ha guidato, indicandomi, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio, la via da seguire. Il porto a cui approdare.
Valeria Palumbo sottolinea che tu scriva "da uomo", ma riconosce il monopolio maschile del racconto storico che ha cancellato queste donne. Quali sfide hai incontrato nel cercare di immedesimarsi e dare voce a vissuti femminili così profondamente segnati dalla prevaricazione maschile?
In tutta onestà non credo di aver scritto una serie di biografie “da uomo”. Tutt’altro. La lezione di Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé è troppo viva in me per essere disattesa così clamorosamente. Scrivere da donna o da uomo è, in entrambi i casi, almeno dal mio punto di vista, un limite. Direi piuttosto che nel dare voce a queste figure femminili così duramente prevaricate dalla società patriarcale ho cercato di essere innanzitutto “persona”, di mettermi in ascolto della mia umanità più profonda e universale. Di quel sentire comune che va ben oltre il genere, radicato saldamente in quella dimensione androgina e fluida dove la il genere - uomo/donna - perde i suoi contorni netti. I suoi limiti polverosi. Le sue multiformi costrizioni. Come diceva anche Jung difficilmente puoi dire del tuo animo di quale sesso sia.
Il concerto è “in nero” perché le storie grondano sangue e amarezza, ma tu vi scorgi anche “vitalità e resistenza silenziosa”. Ritieni che queste donne, nonostante la sconfitta finale, siano riuscite a lanciare un "messaggio in bottiglia" giunto fino a noi?
Sì, ogni sconfitta. Ogni caduta rovinosa. Ogni proditoria ingiustizia porta con sé un atto di sfida. Di coraggio. Di determinazione. Una forza che, in un modo o nell’altro, non viene mai meno. Mai si esaurisce. Da Antonia Malatesta a Parisina, da Arabella Stuart a Margherita Farnese. Giusto per citare solo alcune delle protagoniste di Concerto in nero.
Nel testo si cita il termine “femminicidio”, che è entrato nel nostro codice solo molto recentemente. Scrivere di queste donne del Rinascimento è anche un modo per riflettere sulle dinamiche di potere e violenza che persistono ancora oggi?
Assolutamente sì. La storia dell’umanità gronda di sangue. Di efferatezze spaventose. Di ingiustizie inaccettabili. I secoli passano, gli uomini si succedono ad altri uomini, ma il male nelle sue varie forme e prevaricazioni non sembra conoscere mai fine o stanchezza.
Le tue pagine sono intrise di citazioni colte, da Leopardi a Tasso. In che modo la tua attività di poeta e traduttore ha influenzato lo stile di questo saggio?
In effetti Concerto in nero racchiude o, meglio ancora, tenta di racchiudere in sé più istanze. Poesia, storia, narrativa si intrecciano in una serie di brevi, drammatici soliloqui. Grida sussurrate da cui affiora l’essenza segreta delle sue varie protagoniste. Direi che in questo senso il libro raccoglie (e racconta) biografie poetiche. Ritratti interiori immortalati spesso e volentieri a un solo passo dal precipizio. Voci intime colte un istante prima di spegnersi o, come nel caso specifico di Margherita Farnese o Giovanna di Valois, di rinnovarsi.
Nella descrizione del libro si afferma che leggere queste pagine è “un piacere e un dovere”. Qual è la nota fondamentale che vorresti rimanesse nell'animo del lettore una volta concluso questo concerto?
Mi augurerei che l’eco di quelle esistenze continuasse a risuonare nell’animo del lettore non solo come monito ma anche come esempio di grande coraggio e dignità. Testimonianze di realtà che non vanno né dimenticate né sminuite e contro cui dobbiamo gridare tutto il nostro sdegno. Tutta la nostra indignazione.
Per il quadro di Thomas Wilmer Dewing: Courtesy National Gallery of Art, Washington