Thomas De Quincey, autore delle celebri Confessioni di un mangiatore d'oppio, è una figura letteraria complessa, il cui stile “anomalo ed eccessivo” può apparire inattuale. Tuttavia, per Claudio Gargano, autore del saggio Il mangiatore doppio (edito da Graphe.it), proprio in questa "anomalia" risiede la sua sorprendente modernità. L'opera di De Quincey, ricca di “dilazioni maniacali” e di uno “stile arabescato e ossimorico”, non va superata, ma accolta e lasciata invadere, come un valido antidoto a una letteratura contemporanea spesso “costruita a tavolino”.
In questa intervista, Gargano ci guida attraverso i punti salienti del suo studio, evidenziando come la figura retorica dell'ossimoro non sia solo uno strumento stilistico, ma un principio strutturante che rispecchia la realtà “plurima” dei nostri giorni (il bianco è “anche” nero). Scopriremo perché De Quincey appare modernissimo proprio in quanto anti-moderno, incarnando una natura “androgina” capace di contenere sé stessa e il suo contrario. Un percorso che tocca anche il nesso tra letteratura e droga (come strumento di conoscenza dell'ignoto) e che, nelle intenzioni dell'autore, mira ad accendere nel lettore la scintilla che lo spinga a interrogarsi sui propri “luoghi oscuri”.
Leggere Thomas De Quincey oggi può sembrare una “scelta inattuale” a causa del suo stile. Qual è stata la tua motivazione principale nello scrivere questo “breve studio” e cosa rende, a tuo parere, De Quincey rilevante per il lettore moderno?
Rispetto a un tipo di letteratura che, spesso, si affida alla figura dell'editor al fine di utilizzare uno stile normativo, scrivere uno studio su Thomas De Quincey significa, invece, trovarsi di fronte a un autore che, volutamente, si serve di una lingua “anomala” ed “eccessiva” e, in virtù di ciò, capace di spiazzare (ma, anche, di affascinare) qualunque lettore moderno che desideri avere a che fare con un vocabolario altro.
Il libro si propone di fornire una chiave di accesso per comprendere e apprezzare a fondo l’opera di De Quincey. Quale ritieni sia l’elemento più cruciale che un lettore dovrebbe cogliere per superare le “dilazioni maniacali” e lo “stile arabescato e ossimorico”?
Non credo che il lettore debba tanto “superare” lo “stile arabescato e ossimorico” di De Quincey quanto farsene invadere, lasciarsene conquistare senza opporre alcun tipo di resistenza, come valido antidoto a una letteratura che, salvo rare eccezioni, è oggi costruita a tavolino.
Nel libro evidenzi come l’ossimoro sia una figura retorica dominante nella prosa di De Quincey, ma anche un principio che struttura la sua esistenza. Potresti spiegarci meglio come questa tensione tra opposti diventi la chiave per comprendere la sua scrittura e la sua vita?
La figura retorica dell'ossimoro è la metafora più adatta per illustrare il tipo di scrittura che, a mio avviso, interpreta meglio la realtà del nostro tempo: una realtà che, lungi dall'essere binaria (bianco o nero), si presenta come plurima (il bianco è “anche” nero e viceversa).
Sostieni che De Quincey appare modernissimo, proprio perché anti-moderno. In che senso questa contraddizione lo rende ancora attuale e capace di parlare al lettore di oggi?
De Quincey può ancora parlare a un lettore moderno più di uno scrittore attuale proprio perché riflette quella che è la natura “androgina” o “ermafroditica” dei nostri giorni: una natura capace di contenere se stessa e, al tempo stesso, il suo contrario.
Le Confessioni di un mangiatore d’oppio sono presentate come un’opera che anticipa il nesso tra letteratura e droga, o meglio tra sogno e droga, modello per tanti autori successivi. In che modo il tuo interesse per la psichedelia ha influenzato la tua analisi di De Quincey?
Mi ha interessato in quanto la droga, intesa come strumento di conoscenza dell'ignoto, è, per parafrasare Borges, un ramo della letteratura fantastica.
Il tuo libro fa parte della collana Parva, che si propone di “porre domande e far scaturire riflessioni” come “una piccola scintilla… causa di un grande incendio”. Quale scintilla speri di accendere nel lettore con questo studio su De Quincey?
Spero di accendere nel lettore la scintilla che lo spinga a interrogarsi su quello che è il suo inferno, come direbbe Manganelli o, secondo James Ellroy, quelli che sono i suoi luoghi oscuri.