Qualcuno esce di casa con la scusa di comprare una matita. Qualcun altro alza gli occhi verso le nuvole e si chiede se la pioggia arriverà davvero. In fondo stanno facendo la stessa cosa: imparare a stare nel tempo senza volerlo dominare.
Sono le due uscite di maggio di Graphe.it, e arrivano insieme quasi per caso — o forse no.
Su e giù per le strade di Londra è la nuova traduzione italiana di Street Haunting, il saggio che Virginia Woolf pubblicò nell'ottobre del 1927 sulla “Yale Review”. Il pretesto è di quelli che solo lei sapeva trovare: ha bisogno di una matita, e decide di uscire a comprarla nel tardo pomeriggio d'inverno. Quello che segue non è una passeggiata, è una forma di dissolvenza: Woolf si fa anonima tra la folla, diventa — come argutamente nota Nadia Fusini nella prefazione — qualcosa di più simile a un fantasma che a una passante. Street haunting, appunto: il verbo degli spettri, non degli umani. In queste sessanta pagine tradotte da Giorgio Podestà troviamo la voce interiore della scrittrice nel momento in cui sceglie di non essere riconoscibile, di osservare le storie degli altri senza pretendere di averne una propria.
Nel saggio c'è anche una libreria di libri usati — e non è un dettaglio secondario. Woolf ci entra, ci si perde tra gli scaffali, e sono proprio quelle pagine a ispirare la nota critica che chiude il volume, firmata da Marco Bosio, che riflette sul rapporto tra la scrittrice e gli spazi del libro vissuto, consunto, passato di mano in mano. A completare il volume, un ritratto della scrittrice realizzato da Roberto Pasqua, illustratore con cui Graphe.it collabora da tempo.
Si legge in un'ora, e si ha la sensazione di essere usciti anche noi.
Cielo a pecorelle di Carlo Lapucci non assomiglia quasi a nient'altro nel catalogo di Graphe.it, e questo è già un buon segnale. Lapucci è uno studioso fiorentino di letteratura e tradizioni popolari, e in questo volume costruisce qualcosa di monumentale nella forma di un'enciclopedia alfabetica: tutti i detti, i proverbi, le credenze sul tempo atmosferico che l'umanità ha accumulato dalla Grecia classica a oggi. La cosa inaspettata non è la mole della ricerca — 256 pagine con rigore filologico che non pesa mai — ma la tesi sottostante: le condizioni atmosferiche sono rimaste uno degli ultimi fili di collegamento diretto tra l'uomo moderno e l'ordine naturale. Non coltiviamo più il cibo, non stagioniamo il legno, non camminiamo su grandi distanze. Ma guardiamo ancora il cielo. Parliamo ancora con il vicino di “che tempo fa”. E ripetiamo detti che in alcuni casi hanno più di duemila anni, senza sapere di farlo. Lapucci li raccoglie, li esamina, li restituisce al lettore con quella curiosità contagiosa che appartiene ai grandi eruditi quando decidono di scrivere per chiunque voglia capire, non solo per chi deve studiare.
I due libri non dialogano tra loro in modo ovvio. Eppure entrambi propongono la stessa operazione: rallentare abbastanza da accorgersi di quello che c'è sempre stato, ma che si è imparato a non guardare. Woolf esce per comprare una matita e finisce per raccogliere un'intera città. Lapucci apre un proverbio sul vento e finisce per raccontare cosa siamo stati per millenni, e cosa rimane di tutto questo nelle parole che diciamo ogni giorno senza pensarci.
Due libri che, ciascuno a suo modo, insegnano a stare fermi un momento — prima di decidere dove andare, prima di sapere che tempo farà.