Immaginate un uomo che con la stessa passione scala le vette del Monte Sirino, gigante della Basilicata, e penetra i misteri del Vesuvio, per poi immergersi nei testi sacri del Buddismo e contemplare l'infinito. Giuseppe De Lorenzo (1871-1957) fu tutto questo: geologo di fama internazionale, esploratore instancabile e filosofo dell'anima, una figura che ha saputo coniugare il rigore della ricerca scientifica con la profondità della contemplazione spirituale.
Nato il 24 aprile 1871 a Lagonegro, piccolo centro della Basilicata che oggi conserva la sua memoria attraverso la sezione locale del Club Alpino Italiano e un premio in suo onore, Giuseppe Giovanni Angelo De Lorenzo conobbe presto il sapore amaro dell'essere orfano. Ma fu proprio questa durezza della vita a forgiare il carattere di chi sarebbe diventato uno dei più grandi intellettuali del Novecento italiano.
Le montagne lucane furono la sua prima università: qui imparò a leggere le stratificazioni rocciose come pagine di una storia millenaria, qui sviluppò quella capacità di osservazione in loco che lo avrebbe reso famoso. A soli ventitré anni si laureava con lode in Scienze Naturali all'Università di Napoli, iniziando una carriera fulminea che lo avrebbe portato dalle cattedre di Catania (1905-1907) a quella napoletana, dove insegnò geografia fisica e geologia fino al 1941.
De Lorenzo fu un geologo d'altri tempi, quando la scienza si faceva ancora con gli scarponi ai piedi e il martello da geologo in mano. I suoi studi sulla stratigrafia e tettonica dell'Italia meridionale – dalla Basilicata ai Monti Picentini, dalla Calabria settentrionale fino a Capri – rivoluzionarono la comprensione geologica del Mezzogiorno.
Ma fu il vulcanismo la sua grande passione. Quaranta contributi scientifici dedicati ai giganti addormentati della nostra penisola: il Vesuvio con i suoi capricci millenari, il Vulture lucano con i suoi antichi segreti, i Campi Flegrei con la loro inquietante vitalità. La sua monografia History of volcanic action in the Phlegraean Fields (1904) divenne un caposaldo internazionale, tanto da valergli la nomina a socio straniero della prestigiosa Geological Society di Londra.
Non era solo un raccoglitore di dati: De Lorenzo sapeva raccontare la Terra. Le sue opere scientifiche avevano il respiro della grande letteratura, la capacità di rendere comprensibili anche ai non addetti ai lavori i misteri del nostro pianeta. La terra e l'uomo (1912) rimane un esempio di come la divulgazione scientifica possa essere al tempo stesso rigorosa e appassionante.
Ma c'era un'altra anima in questo scienziato lucano. Grazie agli amici tedeschi Emil Böse e Karl Eugen Neumann, De Lorenzo scoprì il Buddismo e se ne innamorò perdutamente. Per quarant'anni si dedicò allo studio del pali e del sanscrito, producendo una quarantina di pubblicazioni che lo resero noto anche in Oriente.
Non fu una conversione superficiale: De Lorenzo abbracciò totalmente la dottrina buddhista, trovandovi una risposta al problema del dolore universale. Opere come India e Buddhismo antico (1904), Oriente ed Occidente (1931) e Scienza d'Occidente e Sapienza d'Oriente (1953) testimoniano questa profonda trasformazione spirituale. Era convinto che la sapienza orientale potesse completare la conoscenza occidentale, che la scienza dovesse dialogare con la spiritualità.
All'Università Federico II di Napoli, De Lorenzo era una leggenda vivente. I suoi studenti lo adoravano per la capacità di rendere affascinanti anche gli argomenti più complessi, per le citazioni colte che arricchivano ogni lezione, per quella visione ampia della vita che sapeva trasmettere. Era un professore che non si limitava a insegnare la geologia: educava a guardare il mondo con occhi diversi.
Senatore del Regno dal 1913, continuò a produrre fino alla fine: circa 250 opere che spaziano dalla geologia alla filosofia, dalla paleontologia alla letteratura. Anche dopo il pensionamento nel 1941, non smise mai di interrogarsi, di scrivere, di cercare. Gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e la tragedia delle bombe atomiche lo spinsero ancora di più verso la consolazione del Buddismo, che definì "la consolazione della mia morte".
Quando Giuseppe De Lorenzo si spense a Napoli il 27 giugno 1957, lasciò un'eredità che va ben oltre le sue scoperte scientifiche. Il minerale "Delorenzite" porta il suo nome, un premio istituito nel 2017 celebra la sua memoria, ma soprattutto rimane l'esempio di una vita vissuta nella ricerca costante della verità, sia essa nascosta nelle pieghe della Terra o nei recessi dell'anima umana.
La sua figura ci ricorda che la vera conoscenza non ha confini: può nascere dall'osservazione di una stratificazione rocciosa e culminare nella contemplazione del mistero dell'esistenza. In un'epoca di crescente specializzazione, Giuseppe De Lorenzo rimane l'esempio luminoso di come l'intelletto umano possa abbracciare l'universo intero, dalla geologia all'anima, dalla scienza alla sapienza.
Il ritratto di Giuseppe De Lorenzo è opera di Roberto Pasqua