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Storia tragica e amore assoluto

Per gentile concessione dell'autore, pubblichiamo la prolusione che il professor Nicolae Oprea ha tenuto presso la Sala Romania del Salone internazionale del libro di Torino domenica 13 maggio 2019 per presentare il romanzo Compito per domani di Nicolae Dabija.


Poeta rappresentativo della sua generazione, affermatosi nella letteratura romena negli anni '70 (ha debuttato nel 1975 con Il terzo occhio), Nicolae Dabija tende negli ultimi anni alla polivalenza creativa, dedicandosi con uguale impegno al saggio, alla storia letteraria e alla pubblicistica.

Il profilo dello scrittore poliedrico è impreziosito da un eccezionale romanzo pubblicato nel 2009 dalla Editura Princeps Multimedia di Iaşi, Compito per domani «dedicato agli intellettuali di Bessarabia di tutti i tempi». Prima della versione italiana (traduzione di Olga Irimciuc, Graphe.it Edizioni, Perugia 2018) sono apparse molte edizioni romene, stampate in migliaia di copie, come anche in altre lingue.

La genesi del romanzo

Come l’autore fittizio confessa nella Premessa, la genesi del romanzo è determinata da un tragico incidente esistenziale. Con un ingegnoso processo narrativo, Nicolae Dabija ascrive la creazione romanzesca a un intermediario che assume la funzione narrativa, presentando i fatti «come un ricordo della vita di qualcun altro, come uno sviluppo fotografico degli eventi che erano accaduti molto prima della mia nascita, come una vendetta, come una promessa da compiere».

Nel capitolo introduttivo, sui «figli di Stalin» nell'orfanotrofio-prigione di Nadrične, che anticipa la tragedia di tutta la narrazione, si apprende che l'autore del libro sulla tragedia dei romeni in Bessarabia è Mircea, figlio del protagonista Mihai Ulmu, che rammenta la sua esistenza dopo il campo di sterminio («Tutto quello che c’è in queste pagine mi è stato raccontato da lui»). È abbozzata in questo capitolo-nucleo, in maniera quasi capovolta, l'infanzia vissuta in Bessarabia rispetto all'infanzia di Paul Goma nel suo romanzo Nel sonno non siamo profughi.

La mattina del 28 giugno 1940

Olga Irimiciuc e Nicolae Oprea al Salone di TorinoDa questo episodio prende origine la vera azione del romanzo con la descrizione del paesaggio rurale di Poiana, in una tranquilla giornata di raccolta, durante la quale i carri armati sovietici appaiono minacciosi. In modo significativo, al termine della pacifica sequenza viene inserita una data simbolica per il destino della Bessarabia: «Era la mattina del 28 giugno 1940». È il giorno storico in cui l'Unione Sovietica ha dato l'ultimatum alla Romania per la cessione della Bessarabia romena in quarantotto ore. E nei capitoli seguenti, viene narrato l'evento che segna il tragico destino dei personaggi centrali: il professore di letteratura, che ha insegnato ai suoi studenti nell'ultimo anno di liceo solo l’opera di Eminescu, e Maria Răzeşu, maturanda nella stessa scuola.

Uno degli studenti di Ulmu, infatti, nel corso della notte ha probabilmente appeso di nuovo in classe il ritratto di Eminescu, brutalmente sostituito dall'ufficiale sovietico con Stalin. Ulmu, che si assume la responsabilità del gesto, viene arrestato come "nemico del popolo". Non prima di proporre agli studenti il compito per domani: «Essere uomo: un’arte o un destino?».
Nella visione del romanziere, l'immagine di Eminescu diventa simbolo dell'origine e della dignità nazionale. E la corrispondenza simbolica si riflette sul protagonista dell'azione, il quale assume i tratti dei personaggi romantici e dannati della prosa emineschiana: una sorta di trasposizione del ritratto originale.

Il lager

Dopo un breve e inesorabile processo, il professore di letteratura rumena viene condannato a venticinque anni di carcere e deportato a Kolyma nel deserto della Siberia. Viaggia per diverse settimane in condizioni disumane, preannuncio del calvario della detenzione, su un treno stipato di persone, una vera prigione su ruote. Arrivando nel campo di sterminio di Zyrjanka, i prigionieri politici, assegnati provocatoriamente a celle sovraffollate insieme a criminali comuni, sono informati dal comandante stalinista della prigione, il colonnello Kudreavtzev, della vita da incubo che dovranno seguire, sottoposti a un rigoroso programma di rieducazione attraverso il lavoro e a un’esistenza senz’alcuna speranza. I loro nomi sono sostituiti da un numero di registrazione.

L’esergo del capitolo Il primo giorno di lager è mutuato dalla Divina Commedia di Dante Alighieri («Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate») e suggerisce l'esistenza infernale a cui i prigionieri sono destinati.

Mihai Ulmu inizia gradualmente ad apprendere le lezioni della vita in carcere, adattandosi come un robot alle fatiche di Sisifo, schierandosi tra i «moribondi» per trasportare quotidianamente enormi pietre con la carriola, che diventa l’emblema del Gulag. Ma il pensiero di fuggire non lo abbandona, e il giorno del suo compleanno riceve un messaggio misterioso che gli spiega come fuggire dal carcere, eludendo la sorveglianza delle guardie armate e di feroci cani.

La condizione degli intellettuali

Dimostrando lodevoli capacità nella costruzione di un romanzo complesso sui temi della vita e della morte, Nicolae Dabija unisce organicamente il tema della tragica condizione dell'intellettuale della Bessarabia con il tema dell’amore puro, come predestinazione, che sconfigge ogni ostacolo.

Innamorata del suo ex insegnante, Maria Răzeşu ne segue le orme in Siberia. L'estenuante viaggio per Zyrjanka fa maturare la "piccola Maria" che arriva a progettare nel dettaglio il piano per far fuggire l’amato in maniera sicura. Il suo sacrificio è evidenziato dalla degenerazione espressa dai seviziatori, riassunta dal capo della prigione delle donne: «Nel momento in cui abbiamo destituito Dio, abbiamo destituito anche l’amore, un pregiudizio borghese».

L’amore nel gulag

Spontaneamente sopraffatto dal sentimento dell'amore – non conosciuto fino ad allora e ritenuto, comunque, impossibile – Mihai Ulmu riconosce nella ragazza angelica dei suoi ricordi l'essere predestinato: «la donna che aveva cercato da sempre, e invece era stata lei a trovarlo. Oramai l’aveva riconosciuta». Ammette, in sostanza, il modello dei suoi sogni, sperimentando la rivelazione dell'amore assoluto. Nei sette giorni di libertà, finché non vengono catturati dai cani, gli amanti si sposano in mezzo alla natura, rigenerati dal potere dell'amore: sono giovani e innamorati e il loro unico desiderio è quello di stare insieme.

«Erano vigorosi perché stavano insieme, erano forti perché si amavano, erano felici perché si erano ritrovati».

La descrizione della natura circostante, colma di lirismo, sottolinea la convergenza simbolica trai il paesaggio interno e l’ambiente esterno.

Il paese metaforico del lager

Affermando che Zyrjanka è una «URSS in miniatura», l’autore amplifica in colori vividi il mondo della prigione in Siberia, dove un migliaio di prigionieri provenienti da diverse nazioni (centoventinove nazionalità, come indicato nel testo), sono parte del paese metaforico ricostituito nello stile documentario da Solženicyn in Arcipelago Gulag. Dal punto di vista del narratore: «Zyrjanka era una prigione nella prigione. Oltre al filo spinato, la prigione continuava. Perché l’intero arcipelago era una prigione».

Senza ignorare il documento, Nicolae Dabija usa il proprio talento narrativo e ritrattistico per imprimere un segno vivo sull'universo epico. Da un lato alcuni capitoli gli servono per delineare una serie completa di figure e destini umani che formano il campo di concentramento; dall’altro lato, diversi capitoli sono dedicati a singoli intellettuali (reali o immaginari) nella cerchia dei filosofi: gli accademici Sorokin e Nemunas, lo scrittore Sologub, il prete Florenski. Tra questi emerge il poeta-filosofo Mandel’štam che, facendo amicizia con Mihai, lo incoraggia: «Se tutte le umiliazioni che dovrai subire non ti faranno diventare un uomo cattivo sarà una grande vittoria».

L’evoluzione della storia

La drammaticità della narrazione, cresce di intensità come l’intensa evoluzione della relazione proibita tra Maria e Mihai. Con l’approssimarsi della nascita del loro figlio, l'uomo progetta una seconda fuga perché il bimbo possa nascere in libertà. Prima di essere nuovamente catturato dai supervisori, il padre riesce a tatuare sul braccio del bambino il nome di battesimo in mezzo alla natura: Mircea.

Dopo aver allevato il figlio nel campo della maternità, Maria viene brutalmente separata da lui all’età di due anni, secondo una legge diabolica del regime stalinista. Più tardi, dopo aver salvato il figlio dalla morte, Maria verrà fucilata dalle guardie. La morte di Maria spinge Mihai a meditare seriamente il suicidio. Lo salva solo il senso della fede cristiana e il pensiero del figlio, del loro amore incommensurabile.

Ma la vera salvezza è determinata dalla morte di Stalin, evento storico a cui segue il rilascio di milioni di prigionieri dai campi di sterminio. Mihai riesce a ritrovare suo figlio nell'orfanotrofio del campo grazie al nome tatuato sul braccio e ritorna timidamente alla vita, dirigendosi insieme al figlio verso la casa di Bessarabia. Uscendo dall'inferno della prigione, Mihai Ulmu riscopre il mondo da cui era stato escluso per tredici anni.

L’architettura del romanzo Compito per domani

Realizzando un cerchio narrativo, nella tradizione letteraria di Liviu Rebreanu, Nicolae Dabija termina il romanzo con una sequenza che dà il titolo al libro. Il circuito narrativo si chiude secondo uno schema collaudato, con gli studenti, ora maturi, che svolgono il tema assegnato dal professore prima della deportazione in Siberia.

Nell'architettura del romanzo, l'autore non lascia nulla al caso, fin dalle citazioni che sono poste a inizio di ogni capitolo. Troviamo passi di Sofocle, Dante, Cartesio, Schiller, G. B. Shaw, Rousseau, Dostoevskij, Hölderlin, Malraux, Oscar Wilde, Laozi e via dicendo come anche passi del Vangelo di Giovanni, del Cantico dei Cantici e dell’Apocalisse. Inoltre, non si può non notare il simbolismo dei nomi, che suggeriscono il rimando a eroi o a personaggi della cultura: Maria, Mihai e Mircea. E, ultimo ma non meno importante, l'uso espressivo di alcuni simboli mitologici: la discesa nell'Inferno, il ritorno a casa, la Madre del Signore con bambino («Maria e bambino» al momento della nascita).

Il realismo eterno di Nicolae Dabija

Compito per domani, romanzo della “Siberia romena” dalla Moldavia attraverso il Prut, si inserisce nel registro del realismo eterno, arricchito da una realtà artisticamente modificata con l'aiuto di simboli e miti legati alla condizione umana. In un modo narrativo originale, Nicolae Dabija combina aspetti realistici con immagini romantiche, proiettate nella visione panoramica della storia di un regime politico dispotico. Quindi, la prospettiva realistica si combina con la visione soggettiva, che deriva dall'idealismo dei protagonisti del dramma esistenziale con un solido background storico.

Attraverso la sua carica ideologica, Compito per domani è, infatti, un romanzo che si oppone a ogni forma di totalitarismo e ruota attorno all’amore drammatico vissuto dai giovani della Bessarabia.

Prof. Nicolae Oprea
Presidente della filiale di Pitești
dell’Unione degli Scrittori Romeni

In apertura: foto di Eugenia Paffile; la foto di Nicolae Oprea e Olga Irimciuc è di Doiniţa Ioneţ

Compito per domani

di Nicolae Dabija

editore: Graphe.it

pagine: 400

Un’intensa storia d’amore tra gli orrori del gulag.

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