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San Giuseppe. Percorsi iconografici natalizi tra Oriente e Occidente: lo studio di Stefania Colafranceschi

San Giuseppe. Percorsi iconografici natalizi tra Oriente e Occidente: lo studio di Stefania Colafranceschi San Giuseppe. Percorsi iconografici natalizi tra Oriente e Occidente: lo studio di Stefania Colafranceschi

Come ogni anno, le festività natalizie ci offrono l’occasione di una riflessione sul significato culturale del Natale. Indipendentemente dal valore religioso che ognuno di noi vuole o meno dare all’evento, resta indiscutibile che la Natività sia per l’iconografo e per lo storico dell’arte un ambiente per continue esplorazioni. Proprio questo è il percorso seguito dal lavoro di Stefania Colafranceschi dedicato a San Giuseppe.

San Giuseppe, percorsi iconografici natalizi tra Oriente e Occidente inaugura la nuova Collana “Itinerari” che l’editore Roberto Russo e con lui il co-direttore della Collana prof. Gaetano Passarelli, hanno voluto, con l'intenzione di accompagnarci alla scoperta di aspetti meno noti della storia dell’arte.

Il tema del presepe è uno dei soggetti maggiormente presenti nell’arte figurativa, compare molto presto sui sarcofagi paleocristiani per arrivare fino alle nostre case a Natale; la storia della rappresentazione della Natività è dunque lunghissima e quello che colpisce è che, a distanza di secoli, non abbiamo nessuna difficoltà nell’identificare il nucleo fondante dell’immagine, antica o moderna che sia, orientale oppure occidentale, fino all’immagine rivisitata in chiave Chopcca nel presepe allestito quest’anno in piazza San Pietro in Vaticano. Questo “riconoscimento immediato” è possibile perché, comunque lo si voglia comporre, il presepe ha degli elementi fissi, dei modi di rappresentare, segue degli schemi che poi ogni luogo al mondo riveste dei panni della sua lingua e della sua cultura.

Il saggio di Stefania Colafranceschi segnala almeno cinque rappresentazioni autonome della scena: Natale, Adorazione Pastori, Adorazione Magi, Fuga in Egitto, Sacra Famiglia, per poi operare la scelta di concentrare l’attenzione sulla Scena della Natività vera e propria, proprio su quella scena che noi riproduciamo ogni anno in casa.

Che lo abbia allestito dal Re di Napoli Carlo III di Borbone con turcherie e colonne pompeiane, o che si ammiri la natività mistica di Botticelli o che sia io stessa a immaginarlo con semplici statuine di platica moderne, sempre nel presepe vedrò comparire il Bambino nella mangiatoia (è questo il significato stesso della parola che usiamo comunemente), Maria e Giuseppe, cui possiamo aggiungere i pastori che si accostano al Mistero.

Una composizione apparentemente semplice, ma che in queste tre figure concentra tutta la pregnanza di significati che diamo al Presepe, da quelli teologici, a quello estetici, fino a quelli semplicemente legati agli affetti familiari.

Stefania Colafranceschi inizia la sua accurata indagine iconografica e iconologica delle rappresentazioni della Natività di Cristo dalla figura di san Giuseppe, che nei nostri presepi, pensate a quelli casalinghi, ha un ruolo di protagonista, in atteggiamento devoto, presentato stante davanti al Bambino insieme a Maria. Nella nostra immaginazione presepiale Giuseppe incarna quello che nelle famiglie antiche doveva essere il capofamiglia, il sostegno…

Non è una battuta “retro” questa, ma una constatazione importante. Se compito degli storici delle immagini, è capire come si è formata una certa figura, il perché di una certa iconografia, cosa la abbia resa possibile, allora è evidente come sia necessario ricostruire il contesto culturale in cui essa si è formata.

Le società del passato erano patriarcali e del resto non è passato poi tanto tempo da quando in Italia è stato abrogato il ruolo di capofamiglia attribuito al marito (legge 19 maggio 1975, n. 151).

Quella dei primi secoli cristiani era, appunto, una società patriarcale, in cui il ruolo del marito e del padre erano ben definiti. Nel caso di Giuseppe però si trattava di un tipo di paternità del tutto particolare, di cui bisognava dare conto. I Padri della Chiesa e i creatori delle immagini si posero proprio questo interrogativo: chi è Giuseppe veramente, quale ruolo ricopre nelle vicende dell’Incarnazione del Verbo, come rappresentarlo senza incorrere in errori teologici e al contempo renderne accettabile il profilo in una società patriarcale… Il problema era, diremmo oggi, come fare comunicazione in modo corretto, ovvero evitare che il popolo giungesse a conclusioni inappropriate, attribuendogli una paternità “biologica”. Qual era lo scopo di queste rappresentazioni di Giuseppe e della Natività in Occidente, quale in Oriente, quale visione stava dietro alle diverse interpretazioni figurative?

Non sono domande di poco conto: investono secoli di esegesi delle Scritture e di creazioni iconografiche nelle opere d’arte, secoli di storia, insomma, della nostra cultura, tra Oriente e Occidente.

Presentazione del libro su san Giuseppe alla Biblioteca Casanatense di Roma

Questo lungo travaglio intellettuale intorno alla figura di Giuseppe, sembra arrivare ad una conclusione solo in tempi molto recenti. Vale la pena ricordare che l’8 dicembre scorso si è chiuso l’Anno giuseppino indetto dal Papa, una celebrazione voluta per i 150 dal Decreto Quemadmodum Deus (8 dicembre 1870), con il quale il Beato Pio IX dichiarò san Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, portando così a compimento secoli di dibattiti e studi teologici sul “caso Giuseppe”. Con il Decreto la Chiesa tutta venne affidata al “potentissimo patrocinio del Custode di Gesù”, il castissimo Giuseppe: “custode” e “castissimo”, sono appunto i due termini che riassumono e chiarificano tutto il problema.

La Lettera apostolica per l’indizione dell’anno speciale dedicato a san Giuseppe nel 2021, recava il titolo Patris corde - con cuore di Padre - e ci ricordava “l'uomo che passa inosservato, l'uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta” e al tempo stesso protagonista “senza pari nella storia della salvezza”, “cerniera che unisce l'Antico e Nuovo Testamento”.

Stefania Colafranceschi ha deciso quindi di partire proprio dalla figura di Giuseppe e nel suo libro ha toccato tutti questi temi e lo ha fatto in modo estremamente chiaro; ha cercato Giuseppe dietro le sue diverse rappresentazioni, in immagini frutto dei dibattiti teologici e della visione sociale del loro tempo.

Vediamo così il santo comparire in vari ruoli: nelle rappresentazioni della Sacra Famiglia dove, soprattutto dal XVI secolo, ricopre chiaramente il ruolo di capofamiglia e custode di Maria (nei testi del ‘400 Maria e Gesù gli erano sottomessi e Giuseppe è indicato come “signore della Madre del Signore di ogni cosa”), ha una sua attività artigianale, provvede a guadagnare il pane, come direbbero gli anglosassoni; è questa una iconografia cui tutti siamo abituati, quella del falegname, che però è ben più significante di quanto non appaia in superficie, perché intende evidenziare l’umiltà e la dimensione umana del personaggio e al contempo sarebbe figura della capacità creatrice divina.

A ben guardare però più spesso le immagini ci restituiscono una figura che non pare incarnare quell’idea di protezione e mantenimento insita nell’accezione classica di capofamiglia cui facevo riferimento; spesso nella storia dell’arte al contrario Giuseppe è anziano, lo vediamo solo e in disparte, distaccato dalla scena della Natività, molto preoccupato, pieno di dubbi… a volte ha una espressione veramente corrucciata.

Questo tipo di iconografia convive con quella di san Giuseppe in devota adorazione, di san Giuseppe falegname e lavoratore, sposo sostegno nel pericolo durante la Fuga in Egitto, fino ad arrivare ad una categoria particolare che Stefania chiama le immagini del Servizio, in cui san Giuseppe sembra precorre i tempi, cucina, sistema la culla, si occupa dei panni…ognuna di queste immagini vuole dirci qualcosa. Mi pare di comprendere che per Stefania proprio la compresenza, o meglio, la lunga durata, di diverse iconografie, sia spia di profondità di dibattito sul tema della paternità. Stefania Colafranceschi ha il dono della chiarezza espositiva, frutto di un lungo lavoro di raccolta di testi pittorici, di miniature, incisioni, altorilievi e fonti letterarie, e della lunga esperienza di insegnante. Questo il bagaglio culturale con cui l’autrice ci accompagna a leggere le fonti, i testi dei Padri di Oriente e Occidente sulla questione, del suo ruolo di Giuseppe nell’economia della Salvezza e ci fa entrare a pieno nel dibattito teologico per la definizione di una paternità che ha indubbiamente caratteri particolari. I Padri, gli scrittori ecclesiastici, i mistici medievali, hanno interpretato l’uomo e ispirato il formarsi dell’immagine del santo.

Solo attraverso una tale premessa è infatti possibile capire come e perché una figura apparentemente “innocua” e passiva, quella di un falegname, potesse in realtà rappresentare un vero e proprio campo minato in cui teologi, iconografi e gli stessi fedeli dovevano muoversi. Mi riferisco qui in particolare a tutte quelle immagini che ci restituiscono Giuseppe anziano, assalito dai dubbi che a volte arriva persino a volgere le spalle all’evento della Natività: le iconografie del pensoso, e del dormiente che forse erano state un poco dimenticate, ma che sono state a lungo dominanti nella storia dell’arte.

Ilaria Pagani
Vicedirettore Studi sull’Oriente Cristiano

 

Foto

  • in apertura: foto Mario Setter
  • al centro: un momento della presentazione del saggio alla Biblioteca Casanatense di Roma il 14 dicembre 2021. Da sinistra: Lucia Marchi (direttrice della Biblioteca Casanatense), Stefania Colafranceschi (autrice), Ilaria Pagani (relatrice e autrice della presente recensione)

San Giuseppe

Percorsi iconografici natalizi tra Oriente e Occidente

di Stefania Colafranceschi

editore: Graphe.it

pagine: 168

La figura natalizia di san Giuseppe tanto in Oriente quanto in Occidente, attraverso l’analisi di opere artistiche e di fonti esegetiche.

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