L’asino, la mucca e altre storie di Alessandro Petruccelli è un libro di brevi racconti in cui la vita quotidiana della campagna diventa materia narrativa: non ci sono principi o eroi straordinari, ma persone comuni, animali, piante e piccoli esseri viventi capaci di accompagnare lettrici e lettori verso verità semplici e universali. Il libro, rivolto in particolare a bambine e bambini dai sei anni, invita a rallentare e a guardare con attenzione ciò che ci circonda.
A dare forma a questo universo narrativo sono le illustrazioni di Sabrina Gennari, che non si limitano a tradurre visivamente le parole, ma costruiscono con esse un vero dialogo. Nell’intervista, l’illustratrice racconta come abbia cercato un “livello nascosto” nelle storie di Petruccelli, lavorando per sottrazione e affidandosi a forme essenziali, colori ed elementi del paesaggio che appartengono anche alla sua esperienza personale. Si parla così del rapporto tra illustrazione e street art, del valore dell’arte pubblica, della formazione autodidatta e dell’importanza della curiosità, della sperimentazione e persino dell’errore nel percorso creativo.
Le tue illustrazioni per L'asino, la mucca e altre storie costituiscono un “dialogo visivo” che amplifica la narrazione sognante di Alessandro Petruccelli. Com'è avvenuto il processo creativo per dare forma e colore a protagonisti “comuni” rendendoli però capaci di trasmettere verità profonde ai lettori più piccoli?
Tutto nasce dalla ricerca di un livello nascosto. Quando affronto una storia, cerco sempre un sottotesto da raccontare visivamente, altrimenti il mio lavoro diventa solo una didascalia inutile di ciò che è già scritto. Il vero dialogo visivo c'è quando testo e immagini si completano senza mai sovrapporsi. Per dare spessore a protagonisti come un asino o una mucca, ho lavorato per sottrazione. Quando si disegna per i bambini bisogna essere onesti e asciutti, evitando di sovraccaricare la scena. Ho cercato forme essenziali e colori capaci di trasmettere subito un'emozione legata alla storia. L'obiettivo era tradurre una verità profonda in un'immagine all'apparenza “leggera”, capace di arrivare dritta al sodo ma senza appesantire l'occhio.
I racconti celebrano la vita di campagna e i suoi “silenzi fertili”. Essendo tu nata e cresciuta in una zona che mescola mare e colline, quanto del tuo background personale e paesaggistico è confluito nelle illustrazioni di questo universo bucolico?
Da amante della natura e degli animali, con un debole per le piante spontanee, illustrare queste storie è stato un viaggio bellissimo. Ci ho messo dentro la terra che calpesto ogni giorno. Ho disseminato il libro di elementi che appartengono alle mie campagne: il passerotto in prima linea sulla copertina, l'olmo, la quercia. Sono dettagli profondamente miei, ma al tempo stesso universali, capaci di risvegliare i ricordi di chiunque conosca la nostra penisola. Ho tradotto visivamente quei “silenzi fertili” usando semplicemente le forme e le foglie dei luoghi in cui sono cresciuta.
Al di là dei libri, sei direttrice artistica di “Oltre le Mura” a Gradara, dove porti l'arte contemporanea in un borgo storico. Come convivono in te la dimensione intima dell'illustrazione per l'infanzia e quella pubblica e collettiva della street art?
Credo che l’illustrazione e la street art in fondo abbiano la stessa anima perché sono entrambe profondamente democratiche e popolari. L'amore per l'arte è la costante della mia vita, in realtà prima di darmi all’illustrazione dipingevo... Mi sono accorta però che troppo spesso l'arte “tradizionale” se ne sta chiusa e ingabbiata nelle gallerie, creando un muro invisibile tra chi ha gli strumenti per capirla e chi si sente inadeguato o tagliato fuori. L'illustrazione e l'arte pubblica spaccano questo muro. Ho scelto i libri perché arrivano nelle case di chiunque. La street art fa lo stesso passo su scala urbana prendendoti alla sprovvista... te la ritrovi davanti per strada e all'improvviso diventa tua, accessibile, quotidiana.
Il tuo percorso unisce studi accademici (come l'Accademia di Comix) a una forte componente autodidatta. Attraverso l'Associazione Zoe, ti occupi di aiutare i giovani a intraprendere carriere creative: quale consiglio daresti a un'aspirante illustratrice che vuole trovare la propria "voce visiva" oggi?
In realtà rivendico con orgoglio l'essere autodidatta! Ci rido su, ma la mia vera “università” è stata la Biblioteca Comunale di Cattolica luogo in cui mi rifugiavo per trovare silenzio, sfogliare, curiosare. Il consiglio che do ai ragazzi parte proprio da lì... affamate la vostra curiosità, siate voraci. Se guardate solo gli illustratori del momento finirete in un recinto. Dovete nutrirvi di quadri, fotografie, enciclopedie, dizionari. Ogni cosa sedimenta e diventa il vostro vocabolario visivo. Il secondo consiglio è quello che avrebbe risparmiato a me un sacco di frustrazione: non abbiate fretta! Prendetevi il tempo per guardarvi dentro, capire chi siete e maturare. Se si corre il rischio è quello di modellarsi sugli altri e non avere mai una vera voce.
Conduci spesso laboratori creativi nelle scuole. In un mondo sempre più dominato dal digitale, che ruolo pensi possa avere ancora l'illustrazione tradizionale cartacea nel formare la sensibilità estetica e l'empatia verso la natura dei bambini?
Non sono una purista dell’illustrazione tradizionale, anzi lavoro tantissimo in digitale e nei laboratori più professionalizzanti insegno a usare i software, senza demonizzare nulla. I miei laboratori si adattano a chi ho davanti, dai bimbi dell'asilo ai ragazzi del liceo artistico, ma l'approccio di base è quello di mostrare una tecnica e poi li lascio liberi di sperimentare e, soprattutto, di sbagliare. In un'epoca in cui guardiamo passivamente attraverso uno schermo la vita, fintamente perfetta, degli altri e artisti bravissimi che fanno lavori perfetti, il cartaceo serve a ricordarci cosa significa sporcarsi le mani. Non mi interessa il capolavoro e la perfezione, ma l'atto fisico del fare e sperimentare. La sperimentazione è un gesto che riaccende la curiosità di cui parlavo prima, che oggi è in assoluto l'arma più potente che abbiamo.