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Io sono Nando: Chiara Pianalto restituisce un nome all’illustratore dimenticato dell’Italia del Dopoguerra

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Io sono Nando: Chiara Pianalto restituisce un nome all’illustratore dimenticato dell’Italia del Dopoguerra

Chi era davvero Nando, l’illustratore che firmò manifesti per Recoaro, Martini, Motta e Golia, copertine dei Gialli Mondadori e disegni apparsi persino in film degli anni Sessanta? Per anni gli archivi lo hanno catalogato con nomi diversi — Mario, Vanni, Max — cancellando di fatto la sua identità. In Io sono Nando. Una storia (s)conosciuta d’arte e pubblicità, Chiara Pianalto ricostruisce, dopo tre anni di ricerche, la vicenda di questo artista del Novecento e dell’Italia del Dopoguerra che attraverso le sue immagini cambiava gusti, costumi e immaginario collettivo. 

Curatrice e ricercatrice indipendente, Pianalto lavora su memoria visiva, arte e comunicazione; il libro nasce da uno studio sui manifesti storici di Recoaro e arriva fino al contatto con la famiglia di Nando Rossi, che ha potuto vedere finalmente riconosciuto il nome del padre. Nell’intervista l’autrice racconta la scintilla iniziale, gli errori di catalogazione che hanno reso l’artista “senza nome” e il momento in cui un messaggio su Facebook ha cambiato il corso della ricerca.

Intervista a Chiara Pianalto

Nel libro racconta che tutto è iniziato "quasi per caso" studiando i manifesti della Recoaro. Qual è stata la scintilla precisa o il dettaglio in un'immagine che le ha fatto capire che dietro quel "Rossi" si nascondeva una storia ancora tutta da scrivere?

Tutto è nato dalla discrepanza che vedevo tra la firma, il nome con cui trovavo catalogati i manifesti più famosi e l’incredibile difficoltà nel reperire informazioni che riguardassero l’artista. Essendo evidente che non si trattava, dal punto di vista cronologico, di qualcuno che aveva operato così indietro nel tempo, non mi capacitavo della mancanza totale di documentazione. Nando lavorò per alcuni tra i più famosi marchi italiani, inoltre molte delle sue opere cartellonistiche compaiono nelle inquadrature di diversi film degli anni ’60. Questo rendeva per me evidente che una così capillare distribuzione sul territorio nazionale (e non solo) non poteva avere come artefice qualcuno di totalmente sconosciuto.

Per anni Nando è stato chiamato Mario, Vanni o Max. Come è stato possibile che un artista così presente nelle case degli italiani (dai panettoni Motta alle pastiglie Golia) sia rimasto "senza nome" per così tanto tempo negli archivi ufficiali?

Dalla mia ricostruzione, sembra proprio che tutto risalga da degli errori involontari da parte di operai del settore che, forse, in determinate circostanze, non hanno lavorato condividendo tra loro le informazioni. Penso per esempio alle catalogazioni svolte per la collezione Salce di Treviso, in cui i nomi sopra citati vengono utilizzati, sovrapponendoli, anche per la stessa opera. Nel caso dell’archivio Martini invece, “l’errore” risale alla consulenza di un collezionista torinese di manifesti che però, immagino, avesse in precedenza basato le attribuzioni dei suoi manifesti sulla base della catalogazione di Salce. Nel caso dell’archivio Rinascente invece, l’attribuzione risulta corretta ma non hanno saputo dirmi come mai solo loro non avessero commesso il medesimo errore degli altri. Non avevano alcuna documentazione infatti in archivio, al di là del manifesto.

Attraverso i disegni di Nando Rossi vediamo l'Italia cambiare "vestito" dopo la guerra. Quale evoluzione dei costumi italiani l'ha sorpresa di più analizzando le sue illustrazioni pubblicitarie?

Certamente quello che salta più all’occhio è il ruolo della femminilità, molto presente nelle opere di Nando. La figura femminile, al termine del conflitto, risultava perfetta per trasmette diverse tipologie di concetti, valori ed emozioni: dalla sensualità, alla maternità e la cura, finanche all’indipendenza.

Nando non era solo un "cartellonista": ha progettato la propria casa, ha illustrato libri per bambini e ha lavorato per grandi riviste come La cucina italiana. Quale di questi aspetti meno "commerciali" ci aiuta a capire meglio la sua personalità di artista?

Credo che occuparsi “solo” di pubblicità gli stesse stretto. Lui aveva studiato a Brera, era un ottimo disegnatore e pittore. Essere un cartellonista certamente gli permetteva di vivere del suo talento ma spaziare gli consentiva di esprimere meglio la sua creatività. Il lavoro mastodontico per La cucina italiana, nella redazione del Libro delle ricette regionali italiane, non gli fu pubblicamente riconosciuto: nonostante questo lui lavorò sempre correttamente. La stessa cosa vale per la sua partecipazione alla Rosa di Bagdad. Era un uomo che non chiedeva, partecipava e lavorava. Degno di nota, dal mio punto di vista, è il suo ultimo lavoro per la rivista AD Italia: la ricerca che ha svolto per riproporre modelli di tendaggi di varie epoche, resta per me una delle sue migliori prestazioni artistiche.

Spesso la pubblicità viene considerata un'arte "minore" rispetto alla pittura. Perché, secondo lei, riscoprire oggi il lavoro di Nando Rossi è importante non solo per la storia del design, ma per la storia dell'arte italiana in generale?

Penso che l’importanza stia nella metodologia: la ricerca “accademica”, che è essenziale per la storia delle arti cosiddette maggiori, ha lo stesso valore, peso e credibilità se è utilizzata anche per opere e artisti meno noti o addirittura sconosciuti. Questo permette un recupero non solo dal punto di vista della storia dell’arte, ma di pezzetti di storia del nostro paese, che aggiungono contesto, nuove narrazioni e possono fornire spunti inediti per portare avanti la ricerca storico-artistica in Italia.

Lei è riuscita a risalire alla vera identità di Nando grazie a un post su Facebook e al contatto con il figlio Davide. Che emozione è stata per la famiglia Rossi vedere finalmente riconosciuto il lavoro del padre sotto il suo corretto nome di battesimo?

Inizialmente penso sia stata un’emozione enorme più per me, dopo più di un anno di cantonate. Quando Davide mi rispose su Facebook dicendomi che suo padre si chiamava effettivamente così, stavo per cadere dalla sedia. La nostra prima conversazione dovetti registrarla perché avevo paura di non riuscire a prendere appunti e, contemporaneamente, assimilare le informazioni che mi stava dando. Qualche mese dopo, con la pubblicazione del catalogo di Recoaro, la famiglia ha potuto effettivamente vedere riconosciuto il nome di Nando per la prima volta e ammirare le sue opere esposte in mostra. Credo per loro sia stato questo il momento in cui hanno realizzato di aver raggiunto un obbiettivo che il figlio Davide aveva già provato in passato a realizzare, ma senza successo. Da lì poi, il progetto è proseguito: abbiamo lavorato insieme, ampliato la ricerca, siamo riusciti a proporre una mostra monografica a Varese ed è stato scritto un libro che lo riguarda totalmente. Stiamo tutt’ora collaborando per portare avanti l’eredità di Nando, soprattutto con l’aiuto di Davide e di sua figlia Caterina. Sono certa che, a oggi, la soddisfazione che proviamo sia forte in egual misura.

 

Commenti dei lettori

raffaella

Scoperta e racconto che sarà molto interessante da leggere. Ridare identità a tutto tondo a un artista così creativo e versatile. Grazie a questa tenace ricercatrice. Saggio che ho già prenotato

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