C'è un momento ogni giorno in cui il mondo si ferma — o almeno dovrebbe. È quel quarto d'ora in cui la luce cambia tutto: i colori delle facciate, il peso dell'aria, l'umore delle cose. Lo guardiamo, lo fotografiamo, ci commuoviamo senza sapere bene perché. E poi passa, e noi passiamo con lui.
Il sol del Lorenese di Daniel Muñoz de Julián — tradotto da noi per la collana Parva — è un libro scritto esattamente su questa soglia. Non è un saggio d'arte nel senso accademico del termine, anche se di arte ne sa moltissimo. È qualcosa di più difficile da classificare e più facile da amare: una meditazione sul tramonto come fatto umano, come esperienza estetica, come malinconia che appartiene a tutti.
Il libro parte da un'immagine che fa ridere e pensare insieme: a Ibiza esistono cartelli stradali che indicano ai turisti il punto migliore da cui guardare il tramonto, e l'ora giusta per farlo. Abbiamo bisogno di un segnale per trovare la bellezza. Muñoz de Julián parte da qui — da questo paradosso gentile — e risale indietro nel tempo, fino a Claude Gellée detto il Lorenese, pittore secentesco che fu il primo a fare della luce crepuscolare qualcosa di più di un'ambientazione: una vera e propria ossessione, una religione personale. Il Lorenese dipinse tramonti per tutta la vita, morì durante uno di essi, e volle che i raggi del sole comparissero nel suo epitaffio. C'è qualcosa di commovente in questa coerenza assoluta tra vita e opera, in questo non essersi mai distratto da ciò che amava.
Ma l'autore non si limita alla storia dell'arte. Con una curiosità che attraversa discipline senza paura di sembrare dilettante (e che invece rivela una cultura solida e sobria), Muñoz de Julián si chiede perché prima del Romanticismo i viaggiatori non sembrassero accorgersi dei tramonti — li attraversavano, li annotavano nei diari come si annota il tempo meteorologico, senza emozione. Ci vuole qualcosa per imparare a vedere: un'educazione sentimentale collettiva, una disponibilità alla propria piccola disperazione di fronte all'infinito.
Il libro spiega anche — e questa è una delle sorprese più belle — gli “inganni” scientifici del crepuscolo: la rifrazione che distorce la posizione del sole, il fatto che l'orizzonte non esista davvero, che noi non possiamo mai raggiungere il punto in cui la luce tocca la terra. È una spiegazione che non fredda il mistero, anzi lo amplifica. Sapere che il tramonto che vediamo è già fisicamente altrove non lo rende meno vero per noi: lo rende semmai più malinconico, più preciso, più esatto nella sua metafora.
Infine c'è il gesto finale del libro: le folle che in tutto il mondo applaudono il tramonto. A Ibiza, alle Canarie, in Giappone, ovunque. L'applauso come forma di gratitudine collettiva per qualcosa che non si può fermare. Chi ha mai assistito a questo spettacolo sa che è insieme ridicolo e commovente — ridicolo perché il sole non sente, commovente perché noi sì.
Il sol del Lorenese è un libro che entra nella categoria dei testi che cambiano leggermente il modo in cui guardiamo fuori dalla finestra. Ottanta pagine, collana Parva, prezzo onesto. E un tramonto da rivedere domani con occhi diversi.