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Una filosofia di salvataggio per l’avvenire. Un saggio di Giuseppe Moscati sull’etica della responsabilità | Conquiste del Lavoro

Un impegno civile e morale che comporta coraggio, spirito di servizio e, quando occorra, abnegazione; un interesse sincero e vigile per il mondo e per gli esseri finiti e imperfetti che lo abitano; una filosofia non compiaciuta né intellettualistica che accetti la sfida degli eventi, quando accadono e per come accadono, e che sia capace di comprenderli e di criticarli sulla base di categorie scomode, nuove, elaborate in situazione. Questo è, in estrema sintesi, il significato del lungo titolo del libro di Giuseppe Moscati: Etos del sacrificio, passione per il mondo e filosofia d'occasione (Graphe.it Edizioni, 2010, pp. 93, euro 15,00).Ma più del titolo, certo denso e avvincente, è il sottotitolo a chiarirne il contenuto: la critica della violenza in Karl Jaspers, Hannah Arendt e Günther Anders, nomi cui vanno ad aggiungersi quelli di altri maestri della non violenza interpellati dall'autore come Gandhi, Danilo Dolci, Aldo Capitini e naturalmente il Kant de La pace perpetua.

E il legame, molto forte, tra titolo e sottotitolo è il seguente: la violenza e il male non sono una fatalità storica, né una necessità biologica ma il prodotto di scelte umane troppo umane, come la scelta "di non informarsi, di non intervenire, di accontentarsi e di rimandare o, peggio, di abituarsi e demandare, in breve di de-responsabilizzarsi".

Qui, grazie a Arendt, Jaspers e Anders, Moscati analizza proprio quel male procurato dagli uomini agli uomini, quella violenza che nasce dalla perdita di responsabilità nei confronti del mondo, della storia, degli altri, della trascendenza, del futuro.

La linea di eventi tragici che va da Auschwitz a Hiroshima dimostra che tanti sono i casi in cui questa responsabilità vacilla: vacilla quando la pedanteria burocratica del proprio ruolo ha la meglio sulla consapevolezza etica; quando la cura degli affari privati comporta il totale disinteresse per la polis e per la vita partecipativa; quando si agisce in modo anonimo, formale, in uno stato di spersonalizzazione, di scarsa informazione, di alienazione esistenziale, di conformismo gregario.

Così il criminale nazista Eichmann, responsabile del trasporto nei lager di milioni di ebrei, può giustificarsi dicendo di aver fatto solo il suo lavoro e di aver obbedito solo allo Stato (Arendt). Così milioni di tedeschi complici, rassegnati, pavidi o indifferenti di fronte al genocidio possono sentirsi al riparo dalla colpa perché a dare ed eseguire gli ordini sono stati gli altri (Jaspers). Allo stesso modo, incolpevoli potrebbero ritenersi i soldati-lavoratori delle moderne guerre atomiche, tanto le loro azioni sono diventate meccaniche e professionali, le loro armi impersonali, la loro cooptazione un impiego, le loro vittime vittime senza volto (Anders).

L'analisi di Moscati insiste in modo molto accorto e documentato sulle differenze (non sempre marginali) di sensibilità, di metodo, di contenuto, di prospettiva con cui i tre autori affrontano il fenomeno del totalitarismo, della Shoah, della guerra e, più in generale, della violenza. Ma vuole soprattutto mettere in luce i punti di contatto sostanziali tra i tre, a parte il destino tragico che li accomuna: in modo particolare il primato dell'etico sul politico e del pratico sul teoretico (il che non significa una sfiducia nella ragione ma un riflessione critica sui suoi errori, sulle sue potenzialità e sui suoi obiettivi); poi la disposizione per una filosofia che nasce dalla storia, la giudica senza sconti e le offre un'ancora di salvataggio per l'avvenire, in antitesi a una consolatoria filosofia della storia, di tipo provvidenzialistico e razionalista, alla quale, dopo il genocidio, è diventato impossibile credere; e infine "l'attaccamento all'uomo che in Jaspers è strenua difesa della dignità umana, nella Arendt è sofferta tutela dei diritti umani, in Anders decisa preoccupazione per un imminente scomparsa dell'uomo stesso".

Stefano Cazzato in Conquiste del Lavoro, 11 settembre 2010

Etos del sacrificio, passione per il mondo e filosofia d’occasione

La critica della violenza in Karl Jaspers, Hannah Arendt e Günther Anders

di Giuseppe Moscati

editore: Graphe.it

pagine: 96

Una lettura critica del concetto e del fenomeno della violenza alla luce di alcune tra le più significative e penetranti riflessioni di tre filosofi contemporanei: Karl Jaspers, Hannah Arendt e Günther Anders.
15,00

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