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Ultimi. Inchiesta sui confini della vita

Scritto da – lunedì, 23 agosto 2010 – 08:002 commenti
Ultimi. Inchiesta sui confini della vita

Sicuramente, le frontiere sempre più dilatate della bioetica hanno bisogno, per essere esplorate, di particolari cautele, di grandi aperture mentali e anche di grande senso del limite. Ci si trova, infatti, di fronte a problematiche dai confini sfuggenti, dalle complesse implicazioni, dalle non sempre prevedibili conseguenze di tipo pratico. Difficile più che mai, in un campo come questo, pretendere di avere risposte categoriche e non più rivedibili. Difficile davvero non avere dubbi, non sentirsi mai in dovere di riaprire il discorso, non sentirsi in dovere, soprattutto, di ascoltare con autentico interesse le voci di coloro che adottano approcci differenti.

Eppure, nel nostro paese e anche in molti altri, su una delle questioni bioetiche più rilevanti e più delicate, quale quella dei trapianti di organi, lo schieramento composto dalla cosiddetta medicina ufficiale, dai principali organi di informazione, dalla classe dirigente e dalle varie autorità religiose appare estremamente compatto e indisponibile a qualsiasi vero confronto.

È per questo che un libro come quello di Rita Pennarola (Ultimi. Inchiesta sui confini della vita, Tullio Pironti Editore), che dedica grande cura ad esaminare, con obiettività e rigore, i vari aspetti problematici della questione, è da salutare con vivo piacere e da leggere e valutare con la massima attenzione.

E molto bene fa l’Autrice nell’aiutarci subito a capire che il vero nodo cruciale teorico-pratico, al di là delle ridondanti forme di propaganda a favore della “donazione degli organi”, è rappresentato dal concetto di “morte cerebrale”. Quando si affronta l’argomento dei trapianti, infatti, si tende, perlopiù, a dare per scontato, per acquisito e per indiscutibilmente acclarato che, oramai, parlare di “morte cerebrale” significhi parlare, a tutti gli effetti e con assoluta certezza, di morte nel vero e pieno significato del termine. Quasi mai ci si sofferma ad evidenziare quanto disti, concettualmente e praticamente, la “morte cerebrale” dalla morte così come è stata considerata da sempre da tutta l’umanità. Per cui, si finisce molto spesso per credere (e per far credere) che l’espianto egli organi avvenga da “cadavere”, ignorando il fatto che, al contrario, gli organi vengono estratti da un organismo che, per quanto in gravi condizioni, ha ancora un cuore che batte, sangue che circola, polmoni che respirano (seppur con l’ausilio di eventuali apparecchi meccanici).

Molto illuminanti, a tale proposito, le parole del cardiologo David W. Evans, consulente presso l’ospedale Papworth ad Addenbrooke’s, Cambridge, ricavate dal suo intervento Quanto sono “morti” i donatori di organi?

“Gli organi per trapianto – spiega Evans – devono essere presi da corpi ancora vivi, corpi ancora perfusi dai loro cuori che pulsano spontaneamente, corpi tiepidi e così reattivi che possono essere richiesti farmaci muscolo-paralizzanti per facilitare l’intervento di espianto. I proprietari di quei corpi sono stati dichiarati “morti” su basi controverse di test cerebrali praticati al letto del paziente, una procedura non sufficientemente sicura da escludere qualsiasi persistente funzione cerebrale e che non include quei test che potrebbero documentare molta vita in qualche parte del cervello.

Molti – continua Evans – e perfino la più parte di coloro che hanno messo il loro nome nel Registro dei Donatori di Organi del Servizio Nazionale, possono aver offerto i loro organi per trapianto sull’equivoco generato dalle parole “dopo la mia morte” scritte sui moduli, intendendo che sarebbero stati morti nel senso comune del termine prima che la loro offerta fosse messa in atto. Se è così, essi hanno donato su una premessa falsa e queste offerte/donazioni non possono essere considerate valide.” (pp.105-106)

Il libro di Rita Pennarola, ci presenta una vasta gamme di altre voci critiche, voci autorevoli nel campo della scienza e nel campo della riflessione filosofico-teologica; ci presenta casi documentati di individui dichiarati “cerebralmente morti” e fortunatamente “ritornati in vita”; ci presenta l’attività coraggiosa e determinata della Lega nazionale contro la predazione di organi e la morte a cuore battente di Bergamo, vera “voce nel deserto” che, da anni, porta avanti una grintosa battaglia di civiltà; ci introduce in quel complesso ed inquietante “trapiantificio Italia”, stigmatizzato duramente come “una macchina gigantesca che si alimenta di carriere, fatturati, giri d’affari farmacologici da milioni e milioni di euro” (p.127); ci fornisce, infine, agghiaccianti informazioni sul mercato clandestino degli organi, un mercato sempre più tragicamente fiorente…

Insomma, c’è veramente da augurarsi che il bel libro di Rita Pennarola (che, tra l’altro, nella sua prima parte affronta anche le non meno spinose questioni dell’inizio-vita) possa costituire un efficace contributo per creare almeno qualche crepa nella cappa del “silenzio-assenso” che ingabbia una questione di importanza veramente cruciale, favorendo così l’apertura di un dibattito democratico, finalmente liberato da pregiudizi, disinformazione e “ipse dixit” di ogni genere.

Rita Pennarola
Ultimi. Inchiesta sui confini della vita
prefazione di Ferdinando Imposimato
Tullio Pironti, 2010
pp. 176, euro 12,00

2 commenti »

  • sofia riccaboni scrive:

    Sono allibita da quanta superficialità ci sia in queste righe. Parlare di “morte cerebrale” come un sistema “controverso e poco sicuro” fa ridere chiunque mastici, anche poco, la scienza. La morte cerebrale è una situazione medica universalmente riconosciuta. Inoltre una volta che il nostro cervello diventa NON REATTIVO totalmente in ogni sua cellula non abbiamo ancora, purtroppo, trovato il modo di riaccenderlo. Ed essendo il cervello la centralina che fa funzionare il nostro organismo senza necessità di macchine ecco perchè si parla di morte. Se il cervello non funziona non esiste vita. La circolazione di sangue, il battito cardiaco e la respirazione sono, a quel punto, indotte da macchinari, senza i quali il cadavere diventerebbe freddo nel giro di pochi minuti. Spargere allarmismo dicendo che il prelievo di organi si effettua su persone vive, in questo particolare caso di morte celebrale, significa fare terrirismo puro. MI chiedo e chiedo alla scrittrice. Il giorno in cui le diagnosticheranno una malattia che necessità di un trapianto chiederà scusa e rivedrà quel che ha scritto o rifiuterà per principio l’organo necessario a salvare la sua vita?

    • Roberto Fantini scrive:

      La morte cerebrale non è affatto “una situazione medica universalmente riconosciuta”. E’ una “convenzione clinica” i cui criteri di riscontro variano da paese a paese e che sono inevitabilmente soggetti a tutte le (sconfinate) limitazioni delle conoscenze scientifiche in merito al cervello umano, nonché delle tecnologie di cui disponiamo (perennemente in evoluzione). Quindi, di tutto si tratta, tranne che di un dato “oggettivo”. Chi pretende di spacciarlo per tale, bollando per “terroristi” coloro che invitano a conoscere le cose più da vicino e a ragionarci sopra senza paraocchi, non onora nè i principi del dibattito democratico né quelli del sapere scientifico.
      Avanzare poi argomentazioni di tipo utilitaristico non aiuta certo a capire meglio le cose. Molte cose orribili (come la tortura e la schiavitù, ad esempio) potrebbero risultare molto convincenti su questo piano. Ma non è certo questo il piano del “vero” e del “giusto”. In ogni modo, consiglio amichevolmente a Sofia di leggere il libro in questione senza pregiudizi e di consultare anche il sito della Lega Nazionale Antipredazione, ricco di interessanti informazioni (www.antipredazione.org).

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