Festa della donna 2010: una riflessione e una poesia

In uno dei tanti volantini sparsi per la città c’è scritto “8 marzo – festeggiando… la donna”. Ed è uno dei tanti…
Della giornata dedicata a quell’evento tragico di un secolo fa quando morivano, arse dal fuoco, in una fabbrica tessile di New York circa centoquarantasei persone per lo più giovani donne operaie (chiuse a chiave dai loro padroni per paura che rubassero o facessero troppe pause), non c’è più traccia se non tra poche nostalgiche donne che hanno lottato davvero per i propri diritti, pagando anche di persona, nel posto di lavoro, nella famiglia, nella coppia.
È vero, si dirà, molto è cambiato da allora, abbiamo conquistato il voto, il diritto ad un lavoro dignitoso, la dirigenza nella politica e nel sindacato ecc.
Quanto abbiamo dovuto barattare con noi stesse per essere uguali all’uomo, con i suoi stessi diritti conquistati da secoli?
Nella storia troviamo una Olympe de Gouge che morì sul patibolo della rivoluzione francese accusata di femminismo e molte altre, magari sconosciute dedicarono la propria vita al raggiungimento dell’uguaglianza fra sessi.
Ma essere donna va oltre l’uguaglianza dei diritti con l’uomo (diritti a mio avviso inalienabili, appartenenti all’individuo sin dalla nascita senza distinzioni di ceto sociale o sesso) essere donna è, a mio avviso, prima di ogni altra cosa ESSERE persona che tende al sapere di sé come forma primaria verso la libertà.
La mimosa, un fiore così delicato che sfiorisce solo pochi giorni dopo essere stato colto se potesse parlare direbbe “No. Non ci sto a essere colta per arricchire chi della donna pensa solo a un’occasione di lucro. O, ancor peggio, a festeggiarmi tra donne che della loro potenza ne han fatto solo un discorso di sesso.”
Dedico la mia poesia a donne e uomini che sappiano respirare in questa giornata l’effluvio più fresco di una mimosa colta nel giardino dell’anima di donne che con coraggio vivono un’esistenza, magari nell’ombra di luci e potere, nutrendosi solo delle piccole cose del quotidiano ogni giorno dell’anno, mai obliando se stesse e il loro valore.
La lavandaia
Lavava i suoi panni
sulle fontane
in mezzo al paese.
L’acqua scorreva gelata d’inverno
e fresca d’estate e
puliva tutto il sudore e la fatica
impregnata
sui panni sfregati da mani
sciupate e senza ornamento.
Le lavandaie lì intorno
ciarlavano di questo e di quello
ma lei pensava
a quando un bel giorno
quel mondo di lavandaia
l’avrebbe lasciato per sempre.
Quel giorno avrebbe indossato il vestito più bello
e la gente incontrata per strada
l’avrebbe ammirata
e guardata come si guarda una figura da fiaba
Ma quello era un sogno
che l’accompagnava quando
ogni sera tornava
tra fornelli anneriti
ed un marito da accontentare.
Oggi quelle fontane son diventate un museo
in mezzo al paese
e nessuno ricorda la lavandaia
che lavava
l’amarezza di un sogno
andato in frantumi
insieme al suo cuore.
Foto | Fiore S. Barbato










