Rosarno o della “perdita secca” del senso e del valore che diamo alla nostra umanità

Quanto è accaduto a Rosarno nei giorni scorsi ha scoperchiato – per chi ne aveva bisogno – il coperchio di una pentola in cui – da ormai tanto tempo – ribollono e si consumano vite e vite che la storia non registrerà, a patto di voler considerare quell’etichetta: migranti, una sufficiente connotazione per “protocollare” l’umanità dispersa che sfila sotto i nostri occhi che non sanno/non vogliono?, più vedere né sapere. Migranti come le oche, i cigni selvatici, le rondini, di cui aspettiamo il ritorno ad ogni primavera come auspicio bene augurante, ma migranti umani e dunque fratelli, in transito nei sentieri della vita che inchioda alcuni – loro, gli stranieri – alla disperante necessità della fuga senza riscatto ed altri – noi, i padroni di casa – alla ossessione del turismo di massa verso quegli stessi luoghi che per “loro” sono diventati inospitali.
Ah, il mal d’Africa!, Ah, la spiritualità dell’Oriente!, Ah, la rigogliosa natura dei tropici! Ah, …!
Destino impari e ingiusto, ma specularmente spia dell’incapacità – per alcuni – e dell’impossibilità – per gli altri – di sentirsi almeno co-abitanti in questa dimora che in primo luogo consiste nel dimorare in se stessi, perché il nucleo profondo che costituisce per ogni essere umano la sua umanità è di gran lunga il luogo più vasto di ogni casa o paese o nazione. Da questo luogo nessuno ci può cacciare o prendere il nostro posto, in questa dimora c’è spazio, c’è cibo, c’è acqua, c’è ogni nutrimento, a patto che nessuno se ne voglia accaparrare la proprietà o la titolarità.
Non intendo entrare nel merito di quanto si è consumato a Rosarno, la cronaca è nota e ciascuna/o di noi si è già fatto un’opinione in proposito, intendo solo spendere qualche parola per dire che, oltre le analisi sociali, economiche, geo politiche, gli appelli delle istituzioni, i provvedimenti in un senso o in un altro che le “emergenze” richiamano, ognuna/o di noi è chiamato a interrogarsi in profondità su questa “perdita secca” del senso e del valore che diamo alla nostra – di tutte/i – umanità, che possiamo annettere senza paura di troppe smentite al contemporaneo modello di vita. Parole già dette, parole usurate, inutile esercizio di retorica… può darsi, ma la parola abbiamo per condividere il pensiero e le emozioni e confrontare le esperienze e scrivere e anche per fare poesia.
Di poesia si è parlato e si parla molto su questo blog, ma forse non è stato rimarcato abbastanza quanto essa – ed è questo compito e statuto dell’Arte – possa lacerare il velo tra conosciuto e sconosciuto e aprire l’accesso a quel luogo scuro e luminoso al tempo stesso che non chiamo Verità, ma chiamo Conoscenza, in prima istanza di se stesse/i e dell’Altro in noi ,e diventare, così, uno strumento di difesa e riscatto della vita e dei viventi.
E a questo proposito voglio segnalare un testo comparso su La Repubblica del giorno 10 gennaio, firmato da Adriano Sofri che, rifacendosi a Se questo è un uomo di Primo Levi – ricordate la shoà, i ghetti, gli ebrei sterminati e gli zingari, i comunisti, gli/le omosessuali, i malati, gli storpi, … gli “altri”? – a proposito dei fatti di Rosarno, scrive Nei ghetti d’Italia / Questo non è un uomo, una poesia dura e carica di compassione e sdegno, e rabbia, e dolore, e lucida disamina di quel che passa giornalmente sotto i nostri sguardi che hanno smesso di vedere.
Cito l’incipit del testo che è abbastanza lungo:
Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo
come un rospo a gennaio
che si avvia quando è buio e nebbia
e torna quando è nebbia e buio
che stramazza a un ciglio di strada
odora di kiwi e arance di Natale
conosce tre lingue e non ne parla nessuna
che contende ai topi la sua cena
che ha due ciabatte di scorta
una domanda d’asilo
una laurea in ingegneria, una fotografia
e la conclusione:
E pregate di nuovo che i vostri nati
non torcano il viso da voi.











i misfatti di rosarno pesano sulla mia coscienza come un macigno.
la fiamma di un falo’ porta lontano la malinconia,
il gruppo umano trapassato dai chiaroscuri mostra ferite, e nell’ osurita’si eleva il canto !
attraversa delicatamente la realta’.i corpi avvolti , volti sconfitti , si eleva il canto!
il fuoco sconfinato mostra una falla , risate e pianto ,ombre cupe , trionfo della morte,si eleva il canto !
la lotta persa porta stanchezza , si eleva il canto !
umili, tristi, soli ,si eleva il canto !
una vita in ginocchio !
si eleva il canto!
non versare mai piu lacrime ecco la meta !
si eleva il canto a dio come una risonanza nel vento!
impacciati , delusi,angosciati ed improvvisamente come una carezza il canto scende invece che salire !
scende tra i giusti per riposare in mezzo a loro a soggiornare tra le loro membra ,e’ il sussurro di dio ?
no e solo il mio pensiero , e un canto triste freme all’ infinito accende silenzioso una speranza !
“Perché non esistono razze, ma popoli che si incontrano.
- Perché il movimento di milioni di uomini e donne, decine di milioni, proprio non può essere fermato dalla nostra paura.
- Perché ciascuno ha diritto a cercare altrove la propria felicità, se là dove è nato gli è reso impossibile: lo farei anch’io, a e tutti i costi.
- Perché l’arretratezza secolare di intere regioni e la condanna alla miseria per sterminate comunità, sono conseguenza diretta del mio millenario dominio di borghese bianco occidentale.
- Perché sono quarantamila anni che l’umanità si rimescola su tutti i continenti, e ciò è stato finora la sua salvezza e la sua ricchezza.
- Perché l’egoismo, la grettezza e l’ipocrisia sono gli unici peccati di cui qualcuno, la Storia, ci chiederà conto.
- Perché “la tolleranza non basta: occorre la fraternità” (Erri De Luca). “
Mi piace molto la poesia di Sofri, ma, forse perché sono francese, non capisco il verso “che ha due ciabatte di scorta”.
Chi me lo potrebbe spiegare?
Grazie!
per CB: “qui a deux sandales de scorte”