Le sorelle di Shakespeare
Riprendendo in mano il bellissimo Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf mi sono imbattuta in un brano, già in altri tempi ampiamente meditato, che mi ha permesso di avviare una riflessione su uno squarcio di realtà e sulla sua complicata connessione con la letteratura che amo, secondo una visione – un punto di vista – meno praticato e che mi piace sottoporre a confronto, nella convinzione che al di là delle mie osservazioni – più o meno interessanti o condivisibili – il testo della grande Virginia sarà una lettura certamente godibile in sé:
“Consentitemi di immaginare, dal momento che i fatti sono così difficili a ottenersi, che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, poniamo. Molto probabilmente Shakespeare frequentò – perché sua madre era un’ereditiera – la scuola secondaria, dove è probabile che avesse imparato il latino– Ovidio, Virgilio e Orazio – e gli elementi–base della grammatica e della logica. [...] Nel frattempo quella sua sorella straordinariamente dotata, immaginiamo, rimaneva in casa. Era altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo quanto lo era lui. Ma non venne mandata a scuola. Non ebbe la possibilità di imparare la grammatica e la logica, men che mai quella di leggere Orazio e Virgilio. Di tanto in tanto prendeva in mano un libro, magari uno di quelli di suo fratello, e ne leggeva alcune pagine. Ma a quel punto arrivavano i genitori e le dicevano di rammendare le calze o badare allo stufato e smetterla di fantasticare fra libri e fogli di carta. Avranno certo parlato con tono brusco ma gentile, perché erano gente concreta che sapeva come debbono vivere le donne e amavano la loro figlia – anzi, più facilmente di quanto non si creda, lei era la prediletta di suo padre. È possibile che scrivesse di nascosto qualche pagina, su in soffitta, ma stava bene attenta a nasconderla o bruciarla. Molto presto, però, ancor prima che fosse uscita dall’adolescenza, dovette essere promessa in moglie al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza gridò che il matrimonio le era odioso, e per averlo detto venne picchiata con violenza dal padre. Ma poi l’uomo smise di rimproverarla. Piuttosto la supplicò di non darle questo dolore, di non disonorarlo rifiutando il matrimonio. Disse che le avrebbe regalato una collana o una bella sottogonna; e aveva gli occhi pieni di lacrime. Come faceva a disobbedirgli? Come faceva a spezzargli il cuore. Fu la forza del talento che era in lei, da sola, a indurla a compiere quel gesto. Una notte d’estate la ragazza preparò un fagottello con le sue cose, si calò giù con una corda e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. [...] Come suo fratello, lei possedeva il dono della più viva fantasia per la musicalità delle parole. Come lui, aveva una inclinazione per il teatro. Si fermò davanti alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Quegli uomini le risero in faccia. L’impresario – un uomo grasso, dalle labbra carnose – scoppiò in una risata sguaiata. Urlò qualcosa a proposito dei cani ballerini e delle donne che volevano recitare – nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto fare l’attrice. L’uomo fece intendere invece – vi lascio immaginare che cosa. Non avrebbe mai trovato qualcuno che le insegnasse quell’arte. E, del resto, avrebbe forse potuto cenare nelle taverne o andarsene in giro per strada a mezzanotte? Eppure il suo talento la spingeva verso la letteratura e desiderava ardentemente potersi nutrire in abbondanza della vita di uomini e donne e studiarne i costumi. E alla fine – poiché era molto giovane, stranamente somigliante nel volto a Shakespeare, il poeta, con gli stessi occhi grigi e le sopracciglia arrotondate, alla fine Nick Greene, l’attore impresario, ebbe compassione di lei; la ragazza si ritrovò incinta di quel gentiluomo e così – chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? – si uccise, in una notte d’inverno, ed è sepolta nei pressi di un incrocio, là dove oggi si fermano gli autobus vicino a Elephant and Castle”
La metafora con cui Virginia Woolf ci rappresenta la dissimmetria che nel passato conduceva a destini diversi la genialità femminile e quella maschile: oscura morte per la prima, gloria immortale per la seconda, oggi può essere ancora attuale se si assimilano a Judith tutte le soggettività che si muovono sulla scena contemporanea con le stigmate della diversità, e soprattutto del giudizio che ne fa elementi riprovevoli di un ordine sociale che non intende aprirsi alle differenze. Penso agli immigrati delle etnie più povere e perseguitate, ma anche alle “sorelle” povere di tutte le etnie, compresa la nostra, che mal si accordano con l’universo omologato dell’emancipazionismo androgino a cui aspirano tante donne soprattutto – ma non solo – del ceto medio o con quello dello scambio sessuale – su cui a volte ripiegano – giocato su un tavolo truccato: quello di un corpo che si vuole a disposizione altrui, in cambio di perline e specchietti (oppure “una collana o una bella sottogonna”), secondo la migliore tradizione dei colonialismi d’ogni tempo e luogo. Penso all’universo dei soggetti portatori di desideri e scelte affettive che divergono dall’eterosessualità affermata come norma e ancor più di chi si trova ad essere limite inquietante delle differenze di genere, partecipando ad entrambi e dunque a nessuno specificamente: i/le transessuali che non a caso diventano popolari dentro tragedie annunciate, come occasione di meraviglia e curiosità miste a ribrezzo e arretramento – su posizioni di difesa e conservazione – pur dinnanzi all’evidenza della promiscuità che ognuna/o di noi vive e condivide – più o meno consapevolmente – nella nostra società complessa.
In che modo aiutare Judith – chiunque essa/esso sia oggi – a non soccombere e a raggiungere gli obiettivi che si pone e a cui la sua vocazione la chiama, evitando di trovarci a parcheggiare sopra la sua tomba ignorata o sul sangue che ha versato in qualche incrocio della sua/nostra esistenza?Intanto dandole la parola e ascoltandola. Aprendoci alla qualità particolare della sua narrazione, che muove da un biografia che a pieno diritto completa il puzzle dell’umanità, utilizzando la sensibilità che certamente – come utenti di un blog che si occupa principalmente di letteratura – abbiamo allertata, stando anche alle considerazioni di Vargas Llosa che a proposito di letteratura afferma che essa
“ … è, è stata e continuerà ad essere, fino a quando esisterà, uno di quei denominatori comuni dell’esperienza umana, grazie al quale gli esseri viventi si riconoscono e dialogano, a prescindere da quanto siano diverse le loro occupazioni e le loro prospettive vitali, le geografie e le circostanze in cui si trovano, e le congiunture storiche che determinano il loro orizzonte.[...] E nulla difende l’essere vivente contro la stupidità dei pregiudizi, del razzismo, della xenofobia, delle ottusità localistiche del settarismo religioso o politico, o dei nazionalismi discriminatori, meglio dell’ininterrotta costante che appare sempre nella grande letteratura: l’uguaglianza essenziale di uomini e donne in tutte le latitudini e l’ingiustizia rappresentata dallo stabilire fra loro forme di discriminazione, dipendenza o sfruttamento”.
Judith ci chiede di aprirle le porte della cultura: i libri, le scuole, i teatri, i locali dove si parla e ci si confronta, per “potersi nutrire in abbondanza della vita di uomini e donne e studiarne i costumi”; di poter attraversare le città senza pericolo, anche di notte, impedendo ai lupi di travestirsi da agnelli protettori e di divorarne il corpo nel rito cannibalico in cui timore e ammirazione diventano nutrimento per la razza padrona di sempre; di poter disporre del proprio corpo e del proprio tempo secondo i propri bisogni mentre percorre le ampie strade del mondo. Judith nel testo di Woolf si uccide, perché l’essere rimasta incinta fa deflagrare la contraddizione tra il suo corpo depredato dal “gentiluomo” di turno e il proprio violento fervore di poeta, annichilito dalla violenza sociale, a indicare che, scalate tutte le difficoltà e le disuguaglianze, in definitiva la partita si gioca sulle relazioni tra corpi e le loro passioni, cosa di cui la letteratura – e ancor più specificamente la poesia – danno massimamente conto. Se la sorella di Shakespeare avesse potuto sviluppare il proprio talento come il fratello – nella piena libertà che è il vero nutrimento per lo spirito dell’umanità – e donarcene i suoi frutti radiosi, oggi saremmo tutte/i più ricchi e forse anche più felici. E ancor di più lo saremmo se la stessa sorte fosse capitata/capitasse a molte, numerose, “ sorelle”. O no?
Foto | MShades











Bellissimo post, davvero. Metto il link sul mio blog…
Grazie Maria Lucia, mi fa piacere che tu abbia apprezzato il mio post. Colgo l’occasione di fare a te e a tutte/i coloro che frequentano – a vario titolo – questo blog caldi auguri di buone feste.