Marco Mazzucchelli
Leggere Heartjob, opera prima di Marco Mazzucchelli, è come essere travolti dalla piena della giovinezza, una piena quasi sfrontata e lunga 225 pagine, che ci lascia intrisi di una quotidianità “normale”, di un vissuto fatto di cose semplici – azioni, pensieri, circostanze – sulle quali però, l’autore si sofferma, utilizzando un linguaggio altrettanto “normale”, direi vivace e attinente alle nuove generazioni.
Marco, vuoi raccontarci se queste dodici storie sono il frutto di un tuo osservare distaccato, oppure di un sentire più profondo?
Tutto quello che per me riguarda lo scrivere è nato da una banale quanto naturale necessità di esprimere qualcosa di mio, derivante però da una continua osservazione di ciò che mi circonda e che fondamentalmente non condivido. Si può parlare sia di un “sentire” che di un “osservare” (ma non distaccato).
Un linguaggio “normale”, asciutto e crudo, diviene così scelta precisa per sezionare il tema ricorrente dei racconti: la giovinezza, che si rivela matura e acerba, di certo sempre “sfrontata”, consapevole del mondo dove cresciamo, dove viaggiamo, che si rivela sempre diverso e affilato.
Una quotidianità “normale”invece perché la realtà di ogni giorno, se analizzata nelle sue sfaccettature più intime e negli interessanti risvolti che possono regalare le pieghe temporali, può essere più terribile e rivelatrice di qualsiasi altro contesto, fantascientifico o vampiresco che sia.
Tu lavori in uno studio di progettazione architettonica e ingegneristica, che cosa è per te la scrittura e quando hai scoperto in te questa passione?
La scrittura è diventata un approccio nuovo alla letteratura, l’ha fatta diventare una parte ancora più importante della mia vita, mi sento più partecipe a questo mondo, è stata una sorpresa, di sicuro una passione, che voglio coltivare e soddisfare più a fondo.
Sono sempre stato un lettore accanito (iniziai da ragazzino con H.P. Lovecraft, lessi tutto di suo), ma allo stesso tempo ero un pessimo scrittore (lo dicono le mie imbarazzanti votazioni del liceo… forse imitavo troppo H.P.L. e non venivo capito) [risata]. Effettivamente poi non so bene cosa si scattato dentro la mia testa.
Quelli raccolti in Heartjob sono racconti che ormai hanno quattro o cinque anni. È iniziato tutto nel limbo tra la fine dell’università e il primo impiego, grazie a parecchio tempo libero e a un consiglio che ho voluto seguire. Poi purtroppo, da quando ho iniziato a lavorare, il tempo è venuto meno e con esso anche l’ ispirazione per scrivere.
La scrittura comunque rappresenta la mia valvola di sfogo, mentre il lavoro rappresenta la sfera del quotidiano cui sono assoggettato e schiavizzato… scrittura e lavoro cozzano tra di loro, due sfere della mia vita che per ora cerco di tenere separate, forse per salvaguardare la scrittura da tutte quelle regole proprie del mondo del lavoro (scadenze, soldi, stress, ansia da prestazione, colleghi-vipere, persone che ti dicono cosa fare etc etc) che finiscono col deturpare e infettare tutto quanto.
I tuoi racconti sono di certo efficaci a tratteggiare una generazione che si cataloga spesso come superficiale e incapace d’amare ma che, in realtà, tu mostri vulnerabile e pregna di emozioni ora segrete, ora prepotentemente palesate. È un tuo modo per insegnarci che tutti hanno un’anima?
Sinceramente non so cosa rispondere… già non saprei dirti se sono convinto che esista o meno un’anima. Ti posso dire che fino a prova contraria tutti hanno un cuore e dei sentimenti che ci muovono, sia che essi siano espressione di un’anima o semplici effetti di reazioni chimico-particellari.
Rispondiamo tutti a bisogni chimico-fisiologici, (non c’è nessun insegnamento in questo che scrivo) ma credo che i miei personaggi facciano questo, agiscono da duri, tengono tutto dentro, poi appena si guardano dentro restano stupefatti.
Amare non è facile, a meno che non siamo degli insensibili carri armati.
Essere superficiali è una risposta sfrontata tipica dell’essere giovani.
Essere vulnerabili è una conseguenza dell’essere pregni di emozioni.
Disimparare ad amare diventa una necessità.
Ora, parlare di una generazione forse è esagerato. Io sono stato così, ho visto amici fare una fine peggiore, ma ho anche visto un sacco di persone cui le cose sono andate bene. Il problema però è che queste persone, queste persone con la strada spianata, pensano di aver capito tutto, quando in realtà non hanno capito niente.
Il racconto che chiude la raccolta, intitolato “Una fine. Poi una ancora”, è particolarmente coinvolgente, a tratti doloroso, ma anche denso di significati legati alla caducità della vita. Dopo tanta leggerezza, ci lascia attoniti e pensierosi, tanto da aver voglia di saperne di più. Per esempio: cosa lo ha ispirato?
Questo racconto è sicuramente quello che pesca meno dalle mie esperienze, intese come semplici fatti o episodi accaduti, anche se tutto parte da una di queste. L’ispirazione è nata da uno degli ennesimi viaggi in treno e da un famoso fatto di cronaca, poi ne sono uscite considerazioni squisitamente personali; il racconto prende una strada tutta sua, immaginaria e mi piace come l’ho visto crescere e farsi compiuto. Nasce, si trasforma, si fa grande, riflessivo, fino a terminare come se fosse l’unica cosa possibile. Guardare dentro se stessi è sempre doloroso ma in questo caso è stato anche divertente e stimolante, e soddisfacente.
Ruota tutto attorno la morte, se ne parla, ma non è assolutamente la protagonista, diventa un pretesto per parlare di altro, la morte può diventare la barzelletta della nostra esistenza o il punto di svolta.
Permettimi solo di fare un appunto. Un altro racconto cui tengo molto, Addormentarsi. Svegliarsi da un’altra parte, che assieme a Una fine. Poi una ancora può essere considerato il racconto più anomalo della raccolta, tratta di temi altrettanto non leggeri, di come a causa del paradosso che fa da perno alla storia (di cui non diciamo niente) si vede quanto chiunque possa passare una vita con altre persone e allo stesso tempo correre il rischio di non venire mai capito, mai (ri)conosciuto veramente. E di norma di queste cose ce ne si accorge sempre troppo tardi.
Per concludere, un tocco di invadenza necessario in ogni intervista: quali sono i tuoi progetti futuri in campo letterario?
Finalmente in testa sono tornate a girarmi strane idee, spero che tra poco da queste nasca un romanzo… devo solo riuscire a capire come collegarle tra loro, farle funzionare. Per adesso sto solo scrivendo qualche raccontino da proporre a delle riviste.
Heartjob era nato da sentimenti prettamente negativi e, una volta terminato, questa forza propulsiva si è esaurita.
Ora ho capito che anche serenità, tranquillità, essere semplicemente riposati, possono essere condizioni basilari per la nascita di idee interessanti. Una fine. Poi una ancora è una prova parziale di questa teoria.
Diciamo pure che sono pronto per ricominciare.










