Ridicolo! Una risata li sommergerà?
Durante lo scorrere della vita sperimentiamo molte dolorose perdite. Personali, familiari, emotive, sociali e politiche, ogni perdita ci allontana da un pezzetto di noi e ci costringe a risistemare la nostra identità del momento, restringendola intorno a quello che riteniamo di sicura durata e resistenza. Così è per la “selezione” degli affetti, per la scelta degli interessi, per gli obiettivi di lavoro, per la prudente calmierazione degli istinti e delle passioni, per il progressivo depotenziamento delle illusioni.
Chi come me è giunto all’età matura sa bene come, gradino dopo gradino, affrontare la vita senza farsene travolgere significhi fare i conti con tanti piccoli e grandi lutti che ci mettono di fronte ogni volta alla nostra personale caducità e richiedono sempre più, al massimo grado, di fare largo a virtù quali la pazienza, la tolleranza, l’attenzione verso i piccoli moti dell’esistenza, senza protagonismi e inconsulte velleità.
Detto questo e pagato così il conto alla saggia moralità del medio senso comune, mi preme però aggiungere che in nessun caso – e a nessuna età – è lecito trarre da qualsivoglia lezione esistenziale la conclusione che tanto vale occuparsi solo di sé e rassegnarsi alla propria insignificanza.
Resistenza e Resilienza sono due qualità inscindibili dal processo di evoluzione per la nostra specie (e non solo), e sia nella buona che nella cattiva sorte restano due garanzie di sopravvivenza sia fisica che spirituale, il che non è questione da sottovalutare se ci si vuole continuare a sentire pienamente umani.
Faccio un esempio: in questa fase della mia vita mi trovo davanti uno scenario sociale in cui sembra essere sparito il senso del ridicolo. Beh, direte, se tutte le perdite fossero come questa…
E invece, no. Sbagliato. Fare a meno del senso del ridicolo significa rinunciare a una delle sponde importanti su cui poggia il senso dei valori d’una società. Se non siamo più in grado di vedere il ridicolo di certe situazioni e di certi personaggi, se non sappiamo più prenderne le distanze necessarie ad attivare la derisione e il magico gioco dell’ironia, allora ci troviamo a galleggiare in un mondo senza colore e contorni, dove l’ombra allude ad una realtà della quale non si ha più la percezione personale e finiamo per arrovellarci con sofferenza intorno a questioni che non meritano – in sé – molto più che uno sberleffo e un sano passar oltre. Ma la congerie sociale – proprio per la perdita di cui si parla – ci chiede (mi chiede) – di attivare la divina capacità di fare muro e proclamare, in piena sintonia patriottica con la appena scorsa celebrazione della Repubblica, un No pasarán che sta a significare anche il bisogno tutto umano di sentirsi la schiena dritta e lo sguardo diritto all’orizzonte, che non si vuole inquinato da figuranti senza qualità, se non quella di scatenare l’atto liberatorio e salvifico per eccellenza: una risata, ma alta, genuina, a crepapelle, da sganasciarsi fino a ritrovarsi piegati in due, contagiosa al punto da far ridere tutti quelli che ci stanno accanto, anche quelli che il senso del ridicolo l’avevano dato per perso – pazienza, riposi in pace: amen – e quelli che non l’avevano mai avuto – hai visto mai che gli nasca dentro, per contagio, un friccico di humor? –
Resistenza allo scoramento, resilienza nel procedere con passo spedito, rifiuto del consenso codino, uscire dal disorientamento culturale e politico – una perdita questa, ben accetta – e passare a fronte spianata davanti ai tristi santini elettorali schierati lungo i muri della città a chiederci di prenderli sul serio e riempire l’aria di risate. Guarda quello che faccia! e giù a ridere. E quell’altro? Pare un becchino e ancora a ridere… E quella signora bionda? Pare tua zia Luigina…
Qualunquismo? Sbagliato anche questo. Solo esercizio di rinato senso dell’umorismo, ritrovarsi nipotini di Pirandello e sodali di Totò, sottrarsi alle lagne dei Che ce vòi fa’ della commedia all’italiana, e quando a sera si riaccende la televisione arrivare così preparati all’evento fragoroso, il più liberatorio di tutti, ad accogliere i nani e i maggiordomi – e non è una metafora – della nostra degradata scena politica, con quanto spetta loro e non da poco tempo.
Una risata li sommergerà?
Intanto attrezziamoci a non essere sommersi – noi – dall’essere – ancora e ancora – i teterrimi destinatari dei lazzi del capocomico di regime, perché credere e obbedire mai e poi mai possono marciare insieme a ridere.
Foto | Gigi Murru











