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Giovanni Buzi

Scritto da – sabato, 30 maggio 2009 – 00:04Nessun commento

Giovanni BuziGiovanni Buzi, insegnante di lingua e cultura italiana al Parlamento Europeo di Bruxelles, prolifico scrittore nonché pittore apprezzato. In quali di questi tre campi senti di dare il meglio di te stesso e – al di là del tempo materiale che gli dedichi –quale ti accompagna mentalmente nel quotidiano?
Mentalmente nel quotidiano mi accompagnano crisalidi di scrittura che vorrebbero prender forma. E questo spesso. Tanto – pare – da darmi a volte l’aria svagata di chi ha la testa fra le nuvole. Però tengo duro e cerco di restare sul pianeta Terra. A volte, mi passano per la mente folate di colore che vorrebbero prender corpo su tele e carta. I miei studenti restano per me preziose “zavorre” che mi tengono ben ancorato a terra. Zavorre tanto preziose, quanto i loro sguardi, le loro vite, le loro storie. I miei studenti sono adulti dai venti ai sessantacinque anni e nei miei corsi non sono mai più di quattro alla volta.

In un’intervista dici che nasci come pittore, e che cominciasti a scrivere per solitudine, quando lasciasti l’Italia. Ad oggi, con numerose pubblicazioni all’attivo, la molla è ancora quella?
È vero, ho cominciato per solitudine e nostalgia. Poi però quella molla deve averne fatte scattare tante altre, quali di preciso non lo so.

Il tuo libro più recente – Agnese, ancora – è ambientato in una calda e accogliente cucina, e ci invita ad osservare il mondo dei grandi attraverso gli occhi di un bambino, intorno agli anni Sessanta. Si tratta di una vera e propria autobiografia, o di una sapiente ed efficace mescolanza di ricordi e fantasia?
La base è autobiografica: vera è quella cucina, vero quell’appartamento, vero il paese, Vignanello in provincia di Viterbo. Vera è l’epoca. Veri i personaggi. Ma molto è stato trasfigurato, inventato. Come il mio passato lo rivedessi al di là di una spessa lastra di vetro smeriglio.

Tra le righe delle ventiquattro piccole storie di cui è composto il libro, si avverte la vena malinconica, la nostalgia per quei profumi e per l’atmosfera che regnava tra quelle mura domestiche. C’è un luogo, oggi, in cui ti senti a casa così come il bambino Luca si sente, tra profumi di buono che impregnano l’aria, affetti e semplicità? Ovvero, qual è oggi il luogo in cui ti senti finalmente “a casa”?
Tra le tante domande che mi sono state fatte, questa è senza dubbio la più bella. Bella nel senso di intensa, dolce, acuta, intelligente, venata di profonda comprensione, credo, delle righe che ho scritto, e questo mi riempie di grande, vera gioia. Adesso però devo rispondere. Direi che mi sento “a casa” in ogni luogo e in nessuno. Forse, solo nel mondo dei ricordi.

Il tuo libro colpisce e ricorda – emozionando – un passato non ancora troppo lontano dai nostri tempi. Tra le righe, Agnese e la sua malattia sono una presenza lieve, delicata, quasi nascosta nell’ombra ma costante, presente più di tutto il chiacchiericcio delle sue amiche. Queste pagine sono un dono a tua madre? C’è qualcosa che vorresti dirle, in proposito?

Spero sia un dono per lei, come i precedenti miei romanzi incentrati sulla sua figura e il mio paese di nascita: Il giardino dei principi e Agnese. Sì, una cosa c’è che vorrei dirle: “Cancellerei ogni parola scritta in questi tre libri, mamma, per un solo tuo sguardo, oggi”.

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