30 Apr
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Un racconto di Antonella Serrenti.
La ricreazione è ormai terminata, è il 1964.
Imprigionate in questi muri per noi altissimi, claustrali, ti ascoltiamo riprendere la lezione su I Promessi sposi.
Dalla finestra rigorosamente chiusa si insinua il cinguettio degli uccellini e lo sferragliare del treno.
Mentre Lucia si rifugia in un convento di Monza e don Rodrigo studia un altro piano per scoprire dove si trova, la mia fantasia scorrazza libera per il paese che, finalmente, si è spogliato della “coperta di lana” sostituendola con “lenzuola” ricamate di gemme, di formiche in fila indiana e di pacioccone nuvolette biancastre.
Intanto Renzo col cuore pieno di tristezza arriva a Milano, mentre don Abbondio si scervella in cerca di una scusa valida per non celebrare il matrimonio.
Nel frattempo… il mare cattura i raggi del sole riversandoli subito dopo sulla terra come tanti fili di bisso, che illuminano e colorano il paese intero.
E mentre Agnese e Lucia si abbracciano…
Un singhiozzo disperato spegne la tua voce e mi riporta bruscamente alla realtà.
Per un attimo ho pensato che la peste si fosse portata via Renzo, e che nella mia levitazione mentale il passaggio mi fosse sfuggito… invece una mia compagna, con la mano chiusa a pugno, tenta di asciugarsi le lacrime che rigano le sue guance scarlatte.
Speriamo che questo matrimonio si celebri al più presto, perché questa storia oltre ad essere noiosa è anche triste.
E ancora più triste è il fatto che quando qualcuna di noi piange, in aula sembra esploda un’epidemia di inquietudine.
Di questo ti dobbiamo essere “grate”, perché tra una consonante, un verbo ed una sottrazione in questo tuo erudirci hai incluso… l’ansia!
Con la tua solita garbatezza le chiedi il perché del suo pianto… ti risponde tra un singhiozzo ed un fiume di lacrime, che gli uccelli hanno fatto mattanza nei campi di grano di suo padre, il raccolto è andato perduto e la famiglia rischia di fare la fame.
Miracolosamente i tuoi occhi si lucidano e tentando di nascondere questo “prodigio”, le chiedi di spiegarci come è potuto accadere questo disastro.
Tirando su col naso, lei racconta:
“Ogni anno, quando le spighe del grano sono ancora verdi, mia nonna andava nei campi e recitava una preghiera. Chiedeva a Gesù di vigilare e agli uccellini di astenersi dal becchettare il grano, perché tutto quel cibo di un anno diveniva per la famiglia una grave mancanza, poiché lei dipendeva dalla quantità del raccolto. Con lo sguardo volto al cielo ringraziava, mentre a stormi gli uccelli trasmigravano gentili e consenzienti. La nonna purtroppo, pochi mesi fa è deceduta, e nessuno si è preoccupato di recitare la preghiera.”
Che silenzio, quel giorno in classe…
Cosa provasti tu, davanti a tanto insegnamento? Cosa provasti a toccare con mano le grandi verità di un bambino?
Tu, così restìa a concedere l’anima, davanti ad un’anima pura e denudata ti vergognasti almeno un poco della tua avarizia? E portasti via con te, fino alla vecchiaia, il pesante fardello della vera “Conoscenza?”
One Response per " Preghiera per il grano "
complimenti,è sempre un piacere laggere i tuoi racconti…
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