Rileggere la Regola del Carmelo oggi. Recensione di Rivista di Vita Spirituale
Bruno Secondin,
Una fraternità orante e profetica in un mondo che cambia. Rileggere la Regola del Carmelo oggi,
Graphe.it, Perugia 2007, 88 pp., euro 10,00
Quello di padre Bruno Secondin è un nome affermato nel campo della teologia spirituale, e da decenni approfondisce anche il tema della Regola del Carmelo. Nel 1982 egli aveva già pubblicato un commento al testo normativo dei Carmelitani, commento che proponeva una nuova chiave di lettura della Regola, non più centrata sull’impronta eremitica e sul precetto di meditare giorno e notte la legge del Signore, ma su un nucleo più ampio di paragrafi, modellati sulla Chiesa primitiva di Gerusalemme, il che orientava a considerare la fraternità come nucleo vitale e centrale del testo.
A distanza di venticinque anni, ci consegna questo nuovo commento che riprende sostanzialmente l’impostazione di fondo, ma con l’arricchimento ed i ripensamenti di questo arco di tempo. Il libro è denso di contenuto, lasciando trasparire la ricerca scientifica, l’esperienza personale e la maturazione di questi anni, ma allo stesso tempo agile ed essenziale.
Un primo capitolo pone lo status quaestionis, ripercorrendo la diffidenza dell’immediato post-Concilio verso il testo e gli studi che hanno portato a riattualizzarlo, riscoprendone il valore ed individuandone gli spazi lasciati «aperti» dal testo. Secondin propone in sostanza cinque regole ermeneutiche: l’attenzione al processo genetico-evolutivo tipico di ogni carisma di fondazione, la collocazione del progetto normativo all’interno della mentalità del tempo per coglierne anche i tratti di rottura, la collocazione del progetto all’interno della comprensione di Chiesa di quell’epoca, quella che egli chiama una rilettura «dossologica e mistagogica» (attenta, per esempio, a recepire il carattere utopico e sapienziale del progetto al di là della lettera del testo), ed infine il confronto con le difficoltà e le realizzazioni di altre fraternità simili del tempo.
Un secondo capitolo si muove ancora a livello di introduzione generale, ripercorrendo la storia dei commenti, per sommi capi. Soprattutto si mette in luce la «rottura epistemologica» avvenuta con l’abbandono della lettura individualistica, che metteva in secondo piano la dimensione fraterna e comunitaria, e si stigmatizza il pericolo di una lettura frammentata della Regola, commentando ogni affermazione isolandola dal suo contesto globale.
Il terzo capitolo, nella sua essenzialità, propone – viceversa – una «lettura globale del progetto», immaginandolo come un grande portale costruito sull’idea dell’imitazione della comunità primitiva di Gerusalemme (così come viene espressa negli Atti degli apostoli), con al centro l’Eucaristia. Il progetto risulta centrato sulla triplice modalità di presenza di Cristo: sequela (il progetto è di vivere nell’ossequio di Gesù Cristo), presenza effettiva (attraverso il codice della fraternità) e attesa del suo avvento definitivo. Giustamente l’Autore fa rilevare il cristocentrismo della Regola, spesso disatteso: l’assoluto della centralità di Cristo è testimoniato, ad esempio, dalla frequente relativizzazione delle norme e dell’organizzazione.
Il quarto capitolo è quello che maggiormente si addentra nell’esame del testo, più per esemplificare le tesi di fondo che per un’analisi approfondita. L’Autore è attento ai valori fondamentali e allo spirito del testo piuttosto che alle singole espressioni; assume, anzi, un atteggiamento fortemente critico verso certe letture della Regola che, ad esempio, ne assolutizzano aspetti marginali o precetti esteriori. La critica è soprattutto indirizzata alla perdita della lectio divina a favore dell’orazione mentale metodica, sulla base di un orario specifico, e alla perdita della centralità dell’Eucaristia. L’ermeneutica proposta invita poi a penetrare negli spazi aperti del testo (che, ad esempio, non dice nulla a proposito della dimensione mariana). Il centro del cammino individuale è la costruzione del frater, come “uomo-in-relazione”: egli «non può essere un uomo che approfitta della solitudine per fuggire i fratelli, o per non essere da loro disturbato nella sua “spiritualità” coltivata in “verticale”» (p. 43). L’ascolto obbediente della Parola, altro punto essenziale della Regola, in armonia con il cammino esistenziale di lectio divina, tende appunto a questo.
Qual è la sorgente dell’identità carmelitana?, si chiede il capitolo quinto. La risposta è: la Parola di Dio. La stessa Regola non è semplicemente un invito alla lectio orante, ma scaturisce già da un’esperienza di lectio; senza questa centralità – afferma Secondin – la Regola «si riduce a vuoto formalismo, confuso e generico, anzi diviene incomprensibile» (p. 51). Anche l’Eucaristia, il lavoro e il silenzio sono, in questo testo, “obbedienza” alla Parola. Con stile volutamente provocatorio, l’Autore afferma: «il “perfetto” carmelitano, secondo la Regola, non è colui che gode di grazie mistiche, di stati di orazione sublimi e unici, ma colui nel quale la Parola diviene vita e trasfigurazione» (p. 54), e indica fra i modelli a noi più vicini due frutti del Carmelo riformato: Teresa di Lisieux ed Elisabetta della Trinità, per la loro «lettura orante e sapienziale della Parola di Dio». In questa linea egli ricupera abbondantemente anche la tradizione dell’orazione carmelitana, purchè relativa alla Parola, e il con-venire della comunità radunata intorno all’Eucaristia.
L’ultimo capitolo aggiunge tre piste per ulteriori approfondimenti: l’identità laicale e non clericale del carmelitano, l’importanza della sequela Christi come legge universale (occorre essere “cristiani” per essere “carmelitani”) ed infine un punto di grande attualità in questo anno paolino. Mi riferisco alla proposta che la Regola fa di san Paolo come modello di lavoro. La qualifica dell’apostolo come colui «per bocca del quale parlava Cristo», cioè come «uomo abitato dalla parola di Cristo» (p. 63) ha evidentemente una portata ben più vasta. La proposta di Paolo come modello – prosegue Secondin – potrebbe essere presa in considerazione anche per riconsiderare le modalità dell’attività apostolica del Carmelo, spesso vittima di una dispersione caotica.
La conclusione rimane aperta. L’Autore invita il lettore ad intraprendere nuovi percorsi sapienziali di lettura della Regola, contribuendo ad arricchirne l’ermeneutica. Nel complesso, sebbene siano poche le reali novità rispetto al testo del 1982, il libro di Secondin si legge con frutto e apre diverse prospettive. Non appartiene né agli studi storici o giuridici sulla Regola, anche se ne tiene conto, né alle letture “spiritualiste” della stessa. Ha, a mio avviso, soprattutto tre grandi meriti: prendere in considerazione l’unità e la globalità del progetto normativo, far emergere la centralità della sequela Christi, comprendere e delineare l’orizzonte biblico della Regola e della modalità di vita che propone. Il lettore che, grazie a questo testo assapora la bellezza della Regola, non può che augurarsi di vedere presto un nuovo testo che funga da commento più dettagliato anche dei singoli punti e che dica una parola più autorevole e chiara anche riguardo ai punti semplicemente accennati.
Roberto Fornara
in Rivista di Vita Spirituale











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