I sensi dei dolci

Il periodo natalizio che per molti parte dal 22/23 dicembre e finisce con la Befana è sinonimo sia di feste e relax, ma anche di banchetti, cenoni in famiglia, grandi tavolate e ovviamente… dolci!
I dolci, sì, un modo quasi perfetto per concludere in bellezza la serie di antipasti, primi e secondi, ma altrettanto adatti per una bella colazione energetica o un piccolo “assaggio” pomeridiano.
I dolci sono per noi scrittori una tentazione: come si fa, mentre si pregusta il loro sapore, mentre ci viene l’acquolina in bocca, a non pensare a come poterli descrivere e render loro onore attraverso le nostre parole?
È proprio questa la sfida che propongo: scegliete uno dei tanti dolci che popolano le tavole di queste vostre vacanze e raccontateli attraverso tutti e cinque i sensi.
Chiedevi ad esempio:
- Che forma ha?
- Che colore ha?
- È opaco o trasparente?
- Che dimensioni ha?
- Di che materiale è fatto?
- È liquido, denso o solido?
- È morbido o duro?
- È caldo o freddo?
- La superficie è lisca o ruvida?
- Emette qualche suono o rumore?
- Quando lo mangiate scrocchia?
- Si rompe in maniera soffice o con un suono secco?
- Ci sono altri suoni coinvolti?
- Com’è il suo profumo?
- È delicato o intenso?
- Cosa vi fa venire in mente?
- Che sapore ha?
- È dolce o amaro?
- È insipido o salato?
- È pepato o piccante?
- È acido o dolce?
Tutto chiaro? Allora proviamo!
Oggi voglio parlarvi di un cioccolatino particolare: non lo potete trovare nei supermercati e nemmeno nella pasticceria sotto casa.
Questo tipo di cioccolatino che chiamano i Sorrisi di Chiavari, lo fanno a Chiavari, in provincia di Genova: quando i miei nonni vengono a trovarci per Natale, me li regalano sempre.
Vengono confezionati in una grossa scatola rettangolare rossa con dentro dei cioccolatini avvolti in una carta rossa o verde.
Appena la apri, il profumo chiuso al suo interno si rivela con tutta la sua carica di seduzione e non si può che cedere all’assaggio.
Ne scelgo uno a caso: tolta la carta, si mostra in tutta la sua fierezza un cioccolatino grosso tutto bitorzoluto alto almeno tre centimetri. Dimentico in un istante che il cioccolatino potrebbe essere giustamente definito una bomba calorica: è ora di mangiarlo, al massimo domani un po’ di ginnastica in più.
Lo gusto nel modo che preferisco di più: spalanco le fauci e lo mangio in un solo boccone.
Denti, lingua, guance lo serrano in una morsa d’acciaio per romperlo e, dopo il secco croc, sento in bocca il sapore di un cioccolato pregiato subito seguito dal cuore forte del liquore che ne era l’anima.
Questo liquido caldo mi riempe la bocca e poi scivola giù scaldandomi: solo così tutto il mio corpo è in grado di gustare allo stesso tempo questa delizia.
Per un attimo è come se il mondo si fermasse, non c’è altro, se non l’estasi dei sensi interamente abbracciati e sedotti, è una resa totale.
Io mi arrendo. Ogni volta mi arrendo e mi lascio portare via.
Sorrido.
Per fortuna nella scatola ce ne sono tanti…
Ora tocca a voi!
Non vi piacciono i dolci? No, non siete esonerati, tuffatevi sul salato, troverete sicuramente pane per i vostri denti.











‘o raffiolo
E quanto è buono! In mezzo a mostaccioli, roccocò, pullece ‘e monaco, troneggia con la sua bianca glassa. Si intravede nella trasparenza di quest’ultima la fettina invitante di cedro candito. Ovviamente parlo del raffiolo a cassata, quello che su un pan di Spagna asciutto a forma ovale, è ricoperto da uno spesso strato di crema di ricotta piena di gocce di cioccolato fondente.
Non aspetto altro alla fine del pranzo natalizio che il momento in cui potrò gustarlo in tutta tranquillità, essendo ormai concluso l’andirivieni di portate che mi impediscono di apprezzare il tutto, per la preoccupazione che ogni cosa sia servita a dovere.
Finalmente è mio, tra le mie mani amorevoli che pian piano tolgono il pirottino in cui è contenuto. Il primo boccone, giusto un assaggino per apprezzare la glassa liscia che si discioglie dolcemente tra la lingua e il palato e poi arriva la ricotta zuccherata e le gocciole di cioccolato fondente che ne attenuano il sapore troppo dolce.
È buono come ogni anno e come ogni anno addolciscono la mia festa natalizia, riportandomi alla mente tutti i Natali passati, specialmente quelli di quando ero bambina.
Le “cartellate” pugliesi
Oggetto del desiderio del periodo natalizio pugliese sono le “carteddate”.
Tonde, piccole, voluttuose pronte a concedersi a palati vogliosi di gusti antichi e sopraffini, conditi di struggente nostalgia dei tempi andati e ritrovati, di amori perduti e riaffiorati e …di profumi di legna e di camino , di vaniglia e mandarino.
Fiore all’occhiello del Natale pugliese, queste reginette della tavola , raffinate ed eleganti, con la loro leziosa corona, testimoniano la loro nobile origine, quando, nel 1517 al matrimonio della Regina di Polonia, Bona Sforza , successivamente duchessa di Bari, furono servite come “Nevole e Procassa” .
Mani sapienti stendono le fasce , smerlate e arrotolate a forma di cestino, riposano una notte e il giorno dopo si immergono in un bagno di frittura che colora il loro volto di dorato.
Esse si avvinghiano su se stesse in una spirale accogliente fatta di pizzi e merletti, ornate di buchetti atti a raccogliere il condimento liquoroso: vincotto di fichi o di uva, di mele cotogne o semplicemente miele, rigorosamente caldo, dal quale si lasciano accarezzare e insaporire a lungo finchè ne sono sazie.
Si rotolano in questo bagno e la pasta cede man mano il suo sapor croccante ad un un gusto più pastoso e arrendevole.
Condite e decorate da cannella e corallini , vaniglia e arancia a pezzettini, richiamano una sapor medio – orientale e un odor di dolce e di mistero, di sacro e di profano…
Sensuali nel gusto e nell’aspetto, in bella mostra sulla tavola catturano gole e sguardi degli amanti del dolcetto, consumato con irrefrenabile passione e senza alcuna riflessione…
Non è un dolce,è il pane che ritengo il cibo più buono di questo mondo.
Forse ciò che mi frulla per la mente e che sento nel cuore non è attinente a questo filo, ma prendo il coraggio a piene mani e incomincio ad esternare.
C’era una volta il pane della nonna, bianco, fresco, croccante, appena sfornato. Che fragranza! Che splendore! Com’era soffice e gustoso!Era una festa per gli occhi.
Ero piccola così, parlo dei primi anni sessanta.
La grande madia accoglieva, prima dell’alba, setacciata, la farina miscelata con acqua, sale e lievito.Le mie manine affodavano nell’impasto molle, rimanipolato, che via via prendeva corda e vedevo diventare una palla, una grande palla che la nonna riduceva in pezzi circolari, che metteva a lievitare, avvolti in un panno e protetti da una coperta di lana, verde, quella militare, al caldo del camino, per qualche ora.
Mi alzavo presto quando c’era la nonna, volevo “fare il pane” e poi mi addormentavo tutta infarinata nella sdraio.
Mi svegliavo a metà mattinata, quando il forno riscaldato con fascine, raggiungeva la giusta temperatura. Per verificarla, la nonna ci infilava la pizza che io subito dopo assaporavo immancabilmente con occhi sgranati e a bocca aperta.
Il forno, prima veniva ripulito dalla brace e dalla cenere con ” il munnolo”, una specie di scopa fatta di erba strappata al momento, dai vecchi muri di campagna( l’evere e mur: l’erba del muro).
Vedevo la nonna che introduceva nel forno,con una pala di legno ” i pezzi di pasta ” e ne controllava costantemente la cottura, anche se la bocca del forno veniva chiusa da un coperchio di ferro. Il pane cuoceva e il profumo fragrante si espandeva. Io, insieme ai miei fratelli, ai componenti di tutta la famiglia, ai vicini di casa, ne assaporavamo la fragranza. Tutti gioivamo del pane caldo che la nonna sfornava, gradito più di un dolce!
La produzione del pane, se ricordo bene, a cadenza mediamente quindicinale, era un avvenimento che creava un’atmosfera e un clima festosi. Io ero in attesa della pizza bianca che mangiavo con fettine di lardo o ventresca. Inebriante!I grandi, intanto tagliavano ” il pezzo di pane”, caldissimo, a cozzetti e li imbottivano di lardo del maiale paesano, di olio di oliva del frantoio del paese, di prezzemolo dell’orto di casa. Quante volte l’ho mangiato anch’io. Uhuhuh che bontà, che squisitezza! Pane di casa. Pane fatto a mano.Pane del forno di casa mia. Pane della nonna.
Per giorni lo si mangiava immerso nel latte, nel vino, abbruscato( abbrustolito) e cosparso di olio e zucchero, nelle zuppe di legumi, con i salami, lardo o pancetta, nel brodo di verdure, con la scarpetta( ragù residuo nel piatto di maccheroni, con il formaggio, cotto in pentola con la sugna, (panecuott). Non l’ho mai più mangiato così, con tale devozione.
Non è più quel tempo e quell’età. La bimba , c’era una volta. Adesso c’è una mamma che ha nostalgia del tempo che fu, degli antichi sapori di casa e della nonna che c’era una volta.
Oddio che nostalgia, che desiderio di cose pulite.
Adelina