Un giardino fiorito
Per pubblicare i vostri testi in questa sezione, scrivere a graphedizioni@gmail.com
Un racconto di Silvana Sonno.
Da bambino cominciai a spiare mia mamma e mia sorella quando andavano in bagno. Non chiudevano mai a chiave e spesso lasciavano la porta socchiusa.
Mio padre era una persona riservata, che si teneva a rispettosa distanza dal pudore delle sue donne, ed io ero troppo piccolo per essere visibile.
Mia madre s’era sposata molto giovane e con mia sorella giovinetta aveva un rapporto di complicità, anche fisica. Parlottavano in continuazione, ridevano, si facevano confidenze, andavano in bagno insieme.
Avrò avuto nove anni quando vidi per la prima volta l’ombra ricciuta spuntare sotto le gonne e sentii quell’odore aspro e salino. Rimasi senza respirare incollato allo spiraglio della porta, mentre le due prime donne della mia vita si scambiavano di posizione: water, lavabo, e ritorno, senza smettere di parlottare e ridacchiare.
Provai una sensazione fortissima e strana. Eccitazione, ma senza saperlo, perché non conoscevo quella parola.
Dopo, una volta cresciuto, ho sempre ricercato quella prima impressione ed è forse questa la ragione per cui non mi sono mai piaciute le ragazze troppo profumate e quelle depilate. Ricciuto afrore, questo è profumo di donna per me.
Qualche anno dopo mia sorella si sposò e i miei si separarono, così io completai i miei studi in collegio. Sono venuto su timido e ombroso – questo almeno dicevano le mie note caratteriali sul certificato scolastico – ma ho completato i miei studi regolarmente. Che altro c’era da fare in collegio se non studiare?
Sono ragioniere e a venti anni ho cominciato a lavorare per una ditta di materiali da costruzione. Tenevo la contabilità: pochi soldi ma un ambiente tranquillo. Sul lavoro ho conosciuto una ragazza, Linda, faceva la telefonista. Era una brunetta di colorito scuro e pelosa, dalla risata facile; me ne innamorai – così almeno mi parve – e cominciammo a uscire insieme. Non la esibivo volentieri davanti ai miei conoscenti, ma a letto mi faceva impazzire. Non durò molto. Linda si stancò presto di me e mi lasciò. Di lì a breve sposò un giovane geometra appena diplomato che frequentava l’azienda. Era incinta, ma mi assicurò che non ero io il responsabile.
Nella sua voce avvertii un che di affettuoso scherno. Non ero abbastanza uomo da poter ingravidare una donna? Eppure io l’avevo sentita godere, e vibrare tutta, mentre l’accarezzavo, l’annusavo e leccavo ogni oscura zona del suo corpo. No, non facevamo niente altro, ci piaceva così; che altro avrei dovuto fare?
Dopo Linda, per molto tempo non ho avuto rapporti con donne. A parte le prostitute, ma quelle non contano. Le paghi e loro stanno lì, ferme, e fanno tutto quello che gli dici. Era umiliante, ma dopo mi sentivo bene, come scaricato d’un peso. Ne ricordo una, in particolare, che si faceva guardare mentre stava in bagno. Io la spiavo, inseguendo quell’antico ricordo, e lei intanto approfittava per lavarsi le calze. Me le faceva odorare prima e poi le infilava nel lavabo, con uno sguardo d’intesa. Era affettuosa e mi incoraggiava a masturbarmi, diceva che ne aveva tanti di clienti come me, ero normale, non dovevo preoccuparmi, e intanto lavava le calze e poi anche le mutandine e altra biancheria… A un certo punto, nonostante le sue buone parole, ho cominciato a sentirmi a disagio, il suo tono di voce mi ha ricordato Linda e così ho smesso di frequentarla.
Ci ho messo un po’ di tempo, ma alla fine l’ho capito: le donne a me non piacciono; non le sopporto. Stanno sempre a chiedere, vogliono aiutarti, s’intrufolano nella tua vita, ma al dunque non sanno stare al loro posto. Potrei fare facilmente a meno di loro, se non ci fosse la questione dei peli.
Quando stavo in collegio i miei compagni parlavano spesso di sesso. Al ritorno dalle vacanze estive c’era sempre qualcuno che dichiarava d’aver perso la verginità – normalmente portato a puttane da un membro adulto della famiglia – e si profondeva in racconti particolareggiati davanti ad un pubblico di ragazzini arrapati. Di solito tutti i ragionamenti finivano per convergere su un punto d’accordo: le donne sono un buco con un mucchio di roba inutile intorno. Questa affermazione suscitava ogni volta ilarità, e tra le risate si scioglieva la tensione che quelle testimonianze suscitavano. Io mi sono sempre tenuto in disparte da quelle chiacchiere e, anzi, le ho sempre trovate di scarso interesse e volgari, ma, col passare del tempo, sono arrivato anch’io ad una conclusione simile: le donne sono un buco intorno al quale fiorisce un giardino profumato e solo questo le rende irrinunciabili. Il resto non conta.
Con questo non voglio dire che loro sono tutte uguali per me. Non è assolutamente così. Ad esempio le bionde non mi piacciono. Quelle naturali, intendo. Hanno un che di dolciastro, slavato. La peluria poi è inconsistente, setosa, ti si affloscia tra le mani.
Alle rosse non mi ci avvicino proprio; quella pelle bianca mi ricorda la pancia delle lucertole e un che di rettile ce l’hanno per come camminano, come ti guardano con quegli occhi quasi senza ciglia. Mi fanno ribrezzo.
Nessun confronto con le brune, di pelle e capelli, le vere bellezze mediterranee.
Loro sì che hanno una fica fiorita; un pelame aspro, folto e succoso, da perdercisi; e quei riccioletti indiavolati che sprizzano fuori delle mutandine e s’inerpicano tra le cosce, li puoi arrotolare intorno alle dita, te li avvicini, e sprofondi nell’odore del mare. Ne ho colti ormai tanti di questi “fiori” e quando li tiro fuori dai loro contenitori – sono tutti ben conservati e classificati – e me li spargo tutti addosso, e li accarezzo, e li annuso, me li godo, d’un piacere che nessun strizzacervelli potrà mai capire.
Tutto è cominciato una sera d’estate di qualche anno fa – ricordo che ero nervoso, stanco, mi sentivo come una molla compressa –. Attacco discorso con una ragazzetta alla stazione dell’autobus. Lì vicino c’ è un parco con un piccolo chiosco, così le ho domandato se voleva bere qualcosa con me. Lei ha detto di sì, che era ancora presto per tornare a casa, e abbiamo bevuto un paio di birre a testa. Poi le ho proposto un giro sotto gli alberi e ci siamo seduti vicino alla fontana. C’era un bel fresco, eravamo soli e c’era giusto quel poco di luce che resta subito dopo che il sole è tramontato. Abbiamo un po’ parlato, poi lei si è stesa sulla panchina e mi ha tirato verso di sé; era sudata e io ho di nuovo sentito quell’odore. Le ho tolto le mutandine e lei ci stava; ha chiuso gli occhi, così io ho preso dalla tasca dei pantaloni il mio coltellino svizzero, che tengo ben affilato, e le ho depilato il pube. Lei subito non ha capito, ha visto il coltello e si è spaventata; ha pensato che volessi farle del male e s’è messa a strillare, ma io non le ho dato retta. Ero felice; tenevo in mano quei riccioletti odorosi ed ero finalmente felice. Però sono dovuto scappare, perché si stava radunando della gente e la ragazza non la finiva più di chiedere aiuto. Ce li ho ancora quei peletti, dentro una bustina, e ogni tanto li tiro fuori e li annuso. Sanno solo di plastica, ormai, ma mi ci sono affezionato.
Sono un feticista? Ho sentito una volta il dottore del centro d’igiene mentale che lo diceva ad un collega. Che vuol dire feticista? E poi, anche fosse, che c’è di male? Quando facevo la prima media mia madre s’era accorta che prendevo la biancheria sua e di mia sorella dal cesto dei panni sporchi e la conservavo sotto il cuscino, così mi aveva portato da uno psicologo e quello le aveva detto di non preoccuparsi, che crescendo le cose sarebbero andate a posto da sole. Aveva parlato d’un oggetto transizionale; aveva spiegato che i bambini di solito scelgono coperte, peluches, pezzi di stoffa, che li aiutano a crescere, a distaccarsi dalla madre. Io avevo scelto le sue mutandine usate; certo era un po’ inusuale, certo ero già grandicello e quella fase avrei dovuto averla già superata, ma questo dimostrava che ero immaturo, e niente più. La mamma non s’era convinta però e continuava a tenermi d’occhio e a sospirare; ho anche creduto che si fosse separata da mio padre per colpa mia, per allontanarsi da me dopo che mia sorella l’aveva lasciata, ma anche questo è un pensiero infantile, no? Delirio d’onnipotenza…
Tornando alla questione del feticismo, io ci ho riflettuto. A me sembra che a tutti piace baloccarsi con qualcosa: un oggetto, un’immagine, un’idea, un guanto, una persona, più persone, il proprio fallo, i piedi… Mentre parlava del mio feticismo quel dottore pacioccava una penna, la stessa che gli ho visto usare in tutti i nostri incontri. Ne aveva tante sulla scrivania, ma quando doveva prendere gli appunti cercava quella e scriveva solo con quella. “Perché?” avrei voluto chiedergli “che le rappresenta quella penna?”
Dottore, lei è fortunato: se la sua penna si rompe può farla aggiustare e magari al negozio può trovarne una proprio uguale, può ordinarla via internet, … ma io i peletti odorosi dove li trovo? Chi me li dà?
D’altra parte è più forte di me: quando sto vicino ad una donna, ad esempio sull’autobus e fa caldo e si sta per forza appiccicati; magari è estate e lei ha un braccio alzato per mantenersi attaccata alla maniglia, e lo tiene teso proprio davanti alla mia faccia, e dall’incavo del braccio emana un odore… ricciuto; oppure al cinema, è inverno, e sto vicino ad una che accavalla le gambe e ad ogni movimento è come se si accendesse una freccia che indica proprio lì, dove s’incontrano le cosce su in cima e lo sfregamento dovuto alla posizione non può non fare attrito con la peluria che spinge contro le mutandine…; o quando passeggio davanti alle toilettes pubbliche e vedo uscire una donna e m’immagino quell’operazione: giù la biancheria, prima water e poi lavabo, e poi di nuovo è tutto coperto, lei esce e si sta allontanando… fra poco sarà persa per me; beh, io non riesco sempre a controllarmi e allora le seguo, mi avvicino, ci parlo…
All’inizio ho provato a chiederglieli i peletti, ma non era facile trovare le parole, cominciavo a farfugliare, a gesticolare, diventavo tutto rosso – ho già detto che sono timido, no? – e loro si mettevano a strillare, scappavano, chiamavano gente… per forza ho dovuto ad un certo punto imbavagliarle e legarle. Non sono matto, la violenza mi fa orrore; le cose potrebbero essere così semplici, solo ci fosse un po’ di collaborazione…
Ultimamente ci si sono messi anche i giornali e sono diventato il maniaco del rasoio, lo stupratore del parco – questa sì che è grossa! –, il barbiere delle donne, e se con i titoli non ci vanno leggeri, quello che raccontano negli articoli è tutta robaccia, bugie, senza un briciolo di verità. Mi hanno definito degenerato, pervertito, mostro, hanno messo in mezzo la mia famiglia. Non è vero niente; io non sono un violento, anche il nastro adesivo che uso è quello cerato dell’ospedale, così a toglierlo non fa male, come non faccio male io: una passatina di rasoio – adesso sono ben attrezzato – e il gioco è fatto. Io sono contento e loro risparmiano i soldi della depilazione.
Ma c’è poco da scherzare. Intanto sono stato arrestato e chissà quanto tempo dovrò restare dentro, rinchiuso. M’hanno beccato perché stavano cercando degli spacciatori nel parco e io sono capitato proprio quando i poliziotti facevano la retata. Ho cercato di nascondere la ragazza e di non farci scoprire. Non l’avevo legata stretta perché di solito faccio presto e anche per loro è meglio, ma invece quello è stato la causa di tutto. Lei si divincolava, mugolava forte, e io per tenerla ferma mi sono agitato, ho fatto un gesto brusco e il rasoio è affondato nell’inguine; i peletti si sono bagnati e sono diventati tutti rossi. Inservibili. Sono rimasto a guardarli come paralizzato, poi è arrivata la polizia. Sì, lo so che è morta, dissanguata, per via che ho reciso l’arteria femorale. Ma io non volevo, mi dispiace.
L’avvocato ha detto di scrivere tutto, che punterà sull’infermità mentale, che è come dire che se mi va bene diranno che sono matto e mi manderanno al manicomio criminale, e giù sedute cogli strizzacervelli, pillole, isolamento.
Chissà, magari stavolta mi capita una psichiatra donna.
Chissà se posso scegliere. Perché no? Dopotutto faciliterebbe la terapia, è chiaro.
Il dottore del centro lo diceva sempre che tra noi la relazione terapeutica non funzionava perché io non mi affidavo e aveva ragione: lui e la sua penna mi facevano innervosire e se ho continuato ad andare alle sedute è perché c’era quella paziente che veniva prima di me e che incontravo sulla porta, mentre entravo nello studio, che mi piaceva tanto. Aveva una gran massa di capelli ricci e nerissimi e la pelle color della notte. Era ivoriana. Un giorno sono arrivato in anticipo, il dottore era uscito e lei stava stesa sul lettino a occhi chiusi. Sono entrato senza far rumore, mi sono messo in ginocchio vicino a lei e le ho appoggiato il viso in grembo. Non dimenticherò mai il suo odore acuto e la piega del suo vestito sotto il ventre e la mia bocca e il naso che premevano, premevano e succhiavano. Ogni volta che ci ripenso mi vengono i brividi. Fu il mio primo ricovero.
Sì, domani glielo dico all’avvocato: lo psichiatra lo voglio femmina, con la gonna, e che sia mora.











Un racconto veramente ben scritto. Sulle prime mi sono chiesta cosa ti era venuto in mente: parlare di odori e di peletti mi disturbava un po’ ma il racconto è talmente scorrevole che l’ho letto fino alla fine. Parola dopo parola mi accompagnava dentro il personaggio al punto tale da realmente comprendere il suo “logico” punto di vista. Spiritoso seppur nella drammaticità dell’accaduto e assolutamente costruita ad arte la follia che è tale solo per chi non ne possiede neppure la metà. Adoro la psicologia e questo racconto mi ha dato l’occasione di vederne uno spaccato. I miei complimenti!! Davvero brava!! Pat
[...] nostre felicitazioni a Silvana Sonno che con il racconto Un giardino fiorito è entrata nell’antologia Stranger love, frutto del concorso omonimo indetto dal sito My [...]
[...] partecipato al premio Il Romanzo per gioco e curiosità, con un racconto (Un giardino fiorito) che non pensavo sarebbe arrivato in finale. Per il contenuto un po’ “scabroso” [...]
bello e drammatico il racconto in crescendo quasi un musicalmente quasi un “allegretto con moto ” che ti porta a leggere fino alla fine questo vortice di incastri perfetti che repentinamente ci fa volgere lo sguardo anche ai fatti di cronaca inspiegabili all’apparenza ma con una furtiva logica che nel racconto ” un giardino fiorito “appare lineare logica sino alla follia finale che se non fosse che non c’e’ nulla di normale nel personaggio descritto ci parrebbe consueta di una consuetudine che pare urlare e lacerare lo spazio !! bello ed educativo questo racconto dal finale a sorpresa! complimenti